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Afghanistan, l’ultimo decollo

Afghanistan, l’ultimo decollo

29 Agosto 2021 1 Di Claudia Svampa

Il tempo ci é passato sopra, e ci ha decapitati alla maniera afgana. Il tempo senza lancette dei mullah e della sharia ha sconfitto il timing pianificato in 20 anni di occupazione militare occidentale. Ha annientato ideali, libertà fragili e fretta culturale nell’Afghanistan riconsegnato ai talebani con l’ultimo decollo da Kabul.

Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo

Nella società ancestrale dove valori democratici e cultura tribale non parlano e non arriveranno mai a parlare una lingua comune, ha vinto un vecchio proverbio afgano che recita: «voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo». Divenne a lungo il ritornello che il  mullah Omar, storico leader dei talebani, rifilava regolarmente agli americani, profetizzando il ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan. Perché prima o poi sarebbe stato il tempo a regalare loro la vittoria sul campo, e la loro attesa del tempo tra le montagne afgane, l’unica pianificazione strategica vincente. 

Il tempo del mullah Omar é scoccato bruscamente dopo 20 anni di occupazione, con l’improvvisa accelerazione di un uragano estivo. 

L’ultimo decollo da Kabul

E con l’ultimo decollo da una Kabul allagata di sangue, é atterrato a Fiumicino il C130J dell’Aeronautica militare che ha concluso il ponte aereo che per giorni ha trasportato profughi afghani, civili e militari in Italia. 

In questi quindici giorni roventi, da ferragosto ad oggi, almeno ci sono state risparmiate ulteriori vittime italiane. Nonostante le stragi all’aeroporto di Kabul, e i quasi duecento corpi dilaniati dalle esplosioni,  l’Italia, miracolosamente, non ha pagato un ulteriore tributo in termini di vite umane, come invece accaduto ai tredici giovani soldati americani massacrati dall’esplosione all’Abbey Gate di Kabul tornati a casa con le loro piastrine spezzate. 

13 Piastrine spezzate

Le piastrine di metallo al collo dei soldati in missione, sono una sorta di carta d’identità indistruttibile e sempre a portata di identificazione. Una catenella al collo, perché non si perda, e quattro centimetri e mezzo per tre e mezzo di alluminio con gli angoli stondati bastano a tutti per raccontare chi sei: nome, cognome, nazionalità, data di nascita, gruppo sanguigno e religione. L’incisione dei dati sul metallo é doppia, sopra e sotto, in un senso e in quello opposto.

Perché nel mezzo ci sono due fessure, ad asola, per favorirne la rottura. Se muori la piastrina viene spezzata, la metà appesa alla catenella resta sul corpo del soldato, l’altra metà in mano all’autorità competente. Mezzo te di qua e mezzo te di là, mentre l’esistenza vola via e la piastrina frantumata testimonia quella vita spezzata.

Uomini in divisa che non spaventano più

L’Italia di questo ultimo Afghanistan ha riportato integre le piastrine dei propri soldati. Sì soldati, mimetiche militari, quelle che incutono squilibrato timore nei totem propagandistici della sinistra radical chic, che invece oggi appare muta al cospetto di tanta generosa e indispensabile professionalità. 

Ma in venti anni di Afghanistan ne abbiamo riportate in Patria 54 di piastrine spezzate. Il sangue italiano versato nelle missioni all’estero é stato, in terra afgana sotto il cappello Nato, in assoluto, quello più alto. 

Erano soldati anche gli italiani caduti, al pari dell’immagine struggente del sergente americano Nicole Gee mentre culla tra le braccia il neonato afgano, o dell’ufficiale medico Max Soviak, che salvando vite ha perso la sua di 22enne. 

Professionisti e non eroi

I soldati nei teatri di guerra, sono professionisti, non eroi. Dovrebbero esserlo anche quando perdono la propria vita in operazioni, perché se si é professionisti del combattimento si é guerrieri e non eroi. Guerrieri ed eroi, due sostantivi che non sono sinonimi ma parigrado, uniti da una congiunzione semplice, come narrava Dino Buzzati nel ’71 quando scriveva di loro raccontandone “quel passo lieve e fermissimo che un tempo, si diceva, appartenesse ai guerrieri e agli eroi”. 

Sono ugualmente professionisti e uomini di Stato, ma non eroi, i nomi e volti resi popolari  dalla cronaca di questo ultimo tragico capitolo afgano: il giovane diplomatico Tommaso Claudi rimasto con funzioni consolari presso l’aeroporto di Kabul , l’ambasciatore italiano Stefano Pontecorvo, alto rappresentante Nato in Afghanistan, anche lui rientrato con l’ultimo volo, o il maggiore Anna Maria Tribuna, pilota del C130J che ha attuato la manovra evasiva di sicurezza a fronte della minaccia talebana in fase di decollo da Kabul. 

Come sono professionisti tutti i 1500 soldati impegnati nell’operazione Aquila Omnia messi in campo dalla Difesa sotto il comando del  COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) guidato da generale Luciano Portolano che, attraverso il ponte aereo Kabul-Roma, in 15 giorni hanno evacuato circa 5000 profughi afgani oltre a militari e  civili italiani e ai membri delle Ong. 

E come infine sono professionisti e non eroi le silenziose eccellenze militari italiane dispiegate a protezione dell’aerea aeroportuale e delle operazioni, quali il 187° reggimento della Brigata Folgore, le Forze speciali del 9° Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, il 16° stormo dell’Aeronautica o i Carabinieri del Tuscania. 

Dio Patria e famiglia, a volte ritornano

C’é un punto di non ritorno nella cultura di un paese che vuole etichettare eroe un professionista affibbiandogli un’immagine mediatica che non é la sua, condita dal consunto buonismo divulgativo del politicamente corretto.

É quello in cui si tenta di osannare mediaticamente un giovane diplomatico come Claudi per il fatto di aver accudito profughi, neanche fosse un volontario di una Ong, bypassando la scelta diplomatica italiana di aver fatto rientrare in sede l’ambasciatore, in totale difformità rispetto alle altre rappresentanze diplomatiche di Francia, Spagna, Regno Unito e Germania.

Oppure  celebrare un pilota come il maggiore Tribuna in quanto donna che ha  salvato un carico umano di profughi con straordinario sangue freddo come se, per un pilota militare di sesso femminile sangue freddo e addestramento non fossero scontati.  Distraendo così  l’attenzione dai tanti perché la Difesa, ha rincorso più che pianificato tanto  l’evacuazione  dei funzionari diplomatici da Kabul quanto il rimpatrio in extremis dei profughi afgani.

Anche questa volta il vizio di affrescare nell’iconografia umanitaria il senso vero delle due professioni, quella diplomatica e quella militare, ha evitato che l’informazione indugiasse su temi paludosi invisi ai canali politici.  Eppure é proprio sui terreni paludosi che si scivola malamente se non si hanno anfibi ben piantati.

É il caso della congiuntura temporale  davvero sfavorevole per parlamentari rimasti senza colf in agosto,  quando quello stesso  slogan “Dio Patria e Famiglia”  a fronte di una politica pigra, incerta e pusillanime, anziché “vita de merda” rappresenta  l’extrema ratio percorribile di un Paese che non può permettersi il lusso di fallire ancora. 

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