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Rapporto della Normale: La mafia in Toscana c’è

Mafia in Toscana

Presentata l’indagine sperimentale sulla Mafia in Toscana della Scuola Normale di Pisa: le attività includono traffici illegali, usura e riciclaggio di denaro.

Toscana, la mafia c’è

Nella Regione Toscana non ci sono clan locali. Ma la mafia c’è, con individui e organizzazioni venuti da altre regioni o da altri Stati che operano in una vasta serie di attività criminali: traffici illeciti, usura, riciclaggio di denaro, appalti e corruzione. E il fenomeno è anche molto più ampio della realtà che emerge dalle condanne giudiziarie per l’articolo 416 bis, perché include varie attività criminali, ugualmente pericolose.

A fotografare la situazione, il Rapporto Mafia in Toscana realizzato dalla Scuola Normale superiore di Pisa per conto della Regione Toscana che è stato presentato oggi a Firenze presso la sede del Consiglio regionale dal presidente della Regione Enrico Rossi e dall’Assessore alla Legalità Vittorio Bugli.

Anche la Regione Toscana, dunque, non è esente da fenomeni mafiosi, come evidenzia il rapporto della Normale, che è stato realizzato dalla professoressa Donatella Della Porta, con la collaborazione di Andrea Pirro, Salvatore Sberna e Alberto Vannucci.

E poiché nessun territorio si può considerare esente da rischi di infiltrazioni criminali mafiose, ha detto alla presentazione il presidente Rossi, l’unico antidoto è costituito da “una società e istituzioni vigili, reattive e pronte ad andare in Procura della Repubblica al primo sentore, insieme a una cittadinanza attiva, che ne parli e ne parli ad alta voce”.

 

Mafia in Toscana, una ricerca innovativa

Il team di studiosi della Normale ha utilizzato per il rapporto metodi di ricerca innovativi e sperimentali, che hanno coinvolto anche le principali istituzioni impegnate in Toscana nell’attività di prevenzione e contrasto dei fenomeni criminali.

Due i “business” illeciti particolarmente fiorenti della mafia in Toscana: i traffici e il riciclaggio. Gruppi grandi e piccoli, infatti, appartenenti alle mafie storiche italiane o a quelle di Paesi stranieri, operano in Regione sia per svolgervi lucrosi commerci illegali, sia per reinvestire i denari realizzati altrove in attività economiche lecite.

I traffici, in particolare quelli su larga scala di stupefacenti, fanno riferimento al porto di Livorno, che è una vera e propria porta di ingresso soprattutto per la cocaina destinata non solo all’Italia ma all’intera Europa, e fa capo soprattutto alla Ndrangheta calabrese. Un po’ tutte le mafie, invece, sono attive nella vendita di droga sui mercati “locali”.

Molto attivi sono poi i gruppi – soprattutto di origine casertana, dediti a gioco d’azzardo e usura, mentre in alcune aree (nella comunità cinese di Prato, in Versilia, Lucchesia e Valdarno) si registrano fenomeni di estorsione e pizzo.

Nello sfruttamento della prostituzione e nella riduzione in schiavitù operano prevalentemente organizzazioni straniere, mentre il caporalato e il lavoro irregolare sono attività diffuse soprattutto nel Senese e in Maremma, mentre l’intera regione è tra le prime in Italia per fenomeni di criminalità ambientale.

Il riciclaggio di risorse finanziarie guadagnate altrove, invece, riguarda le mafie italiane storiche, che operano con ingenti e diversificati investimenti nel settore turistico, nel commercio e nel settore immobiliare, mentre si registra una presenza diffusa di imprenditoria mafiosa nello smaltimento dei rifiuti, nel tessile e nell’edilizia.

 

Toscana, 392 beni confiscati

Ricca la mappatura dei beni confiscati ad associazioni criminali che viene riportata nel Rapporto della Normale. Sono ben 392 cespiti, di cui quarantaquattro aziende e il resto immobili, presenti in 49 comuni, il 17 per cento di tutti quelli che ci sono in Toscana. Dai dati sembra crescere sia il numero dei beni confiscati che il loro valore. Le aziende sono state sequestrate per lo più a Prato e provincia (38%), Lucca (26%), Livorno (12%) e Firenze (9%). Arezzo è invece la provincia con più immobili confiscati, seguita da Livorno, Lucca (con il più alto numero di unità a destinazione commerciale e industriale) e Pistoia. Pochi sono invece i beni per cui è stata decisa l’assegnazione definitiva.

 

Corruzione, istituzioni a rischio

Il capitolo corruzione è quello che minaccia più direttamente le istituzioni, e riguarda soprattutto gli enti locali.

I dati dell’inchiesta inoltre, che riguardano sia le denunce che le condanne, evidenziano una tendenza all’aumento sia dei reati contro la Pubblica amministrazione in genere che della corruzione in particolare. Ad Arezzo, addirittura, il numero dei casi di corruzione è triplicato, passando da 36 a 113), a Firenze, Lucca e Prato; sono stabili invece a Livorno, Pisa e Siena. Inoltre, si registrano 21 processi per corruzione, sei per concussione e 39 per peculato avviati nei tribunali toscani tra il 2014 e 2015. Spiccano, dopo la provincia aretina, i ben 13 processi per corruzione avviati a Firenze, i 12 per peculato a Grosseto, i 13 sempre per peculato a Pistoia.

A questo proposito, gli strumenti di mappatura messi in campo da Irpet e Osservatorio regionale sugli appalti, potrebbero aiutare a individuare i settori più delicati e vulnerabili.

“L’Osservatorio sugli appalti pubblici che abbiamo costituito anni fa – ha ricordato l’assessore Bugli – gestito interamente con tecnologie informatiche, si sta rivelando uno strumento determinante per il controllo e la prevenzione, e lo stanno utilizzando anche Dia, Guardia di Finanza, Anac e Carabinieri per le loro ricerche”.