25 novembre, per dire NO alla violenza sulle donne

25 novembre, per dire NO alla violenza sulle donne

25 Novembre 2016 0 Di Patrizia Russo

Nell’epoca contemporanea i legami tra le persone stanno diventando sempre più effimeri, dando vita ad una società più fragile e in cui a rimetterci sono principalmente le donne

Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. È triste constatare che nel 2016 si parli ancora di violenza di un essere umano contro un altro essere umano, di un forte contro un debole, di un uomo su una donna. Quest’ultimo atto, portato alle estreme conseguenze, si chiama femminicidio. Nei primi otto mesi del 2016 sono 76 le donne che, come rendono noto le forze dell’ordine, non sono tornate a casa. Uccise da un uomo che diceva di amarle. E si calcola che più del 70% delle donne nel mondo sono state vittime nel corso della loro vita di violenza fisica o sessuale da parte di uomini. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. 
Sul perché si arrivi a compiere certi atti sono gli psicologi e gli psichiatri a dare spiegazioni, diversamente sono i giudici e gli avvocati che assolvono o condanno l’omicida o il violento.

no-alla-violenza-sulle-donne
La mia riflessione, quindi, non vuole essere su chi uccide o su chi compie violenza, ma su chi vede e non parla, su chi sa e non denuncia. Su una società che è cambiata e che sta diventando sempre più individualista. A mio avviso, non è più solo necessario, da parte delle istituzioni, forze dell’ordine, magistrati, medici, prendere in carica il malato o il furioso, ma è fondamentale capire perché la comunità davanti a certi eventi tragici, non interviene e rimane indifferente.
Oggi sono venuti meno, o comunque sono fortemente in crisi, alcuni valori fondamentali quali l’amicizia, l’amore, la solidarietà, il rispetto. Nelle passate generazioni, se succedeva qualcosa di brutto o pericoloso ad un membro del gruppo, tutti gli altri si adoperavano per aiutare o per andare in cerca aiuto. Allora mi chiedo, perché le amiche della ragazza riminese stuprata nel bagno della discoteca, anziché intervenire stanno lì inermi a riprendere la scena e a sghignazzare (come si capirà poi dal filmato), mentre una loro amica (almeno così si consideravano) sta vivendo un’esperienza devastante? Perché decidono di condividere il video su WhatsApp? Cosa ha portato la nostra società a diventare indifferente verso il prossimo che chiamiamo amico? Perché, anche solo per un istante, non si sono immedesimate nella compagna cercando di provare, capire quello che stava subendo?

nastrobianco
Anche il concetto di solidarietà è profondamente cambiato. Questo valore oggi si esprime pienamente tra gli appartenenti ad una stessa razza, allo stesso partito, alla stessa squadra di calcio o per un interesse in comune, un’opportunità di guadagno. Oppure, si ritrova in quelle persone cui la vita ha riservato qualche difficoltà. Ma la solidarietà verso un estraneo, verso una donna che chiede aiuto, perché è scomparsa? Significativo l’appunto del PM sul caso della ragazza semi carbonizzata a Roma: “Se qualcuno fosse intervenuto, adesso, Sara Di Pietrantonio sarebbe ancora viva”.
L’ultima riflessione pone l’accento sul perché queste donne sono lasciate sole, non comprese, ignorate. Sul perché, nella maggioranza dei casi non denunciano, non si recano alle strutture pubbliche in grado di aiutarle o se denunciano non sono ascoltate. Come la tredicenne di Melito di Porto Salvo, che aveva affidato ad un tema in classe il racconto di una violenza durata tre anni ad opera di sette ragazzi: la madre sapeva, la comunità sapeva, ma per salvare l’onore della famiglia tutto viene taciuto.
Spesso il movente è il possesso o il considerare la donna un essere inferiore, di cui disporre a proprio piacimento. I fatti che risalgono alle cronache mostrano che ancora oggi una donna è considerata di proprietà del marito, compagno, padre. E che se è libera di amare, non è altrettanto libera di smettere.
Una possibile risposta a questi interrogativi ce la offre Zygmunt Bauman con la definizione di “società liquida”. Con questa espressione il noto sociologo polacco intende che nella modernità è entrato in crisi il concetto di comunità, di libertà, di ideologia, di rapporti e strutture sociali. Tutto ciò, secondo Bauman, produce una società votata al consumismo, egoista, individualista dove nessuno è più amico, ma bensì antagonista di ciascuno, da cui guardarsi e difendersi. L’altro è un estraneo. Questo “soggettivismo” e l’assenza di regole, rende la società fragile e mancando ogni punto di riferimento, tutto appare liquido.
E, aggiungo io, in questi tempi di incertezza, dei social network in cui pensiamo di essere connessi, di avere tanti amici e centinaia di like, invece siamo sempre più soli. Bisognerebbe provare a reinserire nel nostro vocabolario e nelle nostre abitudini due parole magiche: empatia e gentilezza.
Empatia, provare a mettersi nei panni degli altri, vedere il mondo non solo con i miei occhi, ma anche con quelli del collega, del fidanzato, dell’amica, del vicino. Questo implica per molti un grande sforzo. Anche Elvis Presley cantava in una nota canzone “cammina per un miglio nelle mie scarpe”.
Poi c’è la gentilezza: un sorriso, un buongiorno spontaneo, entrare in relazione con l’altro senza convenienze. A questo proposito mi torna in mente un grande insegnamento che recita così: “ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre”.
Credo che bisogna farne tesoro e orientare i nostri comportamenti in questa direzione, altrimenti anche noi, spettatori, saremo complici.