8 marzo, i diritti “velati” della donna in Iran

8 marzo, i diritti “velati” della donna in Iran

08 Marzo 2019 0 Di Patrizia Russo

La donna in Iran: il rapporto con il velo, i diritti “velati”, il maggior numero di rinoplastiche al mondo e un’ospitalità che conquista.

“Il mondo è bello perché è vario” afferma un proverbio popolare. E calza perfettamente anche alla giornata di oggi in cui si celebra in tutto il mondo, o quasi, la festa della donna. Perché è evidente che, per una donna, ci sono condizioni più favorevoli in cui nascere rispetto ad altre. Diciamolo chiaramente: un conto è nascere donna in Islanda, nei Paesi Bassi, in Norvegia, e un altro è farlo in Egitto, a Gibuti o nella Repubblica Islamica dell’Iran. E proprio dopo un viaggio in quel paese viene facile chiedersi cosa vuol dire essere donna in Persia nel 2019.

Se in Italia la donna combatte costantemente per la parità di genere nella società, nel mondo del lavoro e in quello politico, in Iran lo fa per vedersi accordati almeno i diritti minimi. Come in molte culture islamiche la società è prettamente maschilista: la miscela di tradizione e religione incatena soprattutto la donna. Pur essendo un paese molto giovane dove il vasto accesso all’istruzione garantito alle donne (il 60% degli universitari sono di genere femminile e circa il 90% delle donne iraniane frequenta la scuola) ne fa la parte più colta e preparata della società è carico di contraddizioni.

Iran, una donna dietro il velo

Camminando per città e villaggi un dettaglio che salta agli occhi è l’uso del velo. La legge che reintrodusse l’obbligatorietà, per le donne, di indossarlo risale alla rivoluzione del 1979 guidata dall’ayatollah Khomeini.

Ancora oggi se una donna cammina per strada con il capo scoperto rischia di essere fermata e sanzionata dalla polizia. Anche una viaggiatrice che si appresta a visitare l’Iran lo deve tenere nella borsa già in aereo, perché appena si apre il portellone inizia l’incontro-scontro con questo “pezzo di stoffa”.

L’ijiab deve essere indossato sempre, e portarlo non è facile: cade, ingombra, in alcuni momenti limita la visuale; sostanzialmente non è un cappello o una sciarpa che si può decidere di indossare o meno.

Iraniana o turista, mussulmana o meno, in Iran a qualsiasi donna è vietato mostrarsi pubblicamente con il capo scoperto.

Ebrahim però lo indossa anche una sera a casa sua, perché a cena sono presenti uomini non appartenenti alla sua famiglia.

Balzano agli occhi, soprattutto nelle città meno conservatrici, le iraniane più giovani, per lo più appartenenti al ceto medio-alto, che lo indossano con eleganza, di vari colori, spesso firmati da griffe europee, che lo lasciano scivolare sul capo con noncuranza fino a scoprire quasi la metà dei capelli. Chissà se Atineh e Elahe sanno cosa voglia dire sentire il vento tra i capelli …

Iran, due generazioni di donne con il velo (ph. In24 / P. Russo).

Iran, due generazioni di donne con il velo (ph. In24 / P. Russo).

Il secondo dettaglio che non si può non notare è il nero dello chador (il velo islamico che copre capo e corpo), che si muove per villaggi e città con grazia e quasi in silenzio.

Le turiste sono esonerate dall’indossarlo, a meno che non visitino alcuni luoghi sacri. Sono però obbligate a vestire in modo hejab, termine che indica in generale il vestire “modesto” nascondendo in sostanza le forme e coprendo collo, polsi e fondoschiena.

Questo precetto vale anche per le donne iraniane, ma se ne vedono poche vestite all’occidentale, fatta eccezione per Teheran che rappresenta l’immagine più laica e liberale del paese.

La grande maggioranza delle donne iraniane indossa questo lungo lenzuolo nero che si presenta come un mantello, che copre da capo a piedi e che è tenuto chiuso con una mano sotto il mento ad incorniciare il volto.

Come in molti altri paesi che osservano la legge coranica, sotto lo chador emerge una forte femminilità rappresentata da smalto rosso, un trucco molto curato, jeans attillati e … nasi perfetti.

In questo paese il tasso di chirurgia plastica nasale è uno dei più alti al mondo. In molte sognano un naso occidentale e chiedono al chirurgo di poter “ritoccare il proprio profilo arabo”.

Quindi un’altra cosa che salta agli occhi sono proprio gli innumerevoli cerottini posti sul naso delle donne operate da poco. Una cura estrema della propria bellezza, dunque, quasi a ribadire la propria presenza fisica nel regime.

Iran, donne in chador all'uscita dalla moschea (ph. In24 / P. Russo).

Iran, donne in chador all’uscita dalla moschea (ph. In24 / P. Russo).

Sia che la donna, a partire dai nove anni di età, indossi lo chador per andare a pregare o al bazar, il fazzoletto colorato per coprirsi il capo per rispettare la legge o il velo dell’uniforme per andare a lavorare, il significato implicito di cui il velo è portatore, in occidente, rimane invariato: la donna velata è velata comunque, il codice che trasmette della diversità, della lontananza culturale, della sottomissione ad una società maschilista rimane lo stesso.

La libertà d’indossare ciò che si preferisce è solo uno dei diritti negati alle donne iraniane, ed è anche quello più evidente.

Diritti, in Iran sono “roba da uomini”

L’uguaglianza dei diritti è, di fatto, negata quando si parla di matrimonio, divorzio, affidamento e custodia dei figli. E ancora. Le donne non possono accedere allo stadio, non possono viaggiare senza l’approvazione del padre o del marito, nemmeno la parola è possibile rivolgerle senza il suo consenso; anche se a farlo è un’altra donna.

E si potrebbe andare avanti: il codice iraniano non permette che uomini e donne si tocchino in pubblico, non è ammessa la convivenza, nei villaggi sono ancora presenti i matrimoni precoci e combinati, le donne non possono ballare e cantare in pubblico, (anche se su una terrazza di un caffè di Yazd qualcuna ha trasgredito) abusi, stupri, molestie e violenza domestica rimangono ancora quasi tutte pratiche impunite.

Iran, giovani che cantano e ballano a Yazd (ph. In24 / P. Russo).

Iran, giovani che cantano e ballano a Yazd (ph. In24 / P. Russo).

Anche se l’immagine che restituisce la donna iraniana è la fotografia immutabile di tempi che cambiano con grande rapidità, qui, a differenza di alcuni paesi vicini, le donne possono ricoprire cariche pubbliche, come nel caso di Leila, sindaco di Falavarjan, guidare, votare e lavorare.

Ci sono donne nella polizia, nei tribunali, nelle scuole e negli ospedali. Il motivo è rappresentato anche dal fatto che, data la ferrea tradizione islamica che non consente agli uomini, anche se operatori di polizia, medici ecc, di interloquire con l’altro sesso, diventa imprescindibile la presenza di una donna che si prenda cura di altre donne.

E’ il caso di Afsaneh, la poliziotta che si occupa della perquisizione delle turiste all’ingresso del mausoleo di Shah-Scheragh, che offre sorrisi e saluti cordiali a tutti, o l’inflessibile agente che con una salvietta ha ordinato ad una turista di togliersi il rossetto rosso e il trucco, a suo giudizio troppo vistoso per il santuario di Fatimah Masumah.

Iran, donna al lavoro in un laboratorio di produzione artigianale di ceramica (ph. In24 / P. Russo).

Iran, donna al lavoro in un laboratorio di produzione artigianale di ceramica (ph. In24 / P. Russo).

Ovunque i manifesti pubblicitari ritraggono donne velate e coperte; ma non sempre è stato così. La civiltà persiana ha avuto un passato di tolleranza, permissivismo e libertà di pensiero, parola e costumi, come è rappresentato dagli affreschi dell’antico Palazzo delle Quaranta Colonne di Esfahan, i cui muri sono ricoperti di dipinti raffiguranti uomini e donne che bevono vino, ballano e si intrattengono con l’altro sesso. Una solerte guida turistica ci spiega che sono donne “straniere”, occidentali e cinesi. Sarà anche così, ma è evidente ancora una volta che la cultura iraniana del passato era molto più aperta oltre che grandiosa e sfarzosa.

Viaggiando per il Paese si nota una vita quotidiana fatta di tabù e leggi imposti dal regime, e che i giovani provano a trasgredire. Le nuove generazioni hanno incorporato le stranezze della Repubblica islamica alla loro vita in modo così naturale che quasi non hanno più alcun peso: l’esperienza vissuta da due fidanzati, fermati per essersi scambiati un gesto d’affetto per strada, è qualcosa da metter in conto nella quotidianità iraniana, ma che i giovani iniziano a contrastare.

Le autorità non vedono di buon occhio il turismo occidentale, perché rischia di portare troppi mutamenti e contaminazioni. Ma le novità arrivano comunque. Instagram è accessibile, mentre Facebook è bloccato ma i giovani hanno trovato il modo di bypassare la censura.

E la donna italiana è pur sempre un “oggetto” da ritrarre, perché diversa. Per questo Amir, una anziana signora incontrata sulla via di Kashan, con uno sguardo, un sorriso e uno smartphone ci chiede gentilmente un “selfie”.

Parlare con i giovani, in Iran, è facile: fermano per strada i turisti per esercitarsi con l’inglese, sfogarsi (mancanza di lavoro, difficoltà a viaggiare, embargo) o per chiedere un parere sul loro paese.

Anche in questo la differenza tra un regime autoritario e il comportamento del suo popolo è abissale.

Ovunque si avverte la simpatia, l’accoglienza, lo sguardo benevolo della gente. L’Iran, tra tutti i paesi di religione musulmana visitati, è di gran lunga il più amichevole.

Iran, manifesto murale contro l'Occidente, accusato di voler cambiare la donna iraniana musulmana (ph. In24 / P. Russo).

Iran, manifesto murale contro l’Occidente, accusato di voler cambiare la donna iraniana musulmana (ph. In24 / P. Russo).

La donna iraniana ha ancora molti obiettivi da raggiungere

Pensiamo, dunque, ai nostri privilegi (libertà di stampa, di opinione, di costume, di movimento ecc) e a quando è diverso nascere in un paese piuttosto che in un altro. Ma in realtà sono privilegi o sono diritti? Quasi tutte le società, anche quella italiana, hanno dovuto lottare per raggiungere e rivendicare diritti e libertà fondamentali e la parità ancora non è stata raggiunta in molti settori.

Lo sguardo torna alle donne iraniane e la riflessione si sposta sul fatto che, in molte parti del mondo, tutte le donne, più o meno, hanno avuto lo stesso destino: chi prima, chi dopo hanno dovuto lottare per vedersi riconosciuti almeno i diritti fondamentali. La lotta delle donne iraniane ha ancora molti obiettivi da raggiungere. Dagli anni della Rivoluzione Islamica a oggi le donne hanno lavorato per ottenere dei cambiamenti.

Nel 2014 Masih Alinejad ha fondato il movimento My Stealthy Freedom (https://www.facebook.com/StealthyFreedom/) per rivendicare il diritto delle donne di scegliere il proprio abbigliamento contro quello imposto dal governo.

A trasformare un gesto isolato in una campagna virale è stato il video di una ragazza di 31 anni, Vida Mohavedi (divenuta simbolo della lotta contro l’hijab obbligatorio), che si è mostrata a capo scoperto in strada e con il velo legato in cima a un bastone (un gesto per il quale si rischia fino a due mesi di prigione e una multa di 100 dollari). Da questa manifestazione pacifica di protesta è partita la campagna promossa online e denominata “mercoledì bianco”, come il colore dei veli sventolati, sostenuta anche da alcuni uomini.

Non si condanna l’uso del velo, ma la sua imposizione, che priva della libertà quando non è una scelta personale indossarlo. Toglierlo è più che un’azione o un oggetto reale, è il più evidente dei simboli, che racchiude significati multilaterali (per chi lo guarda, per chi lo indossa, per chi lo teme, per chi lo sostiene).

Il dibattito sulle donne e il velo, dunque, è sempre aperto, rimangono centrali da entrambe le prospettive la priorità della libertà di scelta e il bisogno di autodeterminazione femminile, e mostra le grandi differenze che persistono tra una società più osservante e conservatrice, che sostiene che una gran parte delle donne lo porta volontariamente, e l’altra, più moderna e aperta al cambiamento.

Il popolo iraniano è composto da persone colte e intelligenti e da una gioventù in grande fervore, in cui arde il maggior agente di cambiamento sociale. Per questo possiamo sperare che si avvicini il giorno in cui le sue donne saranno libere di smettere di portar il velo (se lo desiderano) e troveranno il coraggio di chiedere e ottenere i propri diritti. Così, di punto in bianco, come quando hanno iniziato a truccarsi o a far scendere il foulard sui capelli senza che il regime potesse davvero fare qualcosa per impedirlo.