Algeria, ribellione totale contro il “pouvoir” di Bouteflika

Algeria, ribellione totale contro il “pouvoir” di Bouteflika

04 Marzo 2019 0 Di Corrado Corradi

Ribellione generalizzata contro il “pouvoir” di Bouteflika. Ma se non c’è alternativa alla “classe dirigente” che sostiene il presidente ultraottantenne e praticamente in coma, il paese rischia il caos.

Algeria, il popolo in piazza contro Bouteflika

Venerdì scorso, ad Algeri, ci sono state nuove manifestazioni di protesta con importanti tafferugli che hanno fatto un morto e più di un centinaio di feriti. Sono ormai diversi giorni che proseguono le proteste, indirizzate contro l’ipotesi della quinta candidatura dell’82enne AbdelAziz Bouteflika alla presidenza della repubblica. E le manifestazioni non sembrano voler cessare nemmeno dopo che domenica lo staff di Bouteflika ha fatto sapere alla tv Ennahar che il presidente sarebbe disposto a dimettersi entro un anno.

La manifestazione di venerdì scorso si è svolta dopo la preghiera (è bene ricordare la cifra islamica che i liberatori dell’Algeria hanno voluto dare al loro paese per cui i nati in Algeria sono, per costituzione, musulmani) ed è quindi ipotizzabile che qualcuno dalla moschea abbia soffiato sul fuoco… però, il materiale incendiario c’era tutto ed era ben accatastato.

Formalmente la protesta, imponente per il numero di manifestanti, era rivolta contro l’82enne presidente (per 19 anni consecutivi) Abdelaziz Bouteflika, dal 2013 sulla sedia a rotelle a causa di un ictus ma, soprattutto, sostanzialmente in stato comatoso nemmeno troppo vigile per gli ultimi due mandati che ha trascorso tra strutture ospedaliere in Europa e la sua residenza “medicalisé” (come usano dire con ironia gli algerini) di Zeralda.

Il perché un presidente possa regnare (è proprio il caso di dirlo) per quattro mandati e, una volta colpito da una malattia, possa continuare, così mal ridotto fisicamente e mentalmente, a “regnare” per altri due mandati e in più pretendere di presentarsi per un quinto… per l’Algeria del post liberazione, non è un mistero: rientra perfettamente nella logica del “pouvoir”, il potere, come lo definiscono gli algerini i quali dal 1962 sopportano stoicamente quel sistema che si è rivelato essere peggiore del colonialismo francese.

Perché Bouteflika ha la faccia così tosta (uso un eufemismo) tanto da pretendere di essere rieletto il prossimo 18 aprile per un quinto mandato?

Semplice, perché qualcuno lo pretende per lui, un qualcuno che s’identifica nel “pouvoir”, un miscuglio militar-poliziesco-religioso d’interessi privati, anche di basso profilo, che dai tempi della liberazione ammorba quel popolo.

Cinque mandati!! Dei quali due e forse tre da handicappato fisico e mentale… e il comico di tutto questo é che da quando é assurta al potere, la classe dirigente algerina del Fronte di Liberazione Nazionale (l’Fln della “Battaglia di Algeri”) addita la confinante monarchia marocchina come un sistema politico sclerotizzato solo perché si tratta di una monarchia.

Di manifestazioni di protesta l’Algeria ne ha viste tante. E se è per questo, ha visto anche una feroce guerra civile, di cui è stato protagonista anche un jihadismo della prima ora che, in vista del futuro, si è fatto le ossa sulla popolazione algerina e che era strumentale al “pouvoir”, magari per regolare qualche conto rimasto in sospeso, accaparrarsi terre, immobili e ricchezze e spartirsi in maniera banditesca, in danno al popolo algerino, i proventi delle enormi ricchezze del sottosuolo di quel paese.

Il bersaglio delle proteste è la classe dirigente che tiene “in vita” il presidente

Quella di venerdì scorso, però, mi sembra che “sia quella buona”, nel senso che ha rappresentato un segnale di “ras le bol” (la tazza piena) come dicono gli algerini francesizzanti, e il comatoso presidente permanente Bouteflika é il centro focale di un più ampio bersaglio che il popolo algerino vuole a tutti i costi colpire e abbattere: “le pouvoir”. Lo slogan più sentito, infatti, è “Alshaab yourid isqt al nidham”, ossia, “Il popolo vuole la caduta del potere”.

La volontà manifestata dai manifestanti (mi si passi il bisticcio) lo scorso venerdì mi è sembrata più forte e determinata della manifestazione di giubilo del 1962 per l’ottenuta liberazione.

Allora, malgrado stragi e rappresaglie da entrambe le parti, l’odio era svanito e prevaleva l’ottimismo.

Adesso prevale un miscuglio di sentimenti, tutti suscettibili di dare fuoco alle polveri: rabbia, delusione, odio, rancore, non contro un occupante straniero ma contro un tiranno spietato dello stesso sangue, il “pouvoir” che all’occorrenza sa anche essere beffardamente crudele.

Il problema è che al “pouvoir” non c’è alternativa, perché non esiste nessuna figura, umana o istituzionale, in grado di sostituirlo, anche perché il “pouvoir” l’ha probabilmente soffocata in fasce.

L’unica soluzione che vedo mi è suggerita dalla dichiarazione, dal sapore profetico, del premier algerino, il kabilo Ahmed Ouyahia (che si é fatto le ossa durante il periodo 93-97 quando imperversava il FIS, Fronte di Salvezza Islamico) il quale ha detto più o meno:

Le marce contro il presidente siriano Bashar al Assad sono iniziate con i fiori e sono terminate con il sangue”.

Ora, la situazione che ha determinato la crisi siriana è profondamente diversa da quella che si sta sviluppando adesso in Algeria. Però, l’unica svolta che vedo all’orizzonte è una ribellione totale, proprio come quella paventata dal celebre scrittore algerino Boualem Sansal:

Se Bouteflika verrà rieletto l’Algeria esploderà”…

E sarebbe un altro paese della riva sud del Mediterraneo a finire nel caos.