Alta tensione nello Stretto di Hormuz, ma nessuno vuole la guerra

Alta tensione nello Stretto di Hormuz, ma nessuno vuole la guerra

23 Luglio 2019 0 Di Corrado Corradi
Inglesi e iraniani si sequestrano reciprocamente una petroliera: e la tensione internazionale nello Stretto di Hormuz torna alta. Ma nessuno in realtà sembra volere la guerra.

Sequestri di petroliere, alta tensione nello Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz ancora alla ribalta con il sequestro da parte degli iraniani di una petroliera inglese, in risposta al precedente sequestro di una petroliera iraniana da parte degli inglesi, avvenuto nello stretto di Gibilterra, e l’abbattimento da parte degli statunitensi di un drone iraniano. Eppure, l’impressione, suffragata dai fatti, suggerisce che nessuno vuole la guerra.

Infatti, le ultime guerre condotte nel Golfo Persico sono state scatenate per molto meno e con prove meno reali…

Ma se è così, allora perché aspettare così tanto a fronte di interessi geostrategici ed energetici tanto consistenti?

Comunque, a scanso di equivoci, ma soprattutto per ribadire che quell’area è “terreno di caccia degli yankee”, Donald Trump ha inviato nuove forze, parte delle quali saranno stazionate in un Paese che con la patria del “Bills of Rights” dovrebbe confliggere non poco e che invece da un bel po’ di tempo va a braccetto con gli Usa: l’Arabia Saudita.

Tanta “ammuina” per mostrare i muscoli in vista dei prossimi negoziati

Il presidente Usa Donald J. Trump sbarca dal Marine One sul prato della Casa Bianca venerdì 8 febbraio 2019 (Ph. The White House / Tia Dufour).

Eppure, l’impressione è che tutto ciò puzzi di ammuina, probabilmente in vista di un prossimo negoziato tra Stati Uniti e Iran, e che questa serie di sequestri e controsequestri di navi (specialmente britanniche) si inserisca nella dinamica di un preventivo braccio di ferro che impegna (ma contemporaneamente mette in mora e delegittima) quell’asse contro natura formato da USA-GB-Israele-Arabia Saudita, e il tutto sembra limitato a mostrare esclusivamente la capacità di deterrenza nei confronti degli iraniani e della loro minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz.

La presenza di militari statunitensi sul sacro territorio già calpestato dal profeta dell’Islam è suscettibile, infatti, di far “incazzare” non poco il mondo arabo-islamico e offrire all’Iran l’opportunità di accusare l’Arabia Saudita, che già non gode di molte simpatie in seno a tale mondo, di intelligenza con i nemici di sempre: amriki e hioud (americani ed ebrei).

A fronte di tale scenario un po’ machiavellico e, in verità, poco aderente al carattere di Trump, tuttavia realistico perché suffragato dal fatto che per essere una sfida all’O.K. Corral sta durando un po’ troppo e siamo già oltre i tempi supplementari senza che sia stato sparato un colpo… A fronte di tale scenario, dicevo, appare evidente che l’Iran è interessato più che altro a:

  • mostrare i muscoli che ha;
  • far intendere che non teme la guerra,
  • far capire che è disposto a mettere a ferro e fuoco tutta la regione del Golfo Persico.

“Non vogliamo la guerra ma non arretreremo di fronte al nemico”… ecco quanto ha twittato ieri Mohsen Rezaei.

Ed ecco che l’Iran annuncia essere disposto a nuove trattative sul nucleare in cambio della revoca delle sanzioni…

Siamo sicuri che gli Usa di Trump vogliano la distruzione ultima degli Ayatollah?

Sono in pochi a credere che gli Stati Uniti accetteranno una simile proposta, dal momento che il loro obiettivo ultimo è la caduta del regime degli Ayatollah.

Ma io non sarei così sicuro: siamo sicuri (mi si passi il bisticcio di parle) che, allo stato attuale, il principale obiettivo strategico di Trump sia la caduta degli Ayatollah?

In mezzo a questo “rebelot” mi sembra di intravedere una volontà inconfessabilmente condivisa di negoziare e contemporaneamente non perdere la faccia, e non escluderei a priori nemmeno la riapertura di nuovi negoziati diretti.