Bilancio, ecco il Rapporto della Corte dei conti

Bilancio, ecco il Rapporto della Corte dei conti

23 Marzo 2016 0 Di Pietro Nigro

Rapporto 2016 sulla Finanza pubblica della Corte dei conti: un Pil che cresce pochissimo, una riduzione della spesa pubblica che procede a rilento e troppi sconti fiscali sono gli elementi che mettono a rischio il bilancio dello Stato e della Pubblica amministrazione.

Bilancio, luci e ombre nel Rapporto Corte dei conti

Ci sono luci e ombre nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica presentato oggi dalla Corte dei Conti al Senato, dal momento che, come si ricorda nel documento,

 la necessità di mantenere i saldi di finanza pubblica su un percorso di rientro del debito e di riduzione della pressione fiscale richiede l’assunzione di non semplici scelte sul fronte della spesa pubblica e sul sistema di intervento nell’economia a favore di famiglie e imprese”.

Insomma, un Bilancio pubblico, quello italiano, in cui si è messo mano, si sono fatti notevoli sforzi, in alcuni settori, ma in cui ancora non si riesce ad agire efficacemente in altri, mentre il quadro complessivo di governo dei conti è stato profondamente mutato dalle riforme che si sono succedute.

Ma ecco, capitolo per capitolo, i punti delicati evidenziati nel Rapporto, frutto del lavoro delle Sezioni riunite e presentato oggi dal presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, dal presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo, Angelo Buscema, e dal consigliere Enrico Flaccadoro.

Nel 2015, il Pil è aumentato dello 0,8 per cento, e il Pil nominale ha anche superato le aspettative, con un incremento dell’1,5 per cento, a fronte di una previsione dell’1,2 per cento, ma gli andamenti congiunturali si sono indeboliti durante l’anno: il Pil è aumentato dello 0,4 per cento nel primo trimestre, ma il saggio di incremento è successivamente diminuito, scendendo allo 0,1 per cento nell’ultimo.

Ma le politiche economiche, oltre che stabilizzare la ripresa forse appena iniziata, devono anche puntare al rientro del debito, come richiesto dal’Europa e dagli stessi mercati finanziari. Al momento, sottolinea la Corte dei conti, l’indebitamento netto è tornato a ridursi, e non accadeva dal 2007, collocandosi al 2,6 per cento del Pil, mentre il saldo primario è stato dell’1,5 per cento, inferiore di due decimi di punto rispetto alle stime, grazie alla riduzione di circa 6 miliardi di euro della spesa per interessi (4,2 per cento del Pil, il livello più basso dal 1978-79. La spesa primaria corrente, in particolare, è stata ridotta tenendo sotto controllo i redditi da lavoro dipendente, le prestazioni sociali e le altre uscite, per complessivi 8,7 miliardi, mentre i consumi intermedi hanno superato i valori programmatici di 3,1 miliardi. Più elevata anche la spesa in conto capitale, con una differenza di 700 milioni.

Tra le entrate, sono state inferiori alle stime le imposte dirette (oltre 6,5 miliardi in meno) e le entrate in conto capitale (-1,6 miliardi), mentre imposte indirette ed entrate contributive sono state superiori alle stime, rispettivamente, per quasi 1,4 miliardi e per circa 650 milioni. Per il 2016, invece, con la manovra espansiva della legge di stabilità, il Governo punta ad ottenere un indebitamento del 2,4 per cento dall’1,4 tendenziale, mentre per il 2018 al posto di un avanzo dello 0,7 per cento si avrebbe un disavanzo dello 0,2 per cento. E se si mettono insieme obiettivi nominali più modesti e la richiesta di attivazione delle clausole di flessibilità, i conti dovrebbero subire nel 2016 un peggioramento di sei decimi di punto, e non il miglioramento di mezzo punto prescritto dal Fiscal compact, sbilanciamento che dovrà essere corretto in qualche modo nel biennio successivo.

Il debito pubblico dell’Italia, da molti anni tra i più elevati dei Paesi avanzati, è e resta il sorvegliato speciale della Commissione europea. E se nel 2007-2014 la sua incidenza sul Pil è cresciuta, come in tutta Europa di circa 30 punti, resta insostenibile il suo peso per la nostra economia sia per la maggiore profondità della recessione e il basso tasso di inflazione, sia per il maggiore costo del debito.

Il sistema fiscale in particolare, chiamato a garantire la tenuta dei conti ma anche a non soffocare la ripresa, è stato oggetto, fino al 2015, di ben 800 misure di finanza pubblica, cui si aggiungono quelle della legge di stabilità 2016. Ciononostante, l’Italia continua a distinguersi in Europa per livello e distribuzione del prelievo: a fine 2015, la pressione fiscale è stata del 43,3 per cento (tre punti superiore al livello di inizio secolo e quattro punti oltre quello medio Ue), e colpisce soprattutto i fattori produttivi. In particolare:

  • il prelievo sui redditi da lavoro è al 42,8 per cento, quasi otto punti oltre la media europea;
  • i redditi d’impresa sono tassati al 26 per cento, ossia ben oltre il 50 per cento della media UE;
  • il prelievo sui consumi è al 17,7 per cento, quasi 4 in meno rispetto alla Ue;
  • prelievo sugli immobili e sull’energia sono al quarto posto in Europa;
  • l’Iva non raggiunge il 6 per cento del Pil, il livello più basso fra i paesi Ue, e soffre di almeno 40 miliardi di euro di evasione;
  • l’Irpef soffre di troppe agevolazioni, troppe distorsioni e troppe eccezioni.

Se si prosegue verso una riduzione del prelievo, oltre che nella riduzione della spesa, è scritto nel Rapporto della Corte dei conti, per la copertura dei conti sarà necessario quanto meno un riassetto, per esempio della base imponibile, ma anche un aumento dell’Iva.

Sul fronte della spesa, la Corte ricorda la necessità di intervenire sui servizi di pubblica utilità, dove 10.315 amministrazioni pubbliche controllano e finanziano 10.964 imprese partecipate (di cui 7.767 attive con 927.559 addetti), mentre nel periodo 2000-2007, la spesa primaria della Pa è cresciuta ad un ritmo annuo poco inferiore al 4,5 per cento, in linea con la media europea. Tra le spese, tuttavia, hanno segnato aumenti di rilievo il capitolo pensioni (che sono il ancora il 28% della spesa pubblica) e gli interventi di sostegno dei redditi (ammortizzatori, indennità di disoccupazione, ecc.), mentre l’altro grande capitolo della spesa pubblica, i trasferimenti alle autonomie locali, segna un calo di ben il 2,7%, mentre l’istruzione scolastica è calata dell’1,7%. Inoltre, crescono complessivamente i trasferimenti verso altre amministrazioni e calano quelli verso le famiglie e le imprese, che sono poi i servizi erogati. Inoltre, i “costi di struttura”, che erano in rapporto di 10 a 1 rispetto alle attività gestite, ora sono stimati 14 a 1.

In particolare, rileva sempre la Corte dei conti, alla fine del 2014, la spesa previdenziale ha quasi raggiunto i 300 miliardi, poco più dei due terzi della complessiva spesa per la protezione sociale, assorbita per l’87,2% dalle pensioni (15,9 per cento del Pil). Solo negli ultimi anni, tuttavia, si sono visti i primi effetti della riforma varata a fine 2011 per introdurre regole di accesso e di calcolo più uniformi e finanziariamente più sostenibili.