Cari italiani, vi guardo da fuori e non capisco

Cari italiani, vi guardo da fuori e non capisco

21 Marzo 2020 0 Di Redazione In24

Sono un emigrante o, come si dice oggi, un expat.

Dove vivo è sbarcato il coronavirus, ma la situazione non è ancora drammatica e speriamo non lo diventi.
Da qui, tramite parabole e opportune connessioni, riesco a seguire le news dall’Italia in tempo reale.

Vi guardo ogni giorno da fuori, cari italiani, miei compatrioti.

Dai primi casi di Codogno e Vo Euganeo del 21 febbraio, all’esercito schierato oggi nelle strade di Milano.

Nel mezzo ho visto di tutto: prima una ristretta zona rossa, poi allargata alla Lombardia. Ho visto l’esodo funesto di popolazione dal Nord al Sud, con il suo tragico carico di virus, gli appelli, l’estensione della zona rossa a tutta Italia.

Ho letto i decreti del governo, uno al giorno o quasi.

Ho seguito i numeri: il bollettino quotidiano di Borrelli è diventato un appuntamento fisso e sempre più angosciante.

Forse il ripetere come una mantra che i morti sono “morti CON il coronavirus e NON PER il coronavirus” non vi terrorizza abbastanza? 

Ho anche visto i pareri dei medici, virologi, anestesisti, che parlavano del virus e prospettavano tragici scenari, che si stanno puntualmente realizzando.
È la scienza, questa.

Mi sono detto: se tanti illustri medici che si suppone abbiano conseguito una laurea, poi una specializzazione, quindi esperienza sul campo affermano che l’unico modo per rallentare l’epidemia è seguire certe precauzioni, perché dubitarne?

(Non credo alle teorie dei complottisti, lo dico subito.)

Ergo, basterebbe seguire in modo pedissequo e noioso ciò che è stabilito nei decreti. Non per abdicare alle proprie libertà personali, o peggio, alla democrazia, ma solo per buon senso.

Con intelligenza, diligenza e – anche -resilienza, per uscire il prima possibile dalla spirale del contagio.

Invece, sui media e sui social, cari italiani, vi guardo e vedo cose che non capisco: persone in giro (non quelli che lavorano, cui va tutto il mio rispetto), polemiche sui runner e i loro pericoli, gente che rivendica il diritto di fare festa.
Ma anche i difensori dell’ordine, e del rispetto delle norme, certo.

Proprio oggi, 21 marzo, leggo di una festa a Cassino con dodici persone, in cui i carabinieri intervenuti sono stati aggrediti, o del giovane veneto che insulta le forze dell’ordine che lo fermano per un controllo.

Leggo di oltre 50 mila persone fermate dalle forze dell’ordine perché in giro senza motivo.

Appelli a non andare al mare o nei luoghi vi villeggiatura, persino.

Serve davvero un divieto, per queste cose? 

Leggo dell’abbandono di oltre duemila animali e l’appello di Borrelli a non disfarsi dei propri amici a quattro zampe.

Scorgo una crescente tensione sui social.

Poi vedo anche i flash mob canori e patriottici, le bandiere appese fuori dalle finestre.

Parole di speranza e solidarietà veleggiano leggere tra scuri le nubi dell’ansia.

Leggo di nuovi decreti che vietano attività motorie lontano da casa, chiusi i parchi pubblici, vietate attività ludiche o ricreative.

L’esercito per le strade.

Mi chiedo: c’era bisogno di giungere a tanto?

È normale, tutto ciò? Che si debba arrivare alla coercizione per ottenere ciò che il buon senso suggerirebbe di fare?

Io davvero non capisco il perché.

Forse 47 mila casi in un mese e oltre 4mila morti non sono abbastanza?

I 627 morti in un solo giorno (20 marzo) ancora non bastano a cambiare rotta.

Ho visto anche la fila di camion con centinaia di bare, i servizi di Sky News inglese dentro l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. 

Ho visto gli appelli di medici e infermieri devastati dallo sforzo immane di salvare tutti.

Vi guardo, e non capisco come si sia, in soli 30 giorni, arrivati a questo.

Mi chiedo perché non vi sia unione di intenti e rispetto totale delle regole, per il bene comune. Eppure sembrano concetti semplici, basilari.

Cari italiani, io vi guardo e non capisco.

Me lo spiegate, per favore?

Un italiano all’estero