Carol: film e verità sull’eroina gay che ha il volto di Cate Blanchett

Carol: film e verità sull’eroina gay che ha il volto di Cate Blanchett

05 Gennaio 2016 0 Di Diana Fichera

Dal 5 gennaio in Italia la pellicola di Todd Haynes, tratta dal romanzo di Patricia Highsmith: l’amore fra due donne, l’America conformista degli anni ’50, la rivolta, il coraggio di diventare ciò che si è.

Carol: film e verità sull’eroina gay che ha il volto di Cate Blanchett

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Una donna appena ventenne è in piedi dietro il bancone al reparto giocattoli dei grandi magazzini Frankenberg, New York. Manca qualche giorno a Natale, la ressa è disumana. Ma all’improvviso il tempo per Therese Belivet – così si chiama la giovane commessa – si ferma. Nella folla di mamme in corsa per il regalo, avanza un’apparizione: Carol, una bionda, elegante signora, in pelliccia di visone, si rivolge a lei. I loro occhi si erano già incontrati all’istante, quelli della sconosciuta sono grigi e incolori, “dominanti tuttavia come luce e fuoco”. Therese serve la sua cliente che poi scompare, non senza aver lasciato tutti gli indizi per essere ritrovata. Eccola, l’origine dell’azione di Carol, di Todd Haynes, probabile prossimo vincitore dell’Oscar: film e interpreti hanno già fatto incetta di premi e nomination.

Facile quando la protagonista, Carol Aird, ha il volto di Cate Blanchett: e quando accanto a lei c’è la giovane Rooney Mara in stato di grazia (per l’interpretazione di Therese Belivet Mara ha vinto il premio come migliore attrice all’ultimo festival di Cannes, ex aequo con Emanuelle Bercot). E facile ancora quando la sceneggiatura è firmata da Phyllis Nagy, che ha avuto la fortuna di conoscere ed essere amica di colei che dal nulla ha creato la storia di Therese e Carol

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All’origine del film Carol c’è “The Price of Salt”, romanzo del 1952 di Patricia Highsmith, la più “cinematografica” delle scrittrici americane: dalle sue opere sono nati film come “Il talento di Mister Ripley” di Anthony Minghella, “L’amico americano” di Wim Wenders, “L’altro uomo” di Alfred Hitchcock. Ma la storia del primo e unico romanzo omosessuale della scrittrice è piuttosto curiosa.  All’inizio degli anni ’50 la Highsmith era una autrice di gialli già piuttosto conosciuta, così quando il suo editore, Harper & Bros, si trovò di fronte a questa irregolare storia d’amore e di passione fra due donne rifiutò di pubblicarla. Fu necessario nascondere il nome dell’autrice dietro lo pseudonimo di Claire Morgan, ma l’impensabile accadde l’anno dopo, nel 1953, quando il romanzo uscì in edizione economica per Bantam, al prezzo di 25 centesimi.

 

Il romanzo di Carol ha venduto più di un milione di copie

Il successo commerciale fu grande, il libro (pubblicato più tardi con il titolo di “Carol”) vendette più di un milione di copie, per anni Patricia Highsmith ricevette decine di lettere indirizzate a “Claire Morgan”, per la maggior parte da parte di omosessuali, uomini e donne. Raccontavano, queste lettere, l’inferno dell’America profonda, l’orrore di una condizione vissuta come una condanna. Ma erano anche lettere di gratitudine: “Il suo è il primo libro del genere a lieto fine, non tutti ci suicidiamo e molti di noi se la passano bene”. Perché era proprio il finale il problema: per gli editori, per la censura, per la morale claustrofobica, per l’America del senatore McCarthy.

Carol sta divorziando dal ricco marito, lotta per l’affido condiviso della loro bambina, non ottenendolo e seguendo un impulso di disperazione e libertà, prende la sua auto e fugge verso il grande Ovest in compagnia della donna da cui si sente attratta: Therese, una commessa ventenne che nelle pause legge Joyce, vuole diventare una scenografa e rifiuta la proposta di matrimonio dell’aspirante fidanzato Richard. E alla fine di tutte queste regole infrante, nessuna delle due protagoniste si suicida, finisce in manicomio o si rimette sulla retta via della eterosessualità e della salute. Perché erano questi i soli epiloghi possibili all’interno della letteratura lesbica o lesbo-pulp che fioriva negli Usa negli anni ’50. Romanzi scritti spesso da uomini e indirizzati ad altri uomini. Non poteva essere così per Patricia Highsmith, donna che amava le donne e che con le donne visse relazioni, arredò case in campagna e in città e condivise la vita. Perché la storia di Carol e Therese nasce dalla vita dell’autrice.

 

Anche la Highsmith è stata commessa

Nel dicembre del 1948, Patricia Highsmith, 28enne scrittrice squattrinata, accettò un lavoro da commessa al reparto giocattoli dei grandi magazzini Bloomingdale’s, New York. Qui, poco prima di Natale, venne verso di lei una bionda e sofisticata signora. Comprò una bambola per la figlia e lasciò il suo indirizzo per la consegna: Mrs E.R Senn, di North Murray Avenue, Ridgewood, New Jersey.  Patricia Highsmith non la incontrò mai più, ma Carol era nata nelle pagine che la scrittrice buttò giù febbrilmente nei giorni successivi all’incontro. Kathleen Senn non seppe mai di essere stata trasfigurata in un romanzo e non seppe nemmeno che la scrittrice un anno dopo prese un treno per Ridgewood, si appostò vicino a casa sua per rivederla. Paradossalmente la fine della vera Carol fu ben diversa da quella del suo omologo letterario. L’ha ricostruita decenni dopo Andrew Wilson, autore di una monumentale biografia della Highsmith (tradotta in italiano con il titolo “Il talento di Miss Highsmith”). Il 30 ottobre del 1951 la 40enne Kathleen Senn, ricca figlia del proprietario delle Wiggins Airways, sposata e con problemi di dipendenza dall’alcol, entrò nel garage di casa, chiuse le porte e accese il motore della sua auto: “La Highsmith – scrive Wilson – non seppe mai cosa ne fosse stato della Carol in carne e ossa né che avesse messo fine alla sua vita”.