Home Opinioni Il Quadrante di Corrado Corradi Caso Regeni: ecco perché sembra un remake dell’Affare Mattei

Caso Regeni: ecco perché sembra un remake dell’Affare Mattei

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Giulio Regeni

Tanti dubbi sul caso Regeni, troppo presto definita vittima di un regime di polizia. E se fosse un remake del caso Mattei?

Caro Regeni, tanti i dubbi sulla morte del giovane italiano

Di quali notizie così “strategiche”, tali da giustificare un interrogatorio così selvaggio poteva essere latore il povero Regeni?

Il sindacato dei venditori ambulanti del Cairo col quale il nostro concittadino aveva dei contatti non ha lo stesso peso politico e sociale del “bazar” di Teheran o di Istambul, che sono realtà in grado di condizionare gli equilibrii di politica interna dei loro Paesi.

Per questo va ribadito che, quando vogliono sapere qualcosa, e se non ci sono elementi particolarmente “deviati”, Polizia e Servizi di tutto il mondo non hanno bisogno di sporcarsi le mani e la reputazione in quel modo così barbaro, sebbene tanto in voga in certi film che fanno testo nella fantasia dei non addetti ai lavori.

E allora, vien da chiedersi, per quale ragione far ritrovare il corpo? Per quale ragione non organizzare una messinscena piu credibile?

E’ evidente che i responsabili egiziani di Polizia e Servizi sono stati colti di sorpresa, perché le comunicazioni iniziali, così importanti in questi casi, sono state gestite malissimo, senza un minimo di prepaparazione.

Inizialmente, le dichiarazioni ufficiali hanno riferito trattarsi di incidente stradale.

E a queste dichiarazioni ha fatto seguito una sapiente azione di contro-informazione, che ha subito fatto trapelare le bruciature di sigaretta.

 

Facile pensare alla tortura di un regime di polizia

Sulla base di quella imprudente comunicazione della Polizia, a cui ha fatto eco il sospetto di tortura, é stato automatico pensare ad un interrogatorio, tanto più perché si é provveduto a “rimembrare” coram populo che in Egitto vige “un regime di polizia”.

Ma una tale affermazione è così banale che non trova spiegazione se non nella volontà di far passare un facile sillogismo: gli stati di polizia torturano, l’Egitto é uno stato di polizia, quindi il povero Regenti é stato torturato.

Sì, in effetti è evidente che il giovane Regeni sia stato torturato… ma non per estorcergli informazioni…

Torturato. Ma perché?

Ci sono infatti alcuni elementi che fan sorgere sospetti non in linea con le considerazioni espresse dai media, alle quali abboccano i più.

Innanzitutto, in Europa, si é subito puntato il dito contro la polizia egiziana e si é subito parlato di interrogatorio finito male. Ma, per quanto ne so, malgrado la popolazione de Il Cairo superi i 20 milioni, i servizi egiziani sono solitamente ben informati e non hanno bisogno di torturare un cittadino straniero per avere informazioni, anzi, sanno che se lo facessero si tirerebbero la zappa sui piedi.

Poi, il quartiere dove é stato rinvenuto il cadavere del povero Regeni, se non vado errato, é situato nel distretto popolare cairota di Imbaba, denominato anche “repubblica islamica di Imbaba” (dove ai tempi di Morsi sono stati accoppati senza troppa eco numerosi copti, tant’é che da li se ne sono andati).

Inoltre, Regeni era un giovane di esperienza, tutt’altro che sprovveduto e avrebbe saputo far fronte dialetticamente ad un qualsiasi commissario di polizia mosso dalla foia di perseguitare oppositori e loro sostenitori (tanto più che precise disposizioni di fare il sorrisino ai giornalisti occidentali erano già state diramate ai vari livelli dei vari reparti di polizia).

E poi, quali sono le notizie di interesse che si devono a tutti i costi estorcere a un qualsiasi Regeni che circola tra il Marocco e la Malesia? Per esperienza: nessuna. Nessuna che non sia acquisibile con un pedinamento o con altra tecnica di intelligence che sia meno, diciamo così, “invasiva”, e soprattutto meno suscettibile di creare uno “sputtanamento” internazionale.

A chi giova, allora, un delitto così efferato, inutile e sospetto?

A chi giova, allora, un delitto così efferato, inutile e sospetto?

Sicuramente non all’apparato di sicurezza egiziano e meno ancora ad Al-Sisi.

Certo, non si può escludere l’azione di alcuni poliziotti violenti o infedeli; ma il grido levatosi immediatamente dopo la scoperta del cadavere del nostro concittadino aveva il sapore di uno slogan preconfezionato, più banale che sentito: «In Egitto vige un regime di polizia»…

Che scoperta!

Qualche minuto dopo il rinvenimento del cadavere, i siti vicini ai Fratelli musulmani hanno subito dato la notizia di segni di tortura sul corpo, al fine di accreditare l’ipotesi di un violento interrogatorio finito male.

E la notizia si è immediatamente propalata in una Europa sensibile all’argomento dei diritti umani (salvo chiudere gli occhi sullo scempio che se ne fa in altri paesi ove i fratellini musulmani imperano) e plagiata dalla fratellanza musulmana, acerrima nemica di Al-Sisi.

Ecco i tre possibili sospetti

Il dato di fatto, adesso, é che siamo di fronte ad una indagine in cui le variabili sono molteplici e i sospettati, a rigor di logica, sono tre, escludendo, per le ragioni di cui sopra, la volontarietà del “regime” egiziano:

  1. il maggiordomo, escluso perché non esiste;
  2. alcuni solleciti poliziotti violenti e/o infedeli che hanno soddisfatto proprie indegne pulsioni oppure hanno risposto a ordini occulti di qualche apparato infedele del ministero dell’Interno egiziano che rema contro Al- Sisi… e non é improbabile;
  3. gli islamisti del quartiere, ispirati dai loro confratelli che dall’Europa si stracciano le vesti per il “regime di polizia” instaurato in Egitto, allo scopo di somministrare una polpetta avvelenata ad Al-Sisi… Ed anche questo non é improbabile.

Se fossi un magistrato italiano, gradirei sentire anche la professoressa universitaria inglese “mentore” del giovane Regeni. E ciò perché:

  • il guasto nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto, verificatosi in seguito a quel brutto episodio, a qualcuno giova; e guarda caso giova alla Gran Bretagna, per numerose ragioni, non ultima la scoperta da parte di Eni di un enorme giacimento di gas vicino a Damietta;
  • qualcuno dice che la mentovata professoressa universitaria “tutrice” del giovane Regeni sia un’attivista anti Al-Sisi e simpatizzante della Fratellanza musulmana.

In questo caso, accontentarsi di una verità che puzza di artefazione lontano un miglio non é utile nemmeno alla real-politik, perché fa il gioco di chi ha indotto il giovane Regeni a farsi inconsapevole strumento di giochetti sporchi mirati sia a fare lo sgambetto ad Al-Sisi sia a sloggiare l’Italia dall’Egitto.

Egitto che qualcuno, in Gran Bretagna, continua a considerare proprio territorio di caccia, e di cui l’Italia sarebbe un partner affidabile per un equo sfruttamento delle risorse energetiche appena scoperte…

In fondo, mutatis mutandis, sembra l’affare Mattei che si ripete.

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Corrado Corradi
Corrado Corradi è nato a Parma nel 1956 e nel 1965, al seguito dei genitori, emigra in Marocco ove frequenta le Scuole elementari e medie in Casablanca e superiori a Tangeri. Nel 1975 rientra in Italia per fare il servizio militare, nel 1977 é presso la Scuola Militare di Paracadutismo della «Folgore» ove consegue la qualifica di Istruttore di Paracadutismo e il grado di Sergente; nel 1980 accede al 9° Battaglione d’Assalto Incursori Paracadutisti «Col Moschin» ove rimane fino al 1993 partecipando ai principali addestramenti e alle principali operazioni del Reparto. A giugno del 1993, col grado di Capitano, transita presso gli OO.II.SS. (Oganismi di Informazione e Sicurezza) che lo « spediscono » in giro per il mondo arabo-islamico (Algeria, Tunisia, Yemen, Giordania, Iraq e Marocco). Posto in quiescenza nel 2011 con il grado di Colonnello, assume per conto Eni la responsabilità della sicurezza del Gasdotto Trans-tunisino e si trasferisce a Tunisi ove rimane fino a febbraio 2016 quando rientra in Marocco ove attualmente risiede nel paese costiero di Skhirate.