Curdi, un popolo fiero ed indomito vittima delle potenze dell’area

Curdi, un popolo fiero ed indomito vittima delle potenze dell’area

11 Ottobre 2019 0 Di Luca Tatarelli

Di Pierpaolo Piras

Ankara. Non c’è pace nel calderone ribollente del Medio-Oriente.

Sulla questione curda si infiamma il Medio Oriente

Mercoledì scorso, la Turchia ha iniziato l’attacco militare terrestre (“Fonte di Pace”) nella regione nord-orientale della Siria, facendo seguito al bombardamento aereo e d’artiglieria delle città di Ras al-Ain e Tal Abyad, sulle postazioni delle milizie curde (YPG) ivi installate.

Miliziane curde di YPG

Così riprendono le ostilità e, di conseguenza, le vittime e le sofferenze per i sopravvissuti di un popolo che nella sua lunghissima storia ha sempre dimostrato orgoglio e coraggio indomito, accompagnati da un forte senso identitario e religioso.

Non per ultimo, vige una straordinaria e storica emancipazione femminile che ha reso, nei secoli, le donne curde un esemplare esempio di partecipazione, anche militare, al destino politico del proprio popolo.

Il popolo curdo si riconosce come un’etnia risalente al 3000 A.C., occupante la grande area geografica compresa tra il sud-est della Turchia ed il nord-ovest iraniano, compresa anche la Persia di un tempo.

Il suo destino è stato perennemente conflittuale con queste due grandi potenze internazionali, fin dal momento nel quale hanno acquisito dimensioni politiche e giuridiche da stati nazionali.

A complicare e destabilizzare quest’area, si aggiungono, oggi, altri due Stati attivi politico-militarmente come la Siria e l’Iraq.

L’area conflittuale

Sul loro nome gli studiosi non hanno pareri unanimi, sebbene un vocabolo assonante sia contenuto in una tavoletta sumerica di circa 3000 A.C. e voglia dire “allevatore di armenti”.

I curdi parlano numerosi dialetti di matrice indoeuropea o iraniana.

Professano diverse religioni per lo più di ispirazione islamica o antichi riti di tipo animistico, come per gli Yazidi e gli Aleviti.

Se ne contano circa 30 milioni, gran parte dei quali vive in Turchia costituendo il 19% della popolazione di questa Repubblica islamica fondata il 29 ottobre 1923 da Kemal Ataturk.

Nei primi secoli dell’espansione islamica (VII-VIII) i curdi, suddivisi fra effimeri e fragili staterelli e potentati tribali sempre in conflitto tra loro per pascoli e terre coltivabili, vennero rapidamente travolti e resi noti alla politica internazionale di allora grazie al successo bellico e l’ascesa al potere politico di un loro compaesano, il Grande Saladino (1171-1250), mussulmano sunnita e fondatore della dinastia Ayyubita.

I curdi diedero tutto il proprio sostegno militare alle armate di Saladino il cui sultanato giunse ad includere Egitto, Siria, Mesopotamia, Hijaz, Yemen e altre regioni del Nordafrica.

La grande ascesa dell’Impero Ottomano giunse a stabilire con l’Iran un primo e conflittuale confine che incluse e di fatto confinò, isolandoli, i territori abitati dai curdi.

Valga l’occasione storica della vittoria del sultano ottomano Selim I contro lo Shah Safavide Shia Ishmail I nella battaglia di Caldiran del 1514, seguita da stragi e deportazioni forzate dei curdi.

Nei secoli successivi, costellati periodicamente da battaglie con alterne fortune e le immediate storie di crudeltà e miserie, i territori abitati dai curdi entrarono in maggioranza nell’area politica di prevalenza imperiale ottomana.

Ancora, sotto il giogo della Sublime Porta, da popolo irriducibilmente fiero della propria identità, intraprese una sanguinosa rivolta contro il Sultano nel 1640 e quella di Rozhiki nel 1655.

A prescindere da questi due cruenti episodi storici, conclusi con la consueta sequela di stragi e deportazioni, trascorsero i lunghi intervalli di pace, se non altro in quella amministrativa.

La serenità in Kurdistan è cessata all’inizio del XIX secolo al concomitare di due rilevanti avvenimenti storici: il degrado interno e quindi il declino politico internazionale dell’Impero Ottomano e dall’altro la pressione politico militare dell’ambizioso Impero russo sulla Turchia, rappresentata dagli episodi bellici della prima metà dello ’800, tutti conclusosi senza raggiungere alcuno scopo, e degenerata nella guerra russo-turca del 1877-1878.

Un altro esempio della cronica ostilità strategica russo-turca è stato il tentativo russo di creare una Armenia indipendente, ma in territorio curdo nel 1893-1894.

Il Governo russo reagì immediatamente inviando spietati reparti di cavalleria curda. A questo episodio, infatti, sono legate le stragi armene del 1894 e il conseguente quanto insanabile odio tra gli armeni cristiani ed i curdi mussulmani.

L’esordio del XX secolo ha visto la salita al potere politico dei “Giovani Turchi” di Kemal Ataturk d’ispirazione fortemente nazionalistica, che fece emergere le contraddizioni acute esistenti nel guazzabuglio di popoli degli ex territori ottomani e delle loro ambizioni.

Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, il conflitto si estese ai territori curdi, divenuti terra di combattimenti nell’eterno confronto militare russo-turco. Come risultato, gli armeni vennero espulsi dalla Turchia mentre la Russia deportò forzatamente i curdi.

Conseguirono i soliti massacri interetnici fino al trattato di pace, firmato tra le potenze alleate e l’Impero Ottomano il 10 agosto 1920 presso la città francese di Sevres.

Gli articoli 62-64 di tale trattato riconoscevano ai curdi il diritto di poter assurgere ad uno Stato indipendente con i confini definiti da una specifica Commissione nominata dalla Società delle Nazioni.

Nulla si fece in questo senso e ripresero le ostilità tra il nazionalismo turco sopravvissuto alla Prima Guerra Mondiale e le legittime aspirazioni dei curdi.

Una foto di anziani curdi

La Seconda Guerra Mondiale ridusse notevolmente le ostilità, ma solo momentaneamente, per la necessità di aiutare l’URSS.

Al termine della guerra, le aspirazioni dei curdi vennero per l’ennesima volta negate, mentre rimase una fragile, tuttavia sovrana, repubblica comunista sotto la guida politica del curdo Mustafa Barzani, ma in territorio iraniano, con capitale riconosciuta nella città di Mahabad, nel Kurdistan orientale, dove però i restanti curdi rifiutarono di riconoscersi. Lo stesso rifiuto giunse per la loro integrazione in Armenia.

Mustafa Barzani mantenne il potere, se non altro rappresentativo dei curdi, fino al 1975 allorché, sotto la mediazione di Henry Kissinger, Segretario di Stato USA, si stabilì un accordo pacificatore, ad Algeri, tra l’Iran dello Shah e l’Iraq di Saddam Hussein. Solo così i curdi poterono emigrare quasi in massa verso il più ospitale Iran. Coloro che, invece, rimasero in territorio iracheno, dovettero subire le persecuzioni di Saddam e gli incessanti quanto opprimenti tentativi di “arabizzazione” della loro società e cultura.

Pochi anni dopo nasce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), a carattere insurrezionalista, capitanato da uno studente curdo, Abdullah Ocalan, contro la Repubblica di Turchia, oggi considerato, anche internazionalmente, come un’associazione terroristica.

Nel 1999 Ocalan cadde in un’imboscata e da allora sta imprigionato in un carcere di massima sicurezza turco.

Da allora, nel Kurdistan turco, la tensione rimane elevata anche amministrativamente.

In questi giorni è in atto un violento attacco militare turco a danno dei curdi, che Ankara definisce ancora come terroristi, residenti nella regione nordorientale della Turchia. Ma già è prevista una conferenza internazionale intesa al raffreddamento del conflitto.

Nella grande e tormentata storia di questo coraggioso popolo curdo, che mai ha avuto una propria patria, sono riconoscibili due rilevanti cicli storici.

Il primo è costituito dalla loro posizione geografica, stando in mezzo tra due giganti politici come l’Impero Ottomano e Persiano. Di qui il sentimento di diffidenza di entrambi verso il “pericolo” curdo.

Tra i postumi della Prima Guerra Mondiale, abbiamo trovato gli stessi due imperi trasformati in Stati nazionali, Iran e Turchia, senza che i curdi abbiano realizzato un’analoga e identica realtà politica nazionale. Nulla cambiò neanche a seguito all’applicazione (fallita) degli articoli del Trattato di Sevres del 1920.

Il secondo ciclo è dato dalla perenne mancanza, per i curdi, di un discorso politico formulato in senso conciliativo verso la Turchia e l’Iran: i curdi hanno una storica esperienza etnica, ma non basta. Essi non vogliono integrarsi, vuoi con i turchi che con gli iracheni.

Ma sarebbe riduttivo considerare il problema come limitato ai soli curdi e non anche a Turchia e Iraq: anche questi due Stati dovranno riconoscere di essere una parte importante del conflitto con i curdi e trarne le doverose e positive conclusioni in senso concordatarie.

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11 Ottobre 2019 | 18:05


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