Decreto Primo Maggio, lettera al Quirinale: ‘Il salario giusto non può costruire un oligopolio sindacale”
01 Maggio 2026I sindacati autonomi, riuniti nel Coordinamento intersindacale nazionale, perchè con il decreto con il “salario giusto” si sta consumando 3la progressiva trasformazione del criterio retributivo in strumento di selezione della rappresentanza.

Decreto Primo Maggio, lettera al Quirinale: ‘Il salario giusto non può costruire un oligopolio sindacale per via amministrativa
Nel dibattito sul cosiddetto “salario giusto” si sta consumando un passaggio ben più rilevante di quanto appaia: la progressiva trasformazione del criterio retributivo in strumento di selezione della rappresentanza.
Non è un’ipotesi teorica. È un processo già in atto.
Da un lato, l’iniziativa assunta in sede CNEL ha introdotto un meccanismo di riduzione dell’archivio contrattuale che, secondo dati resi pubblici, restringerebbe a circa 150 contratti su oltre 800 il perimetro dei CCNL considerati “autenticamente radicati”.
Un’operazione che, al di là delle intenzioni dichiarate, produce un effetto evidente: la concentrazione della rappresentanza in capo a pochi soggetti già consolidati.
Non a caso, la piattaforma degli Organismi Paritetici Nazionali risulta oscurata da oltre dieci giorni senza alcun provvedimento ufficiale — segnale, questo, di una transizione in corso che avviene senza trasparenza istituzionale.
Dall’altro lato, il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 aprile 2026 — il cosiddetto “Decreto Primo Maggio” — si inserisce in questo contesto introducendo un ancoraggio obbligatorio ai contratti collettivi delle organizzazioni “comparativamente più rappresentative”, condizionando a tale requisito l’accesso a qualsiasi incentivo pubblico.
Il combinato disposto di queste due dinamiche rischia di determinare un risultato preciso: la costruzione di un sistema di legittimazione indiretta, fondato non su una legge, ma su criteri economici e amministrativi.
Il problema non è il salario. Il problema è il metodo
L’ordinamento italiano, attraverso l’articolo 39 della Costituzione, prevede una disciplina della rappresentanza che non è mai stata attuata.
In questo vuoto normativo si stanno progressivamente inserendo interventi che, di fatto, producono gli effetti di una regolazione senza averne la legittimazione parlamentare.
La gravità della situazione è tale che il Coordinamento Intersindacale Nazionale (CIN), promosso da CONF.SELP, ha ritenuto necessario investire direttamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una lettera formale trasmessa il 30 aprile 2026 — il giorno stesso della prevista pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.
Nella comunicazione, il CIN chiede al Capo dello Stato di valutare l’esercizio delle prerogative di cui all’articolo 74 della Costituzione, segnalando profili seri di illegittimità con riferimento agli articoli 39, 24, 97 e 77 della Costituzione. Un atto che non è una protesta di categoria, ma una denuncia istituzionale sull’equilibrio complessivo del sistema.
Le conseguenze sono tutt’altro che teoriche.
Per le imprese, si apre una fase di incertezza: la validità sostanziale dei contratti applicati potrebbe essere messa in discussione sulla base di parametri non normati e non impugnabili.
Per le organizzazioni sindacali e datoriali — in particolare quelle medio-piccole — si configura un rischio di marginalizzazione progressiva, indipendentemente dalla qualità dei contratti sottoscritti o dal radicamento territoriale.
La stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 156 del 2025, aveva già segnalato il carattere provvisorio di soluzioni di questo tipo, auspicando una disciplina organica che il decreto non fornisce, limitandosi invece a cristallizzare una situazione di fatto già contestata.
Ma soprattutto, si pone una questione di equilibrio del sistema.
Quando le regole della rappresentanza vengono di fatto determinate da chi è già dentro il sistema, il rischio non è solo quello di ridurre il pluralismo.
È quello di costruire un assetto oligopolistico, difficilmente contendibile, che tende a perpetuare sé stesso.
Un oligopolio costruito non per legge — il che sarebbe almeno sindacabile in Parlamento — ma per via amministrativa e normativa indiretta, sottratto al dibattito democratico e alla possibilità di emendamento.
Il punto, allora, non è difendere l’esistente né ostacolare l’evoluzione del sistema contrattuale. È riportare la questione nel perimetro corretto.
Serve una legge sulla rappresentanza
Serve una legge sulla rappresentanza. Serve un intervento organico, non frammentario. Servono criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori — per le organizzazioni grandi come per quelle medie e piccole, per i datori di lavoro come per i lavoratori.
È questa la richiesta che il CIN ha formalmente avanzato al Presidente della Repubblica, chiedendo che la massima istituzione di garanzia del Paese eserciti il suo ruolo prima che un provvedimento dai contorni costituzionalmente incerti produca effetti irreversibili.
Diversamente, il rischio è quello di continuare a costruire un diritto “di fatto”, che incide profondamente sulle relazioni industriali senza passare per il luogo deputato a definirlo: il Parlamento.
Ed è proprio qui che si gioca la partita vera


