Home Opinioni Il Quadrante di Corrado Corradi E se arrivasse dal Marocco il cambiamento dell’Islam?

E se arrivasse dal Marocco il cambiamento dell’Islam?

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Si è spenta la fitna tra sunniti e sciti e si apre quella interna tra wahhabiti e revisionisti. Ma dal Marocco arrivano inattesi segnali di rilettura dell’Islam.

Perché si è spenta la fitna tra sciti e sunniti

Tutti gli osservatori del mondo arabo–islamico (fra i quali annovero me stesso) davano ormai per scontata la storica «fitna», ossia il «reddae rationem» tra sciiti e sunniti, atteso già dai primi tempi della successione a Mohammad.

Invece, qualcosa é andato storto, anzi é andato diritto, perché nello Yemen quella fitna si é smorzata sul nascere. E ciò perché chi l’ha innescata si è mostrato palesemente incapace di sostenerla militarmente.

Cioé l’Arabia Saudita, al cui vibrante appello aveva risposto solo una sparuta e poco convinta alleanza di alcuni paesi sunniti che, sul campo di battaglia, ha battuto la fiacca e si é lasciata soppraffare dalle milizie Houti, salvo poi passare al contrattacco al prezzo di «dépassement» sul piano dei crimini di guerra.

E vien da pensare a quale pesante e poco onorevole sconfitta avrebbe rimediato questa alleanza se fosse sceso in campo anche l’esercito iraniano.

Il fatto che all’appello alla fitna lanciato dai «guardiani dei luoghi sacri» abbia risposto una sparuta e poco convinta alleanza di paesi sunniti, la dice lunga:

  • sia su come é ormai decaduta la legittimità di quei grandguignoleschi guardiani (non ultimo anche per comportamenti individuali spesso anche criminali di membri di quella casata che credono sia loro tutto permesso e poco si curano dei più elementari diritti umani, come ha tristemente insegnato l’affaire Kasoggji;
  • sia per il fatto che gran parte del mondo sunnita comincia a chiedersi dove andrà a sbattere se continuerà a riconoscere la supremazia religiosa a quella dinastia delegittimata che promuove in giro per il mondo il «lebensraum» wahhabita e lo impone anche a quei paesi sunniti che ritiene troppo tiepidi sul piano della tradizione religiosa.

Smorzate le velleità di innescare la fitna storica contro gli odiati sciiti, in sua vece si sta prefigurando un’altra «fitna»: quella in seno al mondo sunnita, tra l’Islam wahhabita e le numerose istanze «revisioniste» sorte in seno a tale mondo…

Una «fitna» destinata a tradursi poi in un regolamento di conti, sicuramente non armato ma politico, tra paesi musulmani moderati (la maggior parte) e monarchie del Golfo e loro vassalli.

Nell’attuale contesto che segue le cosiddette “primavere arabe“, scatenatesi nel 2010 per opera della Fratellanza Musulmana (il “Comintern” del Wahhabismo), è opportuno evidenziare due significative iniziative:

  • la Conferenza di Casablanca (ottobre 2010);
  • e la pubblicazione del “Documento per il rinnovamento del discorso religioso” (Egitto – gennaio 2011).

Tali iniziative, unite:

  • a una serie di articoli di giornalisti arabo-musulmani del Maghreb che, a gran voce, reclamavano e continuano tutt’ora a reclamare la necessità di rivedere le linee dell’Islam;
  • e alla politica di autonomia religiosa portata avanti in prima persona dal sovrano del Marocco, il quale durante la Riunione dei Paesi del Golfo del 2016 non ha mancato di sottolinearla in casa Saudita.

Tali iniziative, dicevo, hanno scatenato, in seno al mondo arabo islamico sunnita, aspri confronti politico-religiosi tra la componente fondamentalista (sempre più incancrenita sulle sue posizioni) e le numerose ed articolate istanze più o meno laiche/revisioniste.

Ed hanno costituito l’innesco di un confronto intra-sunnita (gli sciiti in questo caso stanno al balcone a guardare) che, se opportunamente sostenuto, potrebbe portare ad una diminuzione della pressione dell’internazionale wahhabita sui paesi arabo-islamici moderati e favorire l’affermarsi di modelli politici scevri dal fondamentalismo islamico o islamISMO.

Vediamo gli estremi delle succitate iniziative.

Sviluppo dell’Islam, le conclusioni della Conferenza di Casablanca

Organizzata nell’ottobre del 2010 da Radwan Masmoudi, direttore del “Center of Study of Islam and Democracy” (Csid), e finalizzata a discutere del futuro dei paesi del mondo arabo-islamico, ha prodotto il documento denominato “Appello di Casablanca”.

In quella conferenza, caratterizzata dalla trasversalità dei partecipanti, è stato concordato che lo sviluppo del mondo arabo-islamico passa attraverso due priorità definite “assolute”:

  • la democratizzazione dei paesi di quel mondo;
  • il perseguimento del rispetto dei diritti umani.

Nel contesto di quella conferenza sono stati altresì  affrontati anche altri punti dolenti riguardanti l’evoluzione politica e sociale dei paesi arabo-islamici:

  • il diritto di organizzare libere associazioni sindacali;
  • la parità di diritti per le donne;
  • la libertà di espressione;
  • l’integrazione della consistente massa giovanile nello sviluppo politico e sociale.

Tutti argomenti che collidono fortemente con le oggettive realtà di molti paesi che compongono il mondo arabo-islamico (soprattutto i paesi dell’area del golfo; il Sudan; il Pakistan; e gli altri dell’estremo oriente).

Ulteriore argomento di rilevante importanza all’ordine del giorno, e che ha registrato le maggiori contrapposizioni in seno ai partecipanti, è stato quello relativo alla libertà di insegnamento nelle scuole e nelle università, definito dall’organizzazione della Conferenza “centro di ogni sforzo di sviluppo”.

Il Documento per il rinnovamento del discorso religioso pubblicato da Yaoum al Saabi

Questo documento è stato pubblicato il 24 gennaio 2011 in Egitto sul sito del settimanale “Yaoum al Saabi”.

Tale documento consiste in una sorta di programma di riforma dell’Islam che spazia dal concetto di jihad al ruolo della donna ma, soprattutto, contiene alcuni elementi che non potevano non scatenare forti polemiche:

  • la revisione dei testi religiosi (compresi Corano e  Hadith);
  • la separazione fra religione e politica.

L’iniziativa è partita da un gruppo di esponenti di quel settimanale che hanno ripreso e sistematizzato discorsi e scritti di svariati dotti islamici della nota moschea “El  Azhar” del Cairo, che è il più accreditato centro per la formazione teologica del mondo arabo-islamico.

L’iniziativa assume particolare valenza in quanto contrasta con l’islam propugnato dalla Fratellanza Musulmana, che nella moschea El Azhar aveva un suo centro di irradiazione.

Il documento è corredato delle foto dei dotti citati e suona come un chiaro invito a uscire allo scoperto; tra essi figurano Nasr Farid Wasel, già ex Gran Mufti d’Egitto; l’Imam Safwat Hegiazi; il dottor Jamal El Banna, fratello del fondatore della Fratellanza musulmana; il professor Malak Ziraar; il professor Aminah Nosheir; lo scrittore islamista Fahmi Houwaid; il dottor Mabrouk Attiyah e altri predicatori incaricati della propaganda islamica.

In soli tre giorni quel documento è stato rilanciato su 12 mila siti ed ha registrato centinaia di commenti che evidenziano una maggioranza tra il perplesso e lo  scandalizzato e una minoranza che concorda.

Tale realtà, purtroppo fortemente influenzata dal mondo islamico mediorientale-afro-asiatico (dal Sudan ai Paesi del Golfo, al Pakistan e Afghanistan fino all’estremo oriente) ma anche dall’islam-ismo proiettato in Europa, evidenzia che qualsiasi forma di rinnovamento sarà sottoposta a resistenze consistenti ed estese.

 

Un’altro fatto di grande impotanza che evidenzia come effettivamente in seno al mondo arabo-islamico qualcosa si stia muovendo in direzione di una de-sclerotizzazione dell’Islam, è dato dal discorso che il  Sovrano del Marocco ha tenuto in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo, svoltosi in Arabia Saudita alla fine della primavera del 2016, in cui ha fatto appello alla necessità di «aprire un dibattito franco e profondo tra i diversi riti per correggere le mistificazioni, mettere in luce la reale immagine dell’Islam e riattivare i valori di tolleranza che sono nostri».

Un discorso del genere, e pronunciato proprio in casa saudita, oltre ad evidenziare il coraggio di chi lo ha pronunciato (perché equivale a «parlar di corde in casa dell’impiccato»), assume una valenza rivoluzionaria.

Soprattutto se si tiene conto che il Sovrano marocchino porta il titolo di «Emir al mouminine», ossia «Principe dei Fedeli», mentre la famiglia reale saudita ha la sola responsabilità della “guardiania del sacro suolo calpestato da Mohammad”.

L’apparente monolitismo del mondo arabo inizia a fare i conti con la modernità

E’ evidente, dunque, che sotto l’apparente monolitismo del mondo arabo islamico qualche cosa si muove in direzione della necessità di dover fare, prima o poi, i conti con la modernità.

Inoltre, c’è chi nel mondo arabo-islamico cerca sponde esterne per tentare un rinnovamento.

Infine, in seno al mondo arabo-islamico, ci sono paesi che rappresentano modelli di riferimento per la realizzazione di sistemi di governo scevri da derive integraliste, e queste realtà si concentrano nella regione del Maghreb, dove il più rappresentativo è senza dubbio il Marocco, ma anche nel Mashrek, basti pensare alla Giordania, al Libano, alla Siria.

Se é vero che tali iniziative risalgono una a nove anni fa e l’altra a tre anni fa, é altrettanto vero che la posta in gioco é alta, la problematica é estesa ed articolata e non si può risolvere con una rivoluzione, e, gioco-forza, le tappe sono lunghe.

Tuttavia, chi ha accesso ai media arabi e alle varie conferenze o interviste, nonché alle iniziative di alcuni sovrani e capi di stato, ci trova sottotraccia la conferma di una consistente volontà di avviare un cambiamento che comincia ad affiorare.

Cambiamento che riguarda ed investe:

  • la revisione storica dell’Islam, soprattutto della fumosa fase che ha aperto la successione a Mohammad, ben descritta nel testo della professoressa Hela Wardi «Les derniers jours de Muhammad»;
  • la determinazione e l’indicazione di una scuola giuridica in grado di permettere l’armonizzazione della Shari’a ai tempi evitandone la sclerotizzazione;
  • il rigetto della visione wahhabita dell’Islam;
  • una messa in discussione della primazia degli Al Saud in materia di determinazione religiosa;
  • l’indicazione di dinastie regnanti maggiormente legittimate sia sul piano della linea successoria con Mohammad sia per la dignità «‘Oulemica».

Dal Marocco arrivano i più spinti segnali di modernità

In tale contesto emerge una figura che, per dignità e legittimità, é suscettibile di coagulare le istanze di rinnovamento che emergono sempre più numerose in seno all’Islam.

Si tratta proprio del Sovrano marocchino, di discendenza Alawita, quindi per linea successoria maggiormente legittimato a rappresentare l’Islam e a costituire altresì il trait-d’union con gli sciiti.

Il suo Paese, arabo-islamico a tutto tondo, costituisce un unicum tra i paesi musulmani: l’Islam che vi si pratica é ispirato dalla Scuola giuridica Malakita e dalla spiritualità Sufi (la cui mistica ha generato un florilegio di confraternite dedite a profonde speculazioni metafisiche), é «inquadrato» da una sorta di struttura ecclesiastica che conferisce all’Islam ivi professato stabilità e disciplina nella questua religiosa e che lo immunizza dal pericolo della degenerazione dell’Islam in ideologia islam-ista.

Tale struttura é composta da:

  • un «Pontefice», il Sovrano marocchino, che é anche «Amir al mouminine» (=principe dei Fedeli) il quale è a capo dell’Islam marocchino come la Regina di Inghilterra é a capo della Chiesa Anglicana;
  • un dicastero che si occupa degli affari religiosi il cui ministro é adepto di una «tariqa» sufi (la Boutchicha) nota per la sua tolleranza e apertura;
  • una struttura governativa che si occupa di formare gli imam (coloro i quali sono destinati a guidare la preghiera);
  • una rete di confraternite che professano l’islam di Scuola Giuridica Malachita e spiritualità Sufi in armonia con la struttura sociale e identitaria del Paese.

Tutto ciò, oltre a disciplinare lo sviluppo della questua religiosa, preserva il paese da derive estremiste.

E’ nel suddescritto contesto di squilibrio in seno al mondo islamico sunnita ove emergono quelle istanze di cambiamento, che si prepara quel reddae rationem che ci si aspettava avvenisse invece tra sciiti e sunniti… non più la fitna nell’accesso storico del termine, ma una fitna tutta interna al magmatico mondo sunnita.

E’ quindi ipotizzabile uno stravolgimento di questo mondo con:

  • un collasso della legittimità degli Al Saud e dei loro vassalli, valvassori e valvassini (tutti residenti nella penisola arabica e molti incistati sia in Palestina – Hamas – sia in Europa);
  • una affermazione di un Islam… uso un aggettivo non adeguato ma mi si capirà… “presentabile”, impersonificato dall’Islam marocchino e guidato da un leader… uso anche adesso un aggettivo non adeguato… “illuminato” come sono stati da sempre illuminati i sovrani marocchini da Mohammad V a Hassan II all’attuale Mohammad VI, tutti di osservanza malakita e spiritualità sufi (quindi in netta contrapposizione al wahhabismo), legittimati dalla sacra funzione di  «Principe dei Fedeli»;
  • uno spostamento del baricentro dell’islam dalla penisola arabica al Maghreb.

Ebbene, proprio a fronte di tale situazione dai connotati …“rivoluzionari” (uso una volta di più un aggettivo non adeguato, perché é difficile far combaciare le categorie occidentali con la realtà arabo-islamica), mi sembra di intravedere chiari segnali di inizio di una operazione sottotraccia, prodromica ad un più ampio confronto, mirata alla delegittimazione del Marocco e della generazione di sovrani che si alternano dal tempo dell’indipendenza (1956).

Stanno progressivamente aumentando, infatti, le critiche strumentali nei confronti dell’attuale sovrano, mentre analoghe critiche dal taglio calunnioso sono mosse a tutta la dinastia.

Si é recentemente verificata nell’Atlante marocchino un’azione jihadista di bassa macelleria e dai controni negromantici, con decollazione di due turiste che ha destabilizzato psicologicamente la popolazione e ha gettato discredito sul Paese, appena contenuto dall’effcienza della polizia che ha individuato i colpevoli e i loro complici nel giro di pochi giorni.

Inoltre, è in atto una pressione – eterodiretta – che soffia sul fuoco del disagio sociale, come pure sta crescendo l’attivismo militare del Fronte Polisario, che sconfina nella provocazione.

E numerose emittenti, riconducibili al Wahhabismo, accusano il Marocco di apostasia a causa della scarsa morigeratezza dei costumi, e incitano gli uomini a ricondurre le donne nell’ambito della Shari’a.

Forse stiamo assistendo all’inizio del cambiamento del mondo arabo-islamico.

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Corrado Corradi
Corrado Corradi è nato a Parma nel 1956 e nel 1965, al seguito dei genitori, emigra in Marocco ove frequenta le Scuole elementari e medie in Casablanca e superiori a Tangeri. Nel 1975 rientra in Italia per fare il servizio militare, nel 1977 é presso la Scuola Militare di Paracadutismo della «Folgore» ove consegue la qualifica di Istruttore di Paracadutismo e il grado di Sergente; nel 1980 accede al 9° Battaglione d’Assalto Incursori Paracadutisti «Col Moschin» ove rimane fino al 1993 partecipando ai principali addestramenti e alle principali operazioni del Reparto. A giugno del 1993, col grado di Capitano, transita presso gli OO.II.SS. (Oganismi di Informazione e Sicurezza) che lo « spediscono » in giro per il mondo arabo-islamico (Algeria, Tunisia, Yemen, Giordania, Iraq e Marocco). Posto in quiescenza nel 2011 con il grado di Colonnello, assume per conto Eni la responsabilità della sicurezza del Gasdotto Trans-tunisino e si trasferisce a Tunisi ove rimane fino a febbraio 2016 quando rientra in Marocco ove attualmente risiede nel paese costiero di Skhirate.