Elisabetta Serio, nostra signora…in jazz

Elisabetta Serio, nostra signora…in jazz

03 Novembre 2017 0 Di Massimo Solimene

Intervista alla pianista partenopea Elisabetta Serio, che torna con “16”, l’album delle emozioni con l’omaggio ai grandi della musica contemporanea.

Elisabetta Serio, nostra signora in… jazz

Quando estro e talento si sposano con la poesia, quando l’amore per il pentagramma e la passione per la propria terra si toccano, il risultato finale non può che essere un artista universale. Capace di spaziare in più universi paralleli senza mai perdere l’originalità che lo contraddistingue. È questo il caso di Elisabetta Serio, pianista jazz di fama internazionale, vanto e orgoglio del panorama musicale partenopeo.
Musicista come poche, Elisabetta è cresciuta a “pane e note” e nel suo curriculum spiccano collaborazioni con gente del calibro di Pino Daniele (che nel 2011 la volle nella sua band) Noa e Z-Star.
“Sedici” è il suo ultimo album. Un lavoro in cui l’atmosfera sospesa del jazz non disdegna i riferimenti alla lezione dei “maestri” e di alcune icone del mondo musicale contemporaneo, ai quali la Serio dedica anche espliciti omaggi, come nel caso di Brad Mehldau e dello stesso Pino Daniele.
“Sedici” sarà presentato il prossimo 4 novembre, a Napoli, al centro culturale Domus Ars, nell’ambito della rassegna Jazz Winter organizzata da Michele Solipano.
Elisabetta Serio è oggi una musicista affermata. Ma chi è veramente Elisabetta Serio, come si definirebbe lei?
“Elisabetta è una donna come le altre, con sentimenti comuni e valori semplici. Mio padre era un generale dell’esercito, mia madre un’impiegata statale. Ho una famiglia molto unita che mi ha sempre supportato. In generale siamo ciò che succede nel nostro quotidiano, le persone che amiamo, i libri che leggiamo e il vino che beviamo. Questo ed altro determina il mio sentire e quindi il mio suono”.

Quando ha capito che la musica sarebbe diventata una strada fondamentale nella sua vita?
“Credo verso i 5 anni. La musica per me è un’eterna ninnananna”.

Quando ha scoperto la passione per il jazz?
“In adolescenza. Ho scoperto Chet Baker e mi sono innamorata della sua voce. Questo ha suscitato una grande curiosità per il genere”.

A chi si ispira per la sua tecnica? Chi sono i suoi modelli di riferimento?

Davis, Tristano, Charles Mingus, Charlie Haden, Carla Bley, Elvin Jones…”

Cosa ascolta, Elisabetta Serio, quando non suona e chi sono i suoi artisti preferiti?
“Ascolto tutta la musica. Un musicista deve avere il cuore e la mente aperti e disponibili per poi filtrare attraverso la sua sensibilità”.

Se le dico un nome: Pino Daniele, cosa le viene in mente?
“Mi viene in mente un uomo, un poeta, uno studioso, un curioso. Un’ispirazione costante”.

Progetti per il presente e…per il futuro?
“Al momento promuovo il disco e sto già lavorando al terzo. Ho una serie di concerti tra cui il 4, a Napoli, al centro culturale Domus Ars per la rassegna Jazz Winter organizzata da Michele Solipano. Il 16 suoniamo a Lecce e il 17, sempre a Lecce, ci sarà la presentazione alla Feltrinelli. Il 9 marzo faremo un concerto a Somma Vesuviana (Napoli) con ospite Sarah Jane Morris al teatro Summarte per la rassegna Jazz e Baccalà”.

Il suo sogno nel cassetto…
“Un loft in campagna con un fazioli e un bulldog francese!”.

Mi dica una cosa: ma…si prendi sempre sul”serio” come dice il suo cognome?

“C’è una dicotomia rispetto a questa cosa, sono perfettamente scissa in due: o troppo seria o troppo poco”.

Napoli è una città difficile, ma anche una fonte di ispirazione incredibile: cosa deve a questa città la sua musica?
“Napoli è una città dai mille colori. È una città complessa proprio come una bella donna e per avere una relazione con lei devi viverla e rinnovarla”.

Quanto è difficile emergere in una città come Napoli e che consigli darebbe a chi vorrebbe intraprendere la carriera di musicista?
“Credere in quello che si fa è la prima cosa. Seguire un percorso di studi abbinandolo alle esperienze live. Scegliere i musicisti bravi da cui attingere musicalmente e non”.

Il suo ultimo lavoro è stato molto apprezzato dalla critica e dal pubblico. Vi risuonano atmosfere jazz e tanta poesia, ma anche i riferimenti alla lezione dei “maestri” e di alcune icone del mondo musicale contemporaneo, come Brad Mehldau e Pino Daniele. Perché questa scelta?
“Si parte sempre da modelli ed ispirazioni. Anche un libro o un racconto o un incontro sono fonti di ispirazione costante in tutta la musica che produco. Brad è un musicista trasversale, Pino ha rappresentato la mia svolta come donna e come musicista”.

Si dice che il titolo “16” del suo album si deve al legame che lei ha con questo numero: è vero?
“Verissimo. È un numero che torna continuamente nella mia vita e dal punto di vista karmico esprime il cambiamento”.

Quanto è contata la sua vena “meridionale” nella realizzazione di “16”? C’è un brano nell’album, Trees, che è dedicato agli alberi del Salento mentre in “Rumors” sembra quasi di sentir riecheggiare il classico mormorio dei vicoli di Napoli.
“Assorbire un linguaggio è importante ma bisogna partire dal proprio background sonoro e sociale se vuoi esprimere qualcosa in più rispetto ai pattern classici del be bop. Io porto con me un forte senso melodico e della struttura. Il disco ha anche immagini Newyorkesi con brani come Freedom e Rumors. Per quest’ultimo ho immaginato una ritmica forte con un riff ossessivo quasi a ricordare l’attitudine di chi produce o subisce l’inciucio (‘Pettegolezzo’)”.

Jazz ma non solo, in “16” trova spazio anche la musica afro-americana, con i suoi ritmi ossessivi. Come mai questa scelta? A che punto si è spinta con la sua sperimentazione?
“Afrika nasce da un’idea ritmica che tecnicamente si esprime col ‘3 nel 2’ per indicare un modo di stare sul tempo che riporta al ritmo tipicamente africano. Melodicamente ho immaginato invece un coro di bambini”.

Ci parli dei musicisti che hanno collaborato con lei in “16”: Marco de Tilla al contrabbasso, Leonardo De Lorenzo alla batteria, lei al piano. Ma nell’album si trovano diverse collaborazioni, anche inedite. Trio d’assi, dunque, ma non solo..

“Come dicono gli americani ‘I’m blessed’ cioè sono fortunata. Ho trovato i musicisti e le persone giuste con cui da quasi 8 anni ho intrapreso questo percorso da leader: con Leonardo ho una perfetta intesa sul tempo e come riempirlo (musicalmente e non). Marco De Tilla non è un semplice contrabbassista ma un compositore, ha degli spunti sempre interessanti ed è molto propositivo. La scelta di Sigurta (Fulvio, ndr) è per il suono originalissimo e quella di Jerry (Popolo, ndr) per il suo linguaggio che completa la formazione. Sarah (Jane Morris, ndr) è banalmente un sogno diventato realtà”.