Futuro vò cercando. La ricerca in Italia secondo il CNR
08 Novembre 2025Ricercatori assunti ma con un destino incerto. Il CNR ha presentato la quinta relazione sulla ricerca e sull’innovazione in Italia e le speranze per avere un quadro diverso da quello degli ultimi anni, sono andare subito perse. La “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia. Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia” affronta di petto il fulcro delle speranze: la Missione 4 del PNRR, intitolata proprio “dalla ricerca all’impresa”. Ci giochiamo molto con questa misura, avendo a disposizione 8,5 miliardi di euro da spendere entro il 2026. Ma a maggio 2025 è stato rendicontato appena il 44% della spesa destinata al trasferimento tecnologico tra università, enti di ricerca e imprese.
La Relazione nasce dalla collaborazione tra tre Istituti del Cnr – Irpps, Ircres e Issirfa – con il contributo dell’Area Studi Mediobanca. Il governo, più di tutti, dovrebbe essere attento a ciò che accade in questo campo, termometro reale di tutte le cose che si dicono di voler fare. Gli autori presentano la relazione per stimolare i decisori politici a fare in fretta e bene. Scrivono che negli ultimi due anni sono stati assunti più di 12 mila nuovi ricercatori, quasi la metà donne. Ma nella relazione segnalano il rischio di una mancanza di sostenibilità delle loro posizioni con la fine del PNRR, ovvero dopo il 2026. In più la spesa media italiana continua a essere inferiore a quella europea. Sugli Istituti di ricerca pubblici pesa, poi, l’età avanzata del corpo docente controbilanciata, malamente, dalla fuga dei giovani di talento verso Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti.
Perché vanno via ? Per le basse retribuzioni, certo, ma anche per i sistemi di valutazione, che secondo il CNR vanno ripensati. Chi li deve orientare verso approcci più formativi e coerenti con le esigenze economiche e sociali del Paese ? Basta un Ministro ? Bastano i riconoscimenti e i Premi in pompa magna ? Le classifiche tra Istituti, quando il contesto è fumoso, deficitario, insicuro ? O piuttosto non è il tempo per ripensare da cima a fondo istruzione, apprendimento, selezione dei meritevoli, rottura di schemi falsamente premiali ? Duole ripeterlo, ma i grandi temi del nostro tempo: la sostenibilità, le lotta alle diseguaglianze, la riorganizzazione delle città, la mobilità, l’informazione – non vedono l’Italia in buona posizione. L’analisi dei brevetti depositati all’Ufficio Brevetti e Marchi degli Stati Uniti (USPTO) negli ultimi venti anni vede “l’Italia in posizione intermedia nella competizione tecnologica globale”.

L’Italia dei grandi geni è ripmasta nei libri di storia. Il Paese oggi è indietro nelle tecnologie emergenti: digitale, biotecnologie, intelligenza artificiale, medicina applicata, fisica. Senza i brevetti delle Company straniere riusciremo a fare molto meno di quello che facciamo ogni giorno. Ci stupiamo che l’Intelligenza artificiale sia governata da soggetti lontani, ma in realtà cosi vicini a noi ? Discutiamo pure di sovranità tecnologica nazionale, ma mettiamo i piedi per terra e soprattutto apriamo gli occhi nelle Università.






