Giappone, terrorismo e Brexit al centro del G7

Giappone, terrorismo e Brexit al centro del G7

21 Maggio 2016 0 Di Pietro Nigro

Un documento sul contrasto comune ai finanziamenti del terrorismo è stato approvato dai ministeri delle Finanze e dai banchieri centrali del G7 riuniti in Giappone. Ma è l’uscita della Gran Bretagna dall’Euro che preoccupa più di tutto.

Giappone, documento del G7 sul terrorismo

Il terrorismo, sopratutto quello estremista di radice islamica, e per esso lo Stato islamico e tutti i suoi seguaci, basa molta se non tutta la sua potenza sulle risorse finanziarie di cui dispone e che può “spostare” con relativa facilità dove servono. La lotta al terrorismo, dunque, si può condurre anche “seguendo” i soldi. Per questo, i ministri delle Finanze delle sette maggiori potenze economiche mondiali, riuniti in questi giorni al vertice del G7 che si svolge nel castello di Aoba, a Sendai, in Giappone, hanno approvato un documento con il “Piano di azione del G7 per combattere i finanziamenti del terrorismo“. Piano che prevede sostanzialmente di implementare il sostegno ad organismi internazionali, a cominciare dal Financial Action Task Force, rafforzando la collaborazione per lo scambio di ogni informazione utile a mappare i movimenti sospetti di capitale.

Il Fatf, infatti, sostengono i leader del G7, ha dato un contributo a creare una sorta di cornice unitaria alla lotta finanziaria al terrorismo, dettando regole comuni che i governi possono adottare. Ora, invece, si pensa ad introdurre un ulteriore sforzo comune, non tanto in termini di azioni singole dei governi, quanto di sforzi “condivisi”. A cominciare da una mappatura da completare entro fine 2016 dei meccanismi bilaterali già esistenti per lo scambio di informazioni, per poi esaminare ed adottare tutte le collaborazioni e gli scambi – anche innovativi – che si possono attivare tra governi e anche in collaborazione con le organizzazioni private.

 

Giappone, G7 preoccupato per la Brexit

Ma quel che più preoccupa i ministri delle Finanze del G7, e che traspare anche dalle discussioni e dalle dichiarazioni dei singoli ministri, è Brexit, la prospettiva che la Gran Bretagna possa uscire dall’Euro, quella che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha definito semplicemente “la decisione sbagliata”.

Siamo chiaramente preoccupati, tutti noi, per il rischio di Brexit e credo che potrebbe potenzialmente avere alcuni impatti economici”, ha detto chiaro e tondo il ministro delle Finanze canadese Bill Morneau alla Reuters,  aggiungendo anche che – Non abbiamo parlato di misure specifiche che possono essere adottate in proposito”.

Già, perché in effetti, come ammettono gli stessi ministri, in effetti c’è poco, diciamo pure nulla che i sette grandi possono fare, oltre che sperare. E non che non si voglia fare qualcosa, per aiutare la Gran Bretagna a restare nell’Euro, il che avverrà solo se i cittadini del Regno unito non voteranno per l’uscita nel prossimo referendum.

Una prospettiva epocale, sulla quale nessuno sa esattamente che pesci pigliare. Certo, e viene riconosciuto al G7, il premier britannico David Cameron si sta spendendo non poco per convincere i concittadini a votare pro euro. E tutti i leader vorrebbero anche sostenerlo, se sapessero come. Più che controllare i sondaggi, al momento, non si può fare. Ed infatti i sondaggi, con i loro altalenanti risultati, più che altro stanno spaventando i mercati, che da mesi ballano proprio per i sondaggi. E perfino i vertici della Federal reserve americana hanno detto chiaro e tondo che sono a dir poco preoccupati da Brezit e che potrebbero essere costretti ad altare i tassi sin dalla prossima riunione in programma a metà giugno. E lo stesso Barack Obama, a metà aprile, in visita in Gran Bretagna, ha quasi minacciato di retrocedere il Regno in fondo alla lista dei partner commerciali degli Usa se in caso di Brexit.

Ma a livello politico, i ministri ammettono di non avere molte altre possibilità di azione per contrastare una opzione dalle conseguenze pressoché incalcolabili, e che possono soltanto essere scongiurate. Al punto che non è stato discusso neanche un piano B”.

Il G7 non ha parlato di un piano B per rispondere a cosa sarebbe successo se la Gran Bretagna lasciasse l’Unione europea – ha detto il ministro delle Finanze francese Michel Sapin – Abbiamo parlato invece dei modi per aiutare la Gran Bretagna a restare nell’Unione”, senza peraltro approfondire o rivelare quali siano queste misure.

In effetti, per ora Cameron sembra avere qualche risultato nel convincere i suoi concittadini a votare “In”, tanto è vero che la sterlina ha raggiunto il massimo nel cambio con l’euro in tre mesi dopo che l’ultimo sondaggio, quello di venerdì scorso realizzato da Ipsos – Mori, ha mostrato una prevalenza degli “In” (al 55%) contro gli “out” (al 37%). Forse perché proprio venerdì il ministro delle Finanze britannico, George Osborne, ha detto alla Bbc che, in caso di Brexit, i prezzi delle case nel Regno potrebbero salire anche del 10-18%, e che i tassi ipotecari schizzerebbero anche più in alto. Non resta, dunque, che sperare, e affidarsi a Cameron, come avrà certamente detto qualche ministro al di fuori dell’ufficialità.