I, Tonya, la recensione: un atto di accusa contro l’ipocrisia americana

I, Tonya, la recensione: un atto di accusa contro l’ipocrisia americana

29 Ottobre 2017 0 Di Francesca Pierpaoli

Graffiante, ironico, intenso e a tratti divertente, I, Tonya, di Craig Gillespie conquista il pubblico della Festa del Cinema di Roma grazie alla forza dirompente delle due protagoniste e al suo ritmo ben calibrato tra biopic e accusa graffiante contro l’American Way of Life.

Il film prende spunto dalla realtà, andando a raccontare uno dei più grandi scandali dello sport di tutti i tempi, quando alle Olimpiadi del 1994 la campionessa americana di pattinaggio artistico Tonya Harding fu accusata di aver ordito un agguato ai danni della sua rivale Nancy Kerrigan. 

Il regista sceglie di narrare gli eventi partendo dal punto di vista dei protagonisti reali, messi a confronto in un’intervista a tre voci, per poi addentrarsi in dinamiche famigliari complicate e violente, tratteggiate però – e qui sta il talento di Gillespie – con tono spesso leggero e divertente: grazie a una narrazione dinamica e accurata, il film racconta il punto di vista di ogni persona coinvolta nella vicenda e nella vita di Tonya, mostrando un quadro completo ed esaustivo sulla vicenda. Domina su tutti il personaggio di Tonya, magistralmente interpretata da Margot Robbie, e il suo rapporto con la madre LaVona Harding, cui dà volto una straordinaria Allison Janney, già in odore di Oscar. Nel ripercorrere la vita di Tonya, dai 4 ai 44 anni, Gillespie ci rimanda l’immagine di una donna all’apparenza grintosa e forte, ma in realtà segnata da una educazione che definire severa è un eufemismo: LaVona, infatti, per spronare la figlia a dare il meglio di sé nel pattinaggio non perde occasione per umiliarla, deriderla, picchiarla, andando a minare nel profondo la sua autostima e il bisogno di affetto. Il che la rende umana, fragile e conquista le simpatie del pubblico. Non ostante il tono arrogante, e il carattere difficile non si può non fare il tifo per Tonya, per la sua fierezza contadina, e in definitiva, per la sua profonda insicurezza, per la fame di amore che si porta dietro, ben celata dietro un’apparenza spavalda.

Anche il rapporto con il fidanzato e marito Jeff, interpretato da Sebastian Stan, è scandito da un alternarsi di violenze e affetto, percosse e riconciliazioni, fino all’episodio clou, ovvero l’agguato ai danni della rivale, ordito in modo approssimativo e quasi comico.

Ma la storia di I, Tonya è, nelle intenzioni del regista, prima di tutto un atto di accusa durissimo contro il perbenismo, contro i valori corrotti dell’America. Infatti, non ostante la sua bravura – è stata la prima pattinatrice della storia ad eseguire un triplo axel –   Tonya viene penalizzata dai giudici perché non incarna l’ideale di una sana famiglia, per il suo look spesso trasandato e ritenuto poco idoneo, per le musiche poco convenzionali (ZZ Top in primis) che sceglie nelle sue esibizioni. La sua immagine ruvida, sanguigna, imperfetta si contrappone a quella perfetta della rivale, Nancy, che resta sullo sfondo ma che rimanda l’idea della classica ‘brava ragazza’ americana, asettica e in defintiva piuttosto antipatica. Grande merito nel tratteggiare questi personaggi va alla sceneggiatura forte e puntuale di Steven Rogers, che calibra alla perfezione toni drammatici e altri assolutamente comici.

Insomma, Tonya Harding altro non è che l’incarnazione più aberrante dell’ideale del self-made man su cui si fonda la struttura sociale americana. Tutto il film è uno schiaffo all’America ipocrita e benpensante, che giudica solo in base a quello che legge sui giornali scandalistici o che vede nei notiziari; uno schiaffo all’America più povera, ignorante (Tonya non va nemmeno al liceo), violenta e arrivista. Un atto di denuncia nei confronti di una cultura dove il singolo continua a essere più importante della comunità, e per questo rimarrà comunque isolato.

A questo link il trailer in inglese del film.