Il Pil non misura lo sviluppo. Le ragioni dei Premi Nobel e…anche nostre
20 Luglio 2026Il Pil misura davvero il benessere di un Paese ? Ogni riferimento ai Paperoni del mondo, qui è voluto. Per decenni la crescita del Prodotto interno lordo è stata considerata il principale indicatore della salute economica di uno Stato. Più il Pil aumentava, più si riteneva che crescessero ricchezza e benessere. Ma è ancora così ? E se l’obiettivo della crescita continua, fosse ormai incompatibile con la sostenibilità del pianeta ? La ricchezza personale di Donald Trump e il suo negazionismo climatico, per fare un esempio, non fanno testo.

Economia e politica
A metà 2026, con le economie mondiali sconvolte dalle guerre e milioni di persone sotto la soglia di povertà, a rilanciare il dibattito sul Pil, è un gruppo di economisti di fama mondiale, tra i quali il premio Nobel Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Jayati Ghosh e Kate Raworth. In un intervento sul quotidiano britannico The Guardian, i quattro studiosi sostengono che il modello economico fondato sulla crescita permanente sia destinato a esaurirsi e propongono una nuova strategia. Gli economisti hanno preparato un documento per il think tank “New Economies for Eradicating Poverty (Neep)” diretto dall’ex relatore speciale dell’ONU Olivier De Schutter.
Secondo gli autori, il benessere non dipende soltanto dall’aumento della produzione di beni e servizi, ma soprattutto dal modo in cui ricchezza e risorse vengono distribuite. In altre parole, un Paese può registrare un Pil in crescita senza migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini.
Il dibattito non è nuovo. Già nel 1972 il “Rapporto sui limiti della crescita”, realizzato dal Massachusetts Institute of Technology per il Club di Roma fondato e diretto dall’imprenditore ed ex partigiano Aurelio Peccei metteva in guardia dai rischi di uno sviluppo economico illimitato in un pianeta dalle risorse finite. Negli anni successivi, altri celebri economisti come Serge Latouche hanno approfondito queste teorie, oggi riprese da una parte del mondo accademico. Diciamola tutta: la politica in generale non ha mai preso in seria considerazione questi scenari. Una visione riformista dei sistemi economici maturi avrebbe potuto costruire una prospettiva adeguata al cambiamento, ma non si è mai radicata, tranne brevi parentesi a cavallo tra il ‘900 e il nuovo millennio.
Ambiente e benessere sociale
Le critiche alla crescita si concentrano su due aspetti. Il primo riguarda l’ambiente con tutto il carico di scompensi e tragedie climatiche che viviamo: l’espansione economica è stata accompagnata da un crescente consumo di energia e materie prime, con effetti sempre più evidenti sugli ecosistemi. Il secondo riguarda il benessere sociale. Sono molti gli studi che dimostrano che, oltre una certa soglia di reddito, l’aumento del Pil non si traduce automaticamente in maggiore salute, istruzione o soddisfazione delle persone. Prenderne atto equivarrebbe a capovolgere il paradigma attuale che crea disparità, ingiustizie e guerre, a pezzi o globali non fa differenza.
Da queste considerazioni nascono proposte che puntano a ripensare il modello economico. Secondo Stiglitz e gli altri siamo al che fare. Come si fa a non condividere? Tra le soluzioni ci sono un maggiore intervento pubblico nei settori strategici, una tassazione più incisiva sui grandi patrimoni e sulle multinazionali, maggiori investimenti in sanità, scuola e trasporti pubblici, il riconoscimento economico del lavoro di cura svolto nelle famiglie, limiti all’utilizzo delle risorse naturali per garantire la sostenibilità ambientale. Ovviamente non c’è nessun riferimento alla polemica italiana sull’introduzione di una patrimoniale sui redditi più alti che pure ha acceso il dibattito tra destra e sinistra.
L’analisi di oggi ruota intorno a forme di povertà e di scarsità che non sono inevitabili, ma il risultato di precise scelte politiche ed economiche. Le disuguaglianze sono evidenti. E se proprio non si vuole ricorrere a vecchie formule come “alleanze tra produttori”, un cambiamento può arrivare solo da azioni che guardino alla qualità della vita, alla giustizia sociale e alla tutela dell’ambiente, più che alla semplice crescita della produzione. Quel demagogico grido italiano “abbiamo abolito la povertà” è stato il migliore manifesto dell’ignoranza di un movimento populista del nostro tempo. È tempo, invece, di approcci seri e di battaglie civili.
Le proposte dei quattro economisti sul Guardian sono destinate a suscitare un nuovo confronto su scala internazionale ma avranno anche forti resistenze politiche. Tuttavia il messaggio è chiaro: il Pil resta un indicatore importante, ma da solo non è più sufficiente a descrivere il benessere di una società. La sfida è costruire un modello di sviluppo capace di coniugare prosperità economica, equità sociale e sostenibilità ambientale. Un triangolo per ora solo sulla carta.


