Il trionfo di Orban: l’elettorato premia chi lo difende

Il trionfo di Orban: l’elettorato premia chi lo difende

13 Aprile 2018 0 Di ItaliaNotizie24

Da settimane, in vista delle elezioni politiche in Ungheria i mezzi di informazione occidentali avevano dipinto un Paese di fantasia. Da un lato, ritraevano l’Ungheria come una democrazia al collasso, uno Stato di diritto al tramonto. Dall’altro, si lasciavano andare a fantasticherie al limite del delirio su un elettorato magiaro ansioso di votare per poter mandare a casa il premier uscente Orban, dipinto come un aspirante dittatore, e rimettersi al collo il guinzaglio euro-bruxellese. Come sempre accade quando si antepone la propria agenda politica alla corretta informazione, questi pronostici non hanno resistito all’impatto con la realtà.

Orban ha stravinto le elezioni

L’affluenza al voto è stata elevatissima, il 68% circa, la più alta dal crollo del comunismo. Gli ungheresi hanno dato a Viktor Orban il 49% dei suffragi e 133 seggi parlamentari su 199: una maggioranza qualificata, che gli consentirà di governare il Paese per la quarta volta, la terza consecutiva, e di riformare la costituzione in piena autonomia.

Cosa c’è alla base di questo risultato elettorale?

In economia, Orban ha ridotto la disoccupazione al 4,1%. Grazie alla bassa tassazione, ha reso il suo uno dei primi Paesi d’Europa orientale per investimenti esteri. Ha rimesso la Banca centrale al servizio dell’economia nazionale. Ha conservato il controllo pubblico su settori strategici come banche, costruzioni, utilities ed energia. Ha rifiutato di barattare il Fiorino ungherese per l’Euro. Ha rinazionalizzato i fondi pensionistici. Ha riportato in equilibrio i conti pubblici e ha accompagnato alla porta il FMI.

In breve, Orban ha rimesso in ordine i fondamentali dell’economia ungherese senza applicare le ricette neoliberiste fatte di privatizzazioni e austerità, tanto care all’Unione Europea, al FMI, a Soros e ai suoi sicofanti.

In campo politico, Orban si è fatto alfiere della inflessibile difesa degli interessi nazionali e della sovranità ungheresi. Ha messo al centro del suo progetto politico lo Stato, concepito come strumento per organizzare e rafforzare la comunità nazionale, e il recupero e la difesa dei valori tradizionali: famiglia, identità nazionale, cristianesimo.

Ha svolto una politica estera rispettosa degli impegni presi, sia in ambito Unione Europea e Schengen sia in ambito NATO. Ha fornito un importante contributo alla stabilizzazione dei Balcani. E nondimeno, Orban è stato sempre attento a preservare l’autonomia dell’Ungheria quando richiesto dall’interesse nazionale, come ad esempio in relazione all’esigenza di avere buoni rapporti con la Russia.

Un cenno a parte merita la politica di Orban sull’immigrazione.

Allo scoppio della crisi migratoria nel 2015, l’Ungheria, che è una potenza regionale di poco meno di 10 milioni di abitanti, è stata fra i Paesi maggiormente investiti dai flussi di clandestini, da cui rischiava di essere sommersa: ben 100.000 solo fra gennaio e luglio di quell’anno secondo Frontex.

Preso atto della sostanziale inazione dell’Unione Europea e della linea a dir poco ambigua della nomenklatura di Bruxelles , così come dell’atteggiamento poco solidale di molti Paesi europei, l’Ungheria di Orban ha sviluppato una politica dialettica con l’UE, di messa in discussione dell’ineluttabilità del fenomeno dell’immigrazione e di opposizione alle quote obbligatorie di immigrati, da distribuire fra i Paesi europei. In quest’ottica, ha svolto un ruolo chiave nel consolidare una linea comune con i Paesi like-minded del Gruppo di Visegrad.

Non a caso, a differenza di vari Paesi europei, nel complesso in Ungheria non si sono registrati né impennate di crimini attribuibili a stranieri e clandestini, né incrementi di fenomeni di razzismo.

Difficile dunque considerare l’Ungheria come una democrazia a rischio. Quello ungherese non è stato un voto xenofobo o di pancia. Anzi.

Semmai, la “pericolosità” di Orban sta nel suo esempio.

Innanzi tutto, il primo ministro ungherese ha saputo dimostrare che si può stare nell’Unione Europea e nel contempo efficacemente difendere sovranità e interesse nazionale. Inoltre, ha messo in luce che anche all’interno della cornice istituzionale europea un Paese può rilanciare la propria economia senza ricorrere alle ricette neoliberiste più ortodosse o alle amorevoli cure della Troika.

Ispirandosi ad Orban, cosa potrebbe fare l’Italia, il cui peso in Europa è ben maggiore di quello dell’Ungheria, per PIL, per potenza industriale, per popolazione, per forza militare?

Gli ungheresi hanno premiato Orban semplicemente perché hanno chiaro che le sue politiche sono state mirate a difendere e promuovere gli interessi dell’Ungheria e del suo popolo. A preservare la sovranità nazionale e a governare i fenomeni politici, non a subirli.

Chi segue con attenzione l’attualità internazionale non si sorprenderà di osservare che i risultati che vengono istericamente rimproverati ad Orban dagli ambienti a lui ostili sono, nel contempo, gli stessi che gli sono valsi il fortissimo sostegno del popolo d’Ungheria.

In questi due schieramenti si riverbera la natura metapolitica della grande partita del nostro tempo. Da un lato, i difensori dei popoli, dello Stato come modello organizzativo e informatore, dell’identità nazionale, delle radici culturali e religiose, dei diritti sociali. Dall’altro, i fautori del meticciamento a tappe forzate, del dissolvimento dello Stato a vantaggio di poteri avulsi dai popoli (organismi sovranazionali, multinazionali, la “rete”…), del cosmopolitismo dei déracinés, del relativismo morale e religioso, dei “nuovi diritti” dei costumi orgogliosamente sbandierati mentre in tutto Occidente il neoliberismo tenta di spazzare via i diritti sociali e del lavoro.

Del resto, chi è Orban?

Un uomo che poco più che ventenne scelse nella seconda metà degli anni ’80 del XX secolo di stare in piedi e denunciare il regime comunista di Budapest quando era veramente pericoloso. Quando quelli che oggi in Occidente lo mettono all’indice si professavano marxisti, leninisti, trotzkisti, maoisti, e sostenevano che nei paradisi terrestri dall’altro lato della Cortina di Ferro si viveva molto meglio e che il muro serviva a proteggerli dalla minaccia fascista. Ma ammutolivano, accoltellando l’interlocutore con lo sguardo, quando gli si chiedeva come mai i giovani d’Europa orientale rischiavano la pelle per scavalcarlo, il loro adorato muro.

Trent’anni dopo, mentre questi stessi maestri di democrazia, mai stanchi di tante piroette intellettuali e morali, senza vergogna spiegano che non esistono alternative a Juncker e ai suoi ottusi burocrati, all’economia del debito e dell’austerità, all’estinguerci sotto le ondate dell’immigrazione, Orban è ancora lì, in piedi, a ricordarci che in politica la sovranità è tutto, che solo chi è sovrano è artefice del proprio destino.

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13 aprile 2018 | 18:56


Fonte Originale: https://www.diplomaziaitaliana.it/il-trionfo-di-orban/