Iraq, vince il sì al referendum per l’indipendenza del Kurdistan

Iraq, vince il sì al referendum per l’indipendenza del Kurdistan

27 Settembre 2017 0 Di Redazione In24

Iraq, il leader curdo Masoud Barzani conferma i risultati del referendum per l’indipendenza del Kurdistan che fa infuriare Baghdad.

Irak, vince il si al referendum per l’indipendenza del Kurdistan

Ha vinto il sì al referendum per l’indipendenza del Kurdistan dall’Irak che si è tenuto lunedì scorso. Ad annunciare quello che per i curdi è un momento storico, è il leader dei curdi iracheni Masoud Barzani. Ma il sogno di creare uno stato unico e indipendente e di riunire i 30 milioni di curdi sparsi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran è ancora ben lontano dalla realizzazione.

Da lunedì sera, e fino a martedì mattina, nel capoluogo Erbil e in tutta la regione del Kurdistan, la gente si è riversata nelle strade e nelle piazze, in cui per tutta la notte sono proseguiti festeggiamenti, canti, balli e caroselli di auto. Ovunque, fuochi di artificio e le bandiere curde bianco-rosso-verde. Ed hanno festeggiato anche i Curdi che vivono nel vicino Iran, dove in migliaia hanno marciato e sfidato la repressione delle manifestazioni imposta dalle autorità.

Tutt’altra storia a Kirkuk, che è al di fuori del Kurdistan ma è controllata dalle milizie curde dal 2014. La regione, che è ricchissima di petrolio, è abitata anche da molti arabi e turkmeni contrari invece al referendum. Qui, per evitare problemi di sorta, le autorità locali hanno invece ordinato il coprifuoco durante le ore notturne.

Il presidente del Kurdistan Masoud Barzani (ph. Kurdish Project).

Il presidente del Kurdistan Masoud Barzani (ph. Kurdish Project).

In un messaggio televisivo, Barzani, che guida il governo regionale curdo,  ha  invitato il governo iracheno a prenderne atto, e ad aprire un dialogo con il governo regionale curdo, invece di minacciare sanzioni. Il governo iracheno, invece, che considera il referendum illegittimo ed incostituzionale, ne contesta totalmente i risultati.

Il referendum è stato promosso ed organizzato dai curdi iracheni, che governano il Kurdistan, una regione che ai tempi dell’invasione Usa dell’Iraq, nel 2003, ha ottenuto una certa autonomia amministrativa da Baghdad. Il governo iracheno, tuttavia, ha anche sostenuto che i voti per il referendum in realtà sono arrivati anche da altre regioni in cui vivono i curdi.

Ma l’intera operazione referendum è stata fortemente contestata non solo dal governo iracheno, ma anche dagli Usa, dalla vicina Turchia, dall’Iran e da vari Paesi europei, anche perché arriva in un momento in cui è ancora in pieno svolgimento la difficile e complessa campagna militare contro il Califfato dell’isis.

Barzani, che ha vantato i milioni di voti ottenuti dal sì al referendum, si parla di quasi il 90 per cento dei voti, ha anche precisato che il referendum non è legalmente vincolante, ma è pur sempre la testimonianza della volontà di un intero popolo, di cui le grandi potenze dovrebbero tener conto. Egli stesso ritiene di aver di fatto ricevuto dai curdi un mandato a dialogare e ad aprire trattative con Baghdad e con i Paesi vicini.

Kurdistan, il difficile dialogo per l’indipendenza

A cominciare dalla Turchia, che invece, dopo decenni di rivolte e ribellioni dei Curdi che vivono nella parte sudorientale del paese, di indipendenza dei Curdi non ne vuole sentir parlare ed anzi ha minacciato sanzioni e ritorsioni economiche e militari. Tra l’altro passa dalla Turchia l’oleodotto che consente al Kurdistan di vendere il petrolio della regione, che è il fondamento della prosperità che si è riuscita a creare negli ultimi anni.

E di dialogo con i Curdi non ne vogliono sapere nulla neanche a Baghdad. A mettere le mani avanti è stato il primo ministro iracheno Haider al-Abadi. “Non siamo pronti a discutere o a dialogare sui risultati del referendum perché è incostituzionale”, ha detto sin da lunedì sera, ed ha anche ordinato ai curdi di liberare gli aeroporti che controllano nella zona entro tre giorni.

L’iniziativa referendaria dei Curdi, peraltro, non è piaciuta troppo a Washington. Il Dipartimento di Stato ha sempre assicurato ai Curdi protezione ed aiuti di ogni genere sin dai temi di Saddam Hussein, e i Curdi, ben equipaggiati ed armati dagli Usa, stanno facendo tutto il lavoro sporco nella guerra al Califfato dell’Isis.

Ma gli Stati Uniti hanno sempre voluto evitare tensioni nei rapporti tra i Curdi, l’Iran e la Turchia, non hanno gradito affatto lo strappo del referendum e si sono dichiarati “profondamente delusi” dalla decisione curda di organizzare il referendum.

Anche l’Unione europea ha chiesto, inutilmente, ai Curdi di annullare il referendum, e anche la Russia di Putin, che da alcuni anni a questa parte ha dispensato miliardi di dollari di investimenti economici ai Curdi, notoriamente preferisce che l’Iran mantenga la sua unità territoriale.

Anche l’Iran è ostico ed ostile verso i Curdi, mentre appoggia la maggioranza sciita attualmente al governo in Iraq. Domenica ha vietato i voli verso il Kurdistan e il generale Yahya Rahim Safavi, uno dei principali consiglieri del capo supremo, ha invitato “i quattro paesi vicini a bloccare i confini terrestri” con la regione curda irachena.