Israele – Hamas: il cessate il fuoco è appeso ad un filo

Israele – Hamas: il cessate il fuoco è appeso ad un filo

28 Maggio 2021 0 Di Rebecca Gnignati

Israele – Hamas, tutti dichiarano vittoria, ma il cessate il fuoco è appeso ad un filo e la pace nella regione resta un miraggio.

Israele – Hamas: il cessate il fuoco è appeso ad un filo

Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas compie una settimana, ma le speranze di pace nella regione restano deboli e la stessa tregua è appesa a un filo che si potrebbe spezzare in qualsiasi momento, e per tante ragioni.

Due vittorie per un conflitto

Dal 10 Maggio, il conflitto durato 11 giorni, ha mietuto oltre 250 vittime, tra cui almeno 65 minori. Oltre il 90% dei morti sono dal lato palestinese. 4400 sono i razzi partiti da Gaza, il 90% intercettato da Iron Dome, il sistema antimissilistico israeliano, mentre 600 quelli che hanno colpito la Striscia di Gaza.

Dopo aver guidato il Paese attraverso il più intenso momento di violenza dalla Guerra di Gaza 2014, Benjamin “Bibi” Netanyahu, primo ministro israeliano, e il comando di Hamas, il partito che “governa” nella Striscia di Gaza ed è considerato un’organizzazione terroristica dalla comunità internazionale, hanno accettato l’accordo di cessate il fuoco mediato dall’Egitto.

Forti sono state le pressioni del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sul premier israeliano: si sono sentiti telefonicamente almeno tre volte nella settimana antecedente alla tregua. Anche in queste occasioni, pur incoraggiando una fine delle ostilità, Biden si é comunque schierato nettamente al fianco di Bibi, affermando a più riprese il diritto d’Israele di difendersi.

Sono state quindi le iniziative parallele di USA ed Egitto, storicamente principali mediatori del conflitto, ad aver convinto Netanyahu ad accettare l’accordo.

Il premier non ha voluto accordare tregue prima di aver ascoltato il comunicato dei militari sull’efficacia dell’offensiva: l’IDF, ovvero l’esercito israeliano, ha confermato di aver neutralizzato 100 chilometri dei cosiddetti “tunnel del terrore”, dei passaggi sotterranei usati da Hamas e dalla Jihad Palestinese (l’altro gruppo terroristico presente a Gaza), ed aver eliminato 225 membri dei due gruppi, inclusi 25 comandanti.

Il premier ha giudicato l’operazione un “successo eccezionale” e ha aggiunto: “Se Hamas pensa che sopporteremo un’altra pioggia di missili, si sbaglia. Risponderemo con forza”.

Dal canto suo, Yahya Sinwar, leader di Hamas, é uscito illeso dai combattimenti. Si è mostrato al pubblico appena dopo la dichiarazione della tregua, recandosi ad un funerale di uno dei suoi comandanti: è così che Hamas dichiara vittoria, sopravvivendo.

E non ha tutti i torti: gli abitanti di Gaza supportano i loro leader sempre di più. La bandiera di Hamas è stata vista a più riprese sventolare nei territori della Cisgiordania. Qui, l’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, a capo della laica Organizzazione per la Liberazione della Palestina, perde consensi di giorno in giorno, soprattutto dopo aver cancellato le elezione previste per questo maggio.

In Cisgiordania non si vota dal 2006, ma la caduta di Abbas non farebbe che peggiorare i già pessimi rapporti con Israele, soprattutto nel caso vincesse Hamas. In tal caso, il dialogo con Israele verrebbe totalmente a mancare.

Gaza, la pace resta un miraggio

I problemi restano, e non sono stati in alcun modo risolti dalle violenze dei giorni scorsi. Se possibile, si sono ulteriormente complicati.

Tra Israele e Gaza l’unico dialogo possibile si scrive nel sangue. Perché?

Da un lato, Israele non riconosce Hamas come un interlocutore legittimo. Non lo riconoscono tale neppure gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Unione Europea.

Dall’altro lato, Hamas non ha riconosciuto Israele come Stato legittimo e nel proprio Statuto si ripropone di far sparire lo Stato ebraico dalle mappe.

La mancanza di riconoscimento reciproco é alla base della necessità di ricorrere a mediatori terzi, come in questo caso l’Egitto.

Questo status quo non é che peggiorato, alla luce degli avvenimenti recenti. Entrambe le popolazioni sostengono più di prima i loro leader e nessuno sembra pronto al compromesso.

Netanyahu, la cui carriera politica sembrava andare verso il capolinea prima dello scoppio del conflitto, potrebbe ora usare quest’auto-dichiarata vittoria per far diminuire le possibilità di un governo di coalizione guidato da Yair Lapid. Al momento quest’ultimo, leader del partito di sinistra Yesh Atid, detiene un mandato di esplorazione per formare un governo, appunto di coalizione.

Ma la coalizione di sinistra avrebbe dovuto includere due partiti arabo-israeliani, mai stati prima al governo, senza i quali la coalizione non ha abbastanza seggi in parlamento per governare.

A seguito delle recenti violenze in città israeliane ad alto tasso di presenza araba, questa possibilità é sempre più vacillante e quella invece di tornare a votare (per la quinta volta in 2 anni) diventa di giorno in giorno più concreta.

In tal caso, é probabile che i cittadini israeliani, sempre sensibili al tema della sicurezza ed ancor più in questo clima di guerra, votino più compattamente a destra, aggravando così le già misere possibilità di un dialogo con i palestinesi.

Il destino della tregua 

Guardando al futuro del cessate il fuoco, il governo israeliano ha messo in chiaro il suo bisogno di ottenere garanzie da Stati Uniti ed Egitto sull’utilizzo dei fondi che la comunità internazionale sta versando per ricostruire gli edifici bombardati a Gaza.

Israele richiede infatti una procedura trasparente per evitare che i soldi finiscano nelle mani di Hamas, oltre ad aver domandato il rilascio immediato degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas dal 2014 (due civili e i resti di due soldati). Inoltre, l’esercito israeliano ha assicurato che ogni segno di attacco, per quanto piccolo, proveniente da Gaza, avrà una risposta immediata, affermando anche che l’IDF farà di tutto per prevenire il riarmo di Hamas.

D’altro canto, il Ministro della Difesa dello Stato Ebraico, Benny Gantz, ha promesso di fare di tutto per dare una mano all’Autorità Palestinese di Abbas a rafforzarsi, così che Hamas si indebolisca anche a livello politico.

Dal lato palestinese, da Hamas nessuna notizia oltre alla promessa di mantenere la tregua, a patto che Israele faccia lo stesso. Abbas invece ha dichiarato di voler tentare “un governo di unità nazionale su tutta la Palestina, in modo da far espandere la democrazia anche sulla Striscia di Gaza”.

Alcuni analisti intravedono la possibilità d’includere l’Autorità Palestinese negli Accordi di Abramo, la rete di alleanze che Israele sta tessendo, spalleggiato dagli Stati Uniti, con alcuni Paesi della Lega Araba, tra cui gli Emirati.

É possibile che l’arrivo mercoledì a Gerusalemme del segretario di Stato statunitense Anthony Blinken possa essere un segnale di questo cambiamento di strategia. Ad ogni modo, per il momento, di accordi di pace duraturi neanche l’ombra.