Istat: Ricercatori universitari, tutti al lavoro. Ma all’estero si guadagna di più

Istat: Ricercatori universitari, tutti al lavoro. Ma all’estero si guadagna di più

26 Novembre 2018 0 Di Pietro Nigro
I ricercatori? Per l’Istat, sei anni dopo il dottorato di ricerca lavorano quasi tutti, sia all’università che in altri settori. Ma all’estero si guadagna sempre un po’ di più.

Ricercatori universitari, per l’Istat lavorano quasi tutti

I ricercatori? Secondo l’ultimo rapporto Istat, sei anni dopo la fine del Dottorato di ricerca sono tutti al lavoro o quasi.

Lo dice l’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica, che ha presentato oggi i risultati dell’Indagine 2018 sull’Inserimento professionale dei dottori di ricerca italiani.

Il dato principale è incoraggiante. Spendere diversi anni di studio e di ricerca per perfezionarsi dopo la laurea, alla lunga paga. Poco, magari, ma paga.

Nel 2018, infatti, a sei anni dal conseguimento del dottorato, lavora ben il 93,8% dei dottori di ricerca.

Un altro 4,6% cerca lavoro, mentre non lavora e non cerca lavoro l’1,6% dei ricercatori.

L’indagine 2018 ripropone sostanzialmente il dato della precedente, realizzata nel 2014 sui dottori di ricerca del 2008 e 2010.

L’indagine Istat prende in considerazione anche le varie discipline scientifiche. Ebbene, il tasso di occupazione sembra più elevato tra i ricercatori nelle discipline scientifiche.

Per ingegneria industriale e dell’informazione si arriva a oltre il 96 per cento già dopo quattro anni, e oltre il 98% dopo sei anni.

Più basso, invece, il tasso di occupazione per i dottori delle Scienze politiche e sociali: il 90,7 per i ricercatori del 2012 e l’87,8% per quelli del 2014.

Peccato che l’Italia abbia però deciso, con la riforma dei dottorati del 2013, di chiudere molte aule e molti corsi di dottorato.

Ma dove trovano sbocco i dottori di ricerca?

Sei anni dopo aver concluso il dottorato, il 24,1 per cento, quasi uno su quattro di quelli occupati è rimasto nell’istruzione universitaria. E di questi, la metà, il 51,1%, ha un lavoro dipendente, un posto fisso, mentre il 36,6% degli occupati ha un assegno di ricerca.

Solo uno su dieci dei dottori di ricerca lavora come ricercatore o più raramente come professore, e di questi il 40 per cento, quattro su dieci, è rimasto nella stessa università in cui ha conseguito il titolo.

Anche per questo, in molti scelgon di spendere all’estero la formazione conseguita: in questo caso, infatti, almeno uno su quattro dopo 6 anni è diventato ricercatore o professore.

E poiché l’università italiana non sembra offrire sbocchi sufficienti per tutti, cresce il numero dei dottori di ricerca che si rivolge con successo ad altri settori.

Aumenta, infatti, rispetto al passato la quota di occupati nel settore dell’istruzione non universitaria: si passa dal 12,4% per quelli del 2004 al 17% per quelli del 2012).

Diminuisce, poi, il numero di ricercatori che dichiara di svolgere realmente attività di ricerca e sviluppo. Erano il 73,4 per cento nell’indagine 2008, sono scesi al 69,8% in quella di quest’anno.

E cresce anche l’insoddisfazione e la delusione. Tra i dottori del 2014, il 28 per cento ha dichiarato che non rifarebbe la stessa scelta. I delusi tra i dottori 2014 sono saliti di bendieci punti e sono diventati il 38,3 per cento.

Il 79 pe cento degli occupati ammette poi che il dottorato è utile per l’accesso al lavoro. Ma solo solo il 15,2% degli occupati ammette di aver migliorato la propria posizione.

Ma quanto guadagna un dottore di ricerca?

Una probabile causa della delusione potrebbe essere nelle retribuzioni. Secondo l’indagine Istat, sei anni dopo il dottorato, i compensi mediani si aggirano intorno a 1.789 euro al mese.

Ma ci sono sostanziali differenze tra le aree disciplinari. Il compenso più basso è di 1.517 euro per i dottori in Scienze delle antichità filologico-letterarie e storico-artistiche. E raggiunge i 2.400 euro per quelli delle Scienze mediche.

Per questo cresce il numero dei dottori di ricerca che preferiscono andare all’estero: erano il 27,4 per cento dei dottori del 2004, e sono diventati il 44,6% dei dottori 2014.

Gli Stati Uniti la meta più ambita, perché da soli assorbono il 18,2% dei dottori espatriati, ma anche Regno Unito e Germania hanno appeal per rispettivamente il 15,5 e l’11,1 per cento dei dottori.

E tra i dottori di ricerca del 2012 e 2014, ben il 17,2 per cento sta ancora vivendo e lavorando all’estero.

In compenso, cresce il numero di stranieri che scelgono l’Italia per il loro dottorato di ricerca: erano il 2,2 perr cento nel 2004, sono il 10,1 nel 2014. E per il 43,9 per cento vengono dai paesi asiatici.