Jihad, perché è meglio non farsi illusioni

Jihad, perché è meglio non farsi illusioni

30 Novembre 2019 0 Di Corrado Corradi

Breve considerazione sulle azioni di stampo jihadista che dal 2015 si susseguono in Europa in concomitanza di date significative.

Agli attentati più o meno estesi che si susseguono da alcuni anni a questa parte (con uso di armi da fuoco, camion, ordigni esplosivi e coltelli) si susseguono anche le considerazioni espresse nei vari talk-show.

E la sensazione che se ne trae è che opponiamo banalità e vane chiacchiere fuori tema ad un fenomeno i cui termini sono chiari.

Jihad, meglio smetterla di parlare di lupi solitari e cani sciolti

Da un punto di vista della sicurezza, essendo evidente che gli attentati sono ormai ricorrenti, è bene smetterla di parlare di «lupi solitari» e «cani sciolti».

Lupi e cani sono solitari e sciolti fino ad un certo punto, perché hanno referenti identificabili che contattano via net e si attengono a procedure tecnico tattiche precise e consolidate…

I recenti attacchi con coltelli ritengo siano riconducibili ad una strategia lanciata qualche anno fa da Hamas in Israele, attivata con una serie di graffiti murari.

Deve altresì essere considerato che, anche se fino a poco tempo prima dell’azione gli attentatori esprimevano il peggio della cialtroneria occidentale con tanto di spinello e musica rap, chi ha bazzicato un poco l’Islam sa che questi erano integrati solo ed esclusivamente per gli aspetti legati alla vita di strada, ma rimanevano comunque spiritualmente scollegati dalla società in cui erano immersi, mantenendo invece un profondo contatto, attraverso la tradizione famigliare, con una moschea in cui si svolge quanto meno la «Da’wa» (predicazione mirata a creare militanza attiva e successivamente il reclutamento per il jihad). 

La protesta tossica è strumentale a corrodere dall’interno la società che odiano

La loro adesione alla «protesta tossica» (come l’evoliano «cavalcare la tigre») è strumentale a corrodere dall’interno una società che hanno in odio e che è da loro  considerata nella fase finale del suo declino.

Non sono né lupi solitari né cani sciolti, non agiscono d’iniziativa ma rispondono a ordini ispirati da una chiara dottrina che pervade i militanti: il jihad, e che giungono loro attraverso la rete.

Questi si erano adattati ai costumi occidentali per opportunità di dissimulazione, e trovavano compiacente assistenza nella comunità islamica incistata nel paese. 

E’ pertanto evidente che questi sottendono una organizzazione articolata ideologicamente, logisticamente e operativamente. 

Nati in Europa ma legati alla tradizione paterna che non vogliono lasciare

Da un punto di vista antropologico, é bene smetterla con la banalità di affermazioni tipo «gli attentatori appartengono ad una generazione nata in Europa» dando per scontato che lo «ius soli» sia così potente da cancellare i legami affettivi che legano un figlio alla tradizione paterna, soprattutto se questa costituisce il fulcro dell’educazione famigliare. 

I genitori di quei ragazzi, da noi banalmente quanto incoscientemente bollati come comuni criminali cresciuti in casa nostra, diventati jihadisti a causa di una mancata integrazione, in realtà sono figli di genitori che vengono da terre islamiche con un «auditum fidei» e, a cascata, una percezione morale e sociale spesso in netta antitesi con il nostro modo di vivere, e che si sono installati in Europa con la ferma intenzione di preservare da ogni contaminazione la loro tradizione sociale e religiosa alla quale (giustamente) non hanno nessuna intenzione di rinunciare adottando i nostri modelli.

Questa è la cifra da tenere in considerazione quando si analizza il fenomeno «islamISMO» (uso il suffisso ISMO per indicare la militanza nell’Islam).

Meglio non illudersi sulla possibile integrazione

In merito alla possibilità che le comunità islamiche possano integrarsi in seno alla società europea aderendo totalmente ai nostri modelli sociali, è bene non farsi illusioni.

Tale possibilità è resa vana da due fattori sostanziali.

Quelle comunità manterranno sempre una cifra tradizionale e spirituale profondamente diversa dalla nostra per un motivo molto semplice, sono profondamente legati alle loro tradizioni e alla loro spiritualità, sono altrettanto profondamente convinti della loro superiorità morale e hanno la certezza che la loro religione é la religione salvifica per tutto l’orbe.

Attualmente esse costituiscono l’obiettivo di una campagna di radicalizzazione promossa dall’internazionale wahhabita, che si prefigge di usarle come «cavallo di Troia» per penetrare l’Europa.

L’integrazione sarà possibile solo quando noi avremo assunto una saldezza identitaria pari alla loro, rinunciando alle stoltezze del pensiero debole, al continuo bidet alle nostre sporche coscienze, al buonismo sciocco (interpretazione invertita dell’evangelico «ama il prossimo tuo come te stesso»), alla volontà di realizzare un sincretismo religioso che ci farebbe sottomessi, alla dabbenaggine di credere che i muri siano cattivi a prescindere (quasi che i muri delle case servano solo a reggere il tetto per ripararci dalla poggia piuttosto che isolarci da un esterno che, a volte, può essere invadente), al «volemose bene» a tutti i costi, anche quando rischia di farci diventare «dhimmi», all’esercizio del dubbio ozioso di chi, senza rendersene conto, si autocondanna ad evanuire nelle  proprie cogitazioni.

A proposito di integrazione, mi piace riportare a grandi linee una dichiarazione, se non profetica, sicuramente molto realistica, che il sovrano del Marocco Hassan II ha rilasciato ad una giornalista francese in un’intervista degli anni ’90.

Il succo del discorso è più o meno questo:

«Io conosco il mio popolo e affermo che i marocchini residenti in francia non potranno altro che essere dei pessimi cittadini francesi perché è impossibile che essi rinuncino al loro essere marocchini con tutto quel che comporta in termini di tradizione».…

E stiamo parlando di un popolo arabo-islamico, quello marocchino, che per tradizione spirituale e scuola giuridica si distingue per tolleranza e apertura dagli altri popoli di quel mondo e si propone come esempio di come dovrebbe essere l’Islam «moderno», tant’è che il Marocco é nella linea di mira dell’internazionale jihadista.