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La morte di Edgar Morin: un lucignolo e una finestra

La morte di Edgar Morin: un lucignolo e una finestra

31 Maggio 2026 Off di Michele Montella

Edgar Morin è morto. “Così vecchio che gli sta bene così!” dicono in molti. Ha scritto tanto e se fosse ancora vissuto ci avrebbe ancora inondato di parole. È morto quindi e non ci parla più. Si chiude una serie di idee e di opere, di opinioni, di ricerche, di intuizioni fulminee che andranno a nascondersi in pagine e pagine di scrittura, pesanti come marmi sepolcrali, a futura memoria? Le perderemo quelle pagine di un vecchio professore?

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Sarebbe questo un ben povero addio al volo leggero di un maestro, che semplicemente negli anni non ha fatto altro che appoggiare il lucignolo della sua lampada al davanzale della finestra dello studio, senza fare chiasso, e invitandoci ad affacciarci per fare qualcosa di inconcepibile: pensare. Augurandoci di pensare. L’attitudine al pensiero. Nonostante la variegata produzione, il suo pensiero ci ha prospettato pochi fondamentali concetti che girano intorno a quella finestra aperta per noi come una danza. Tre concetti che ruotano reciprocamente nella vita di ogni giorno.

Il primo riguarda la connessione del tutto. Attiene alle profonde e insondate relazioni che ciascuno di noi ha con le cose del mondo, con gli animali, con la natura e in ultima analisi con la storia che ci contiene e le responsabilità che ci chiede. Se l’uomo non è più il centro del cosmo, guardare il gatto di casa, per esempio, è un ventaglio infinito di probabilità e quando l’animale ci guarda con gli occhi penetranti di un principe regale, ci invita a visitare il suo regno e stabilisce un dialogo con linguaggi tutti suoi, nei quali sentiamo la forza dell’esistenza.

E siamo al secondo concetto, la complessità. Quel dialogo gattesco apre un’infinità di interrogativi perché ci svela una eterogeneità straordinaria che bisogna elaborare.

Aspiriamo ad un ordine e ci troviamo nel disordine, cogliamo solo i frammenti di discorsi e situazioni che non capiamo ma, nello stesso tempo, balena improvviso il bisogno di ipotizzare come organizzare le conoscenze, in maniera da capire dove ci troviamo in quel disordine e come possiamo anche noi far parte di questa connessione cosmica, che ci appare così armonica e che coinvolge noi, il gatto, l’albero che ci stormisce sul capo, e magari lo sguardo amorevole di qualcuno che ci guarda da lontano e ci sorride. Per questo, ci indica Morin, abbiamo bisogno di un criterio di lettura.

E siamo al terzo concetto, il metodo, quello che egli chiama “la vita della vita”. Come la possiamo pensare questa vita che sembra scomporsi ogni giorno e ricomporsi in una trasformazione continua? Se dentro al traffico sogniamo un lago alpino o mentre un medico ci fruga nello stomaco e resistiamo, pensando che nostro figlio sta aspettando fuori e tra poco ci saluterà fiducioso, vorrà dire che dentro di noi e fuori di noi tutto convive e cerca di organizzarsi, che nella nostra parzialità siamo dipendenti da quel seme di bontà che ci fa sentire aspettati. Siamo fatti di appartenenza reciproca, scrive Morin, e il metodo sta nel rilevarla con pazienza, stabilendo un criterio di ecosostenibilità organizzativa. Concetti non troppo difficili se riusciamo ad avvicinarli alla nostra quotidianità. Così questo vecchio, che si è deciso finalmente a morire, non smetterà di avviarsi al caffè dell’Espérance, dove, come lui afferma, ci proporrà di chiacchierare sulla multiformità del mondo, seduti all’ombra. Ascolta con noi la canzone L’amour de moy e del suo grazioso giardino, dove crescono ancora la rosa e il mughetto.

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