La poesia ne” Il coltello sul vassoio”, il libro di Veronica Chiossi
03 Maggio 2026C’è un verso che, da solo, cambia il modo in cui guardiamo alla scrittura: «Se scrivo è per evitare il reato». Non è una provocazione, ma una presa di posizione. In “Il coltello sul vassoio” (Molesini Editore), la poetessa veneziana Veronica Chiossi costruisce un’opera in cui la poesia smette di essere solo espressione e diventa uno strumento concreto: un modo per contenere, trasformare, attraversare ciò che altrimenti rischierebbe di esplodere nella realtà.

In un panorama letterario spesso segnato da costruzioni intellettuali, la sua voce si distingue per un’onestà che arriva fino al limite del dicibile. Il libro racconta, in versi e con un andamento quasi cinematografico, una relazione segnata da dinamiche abusanti. Ma tutto parte da prima. Da un trauma più antico: l’abbandono paterno. Un evento che non resta confinato nel passato, ma riaffiora nelle relazioni adulte, influenzando la percezione di sé e la capacità di riconoscere ciò che è sano da ciò che non lo è.
La raccolta si sviluppa come una sequenza di immagini. Ogni poesia è un frammento, un passaggio che contribuisce a una narrazione più ampia. Nella prima parte emerge il tema del disamore, inteso non solo come fine di una relazione, ma come esperienza di rifiuto, perdita, rottura definitiva. Poi lo sguardo si allarga. Il Nordest, gli animali, le “Care caricature”. In questo libro c’è anche spazio per l’ironia.
Ed è proprio l’ironia uno degli elementi più sorprendenti. Non è un alleggerimento, ma una forma di resistenza. Un modo per prendere distanza, per non restare intrappolati nel trauma. Ridere, in questo caso, è un gesto serio: permette di restare a galla, di non affondare, di trovare uno spazio di libertà anche dentro ciò che fa male.
Il risultato è un libro che non si limita a raccontare il dolore, ma prova a lavorarci dentro. E, così facendo, apre una possibilità: che la parola non sia solo uno sfogo, ma uno spazio in cui ciò che ferisce può essere trasformato — senza negarlo, ma senza restarne prigionieri.


