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Marco Zullo - Rubrica Marco di Fabbrica
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L’assalto alla scuola e all’Universitá

L’assalto alla scuola e all’Universitá

04 Ottobre 2026 Off di Michele Montella

La scuola e l’Università sono gli spazi in cui si sostanzia la democrazia. Dove sono altri luoghi in cui s’impara a confrontarsi, a ricercare, a dedicarsi senza alcun interesse privato allo studio dei cambiamenti epocali in atto? In quali altri momenti della vita si è assieme a compagni che magari non avremmo mai frequentato?

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Per non parlare del tema della cittadinanza. È difficile che da piccoli e poi da adolescenti e da giovani ci siano esperienze continuative e strutturate di negoziazione, di problematizzazione.

A scuola si apprende ad essere umani.Ora se la democrazia è in crisi vuol dire che questi spazi sono in sofferenza. Ed è quello che sta succedendo in Italia.

In che maniera questa crisi culturale si rivela? Ci sono episodi e situazioni nelle quali è evidente questo scollamento comunitario? Per verificarlo basta gettare uno sguardo rapido a tre elementi recentissimi che riempiono le cronache sulla scuola: il tetto agli stranieri nelle classi, le nuove Indicazioni Nazionali e il definanziamento e il controllo delle Università.

Gli stranieri

I bambini e i ragazzi stranieri sono da sempre un cruccio dei governi di destra e più di un cruccio, forse, un problema. La trovata pubblicitaria del Decreto sul tetto agli studenti stranieri suona come l’ennesimo tentativo di colpire, per motivi puramente elettorali, il cuore stesso della scuola che è quello di garantire l’istruzione a tutti senza distinzioni e senza ineguaglianze. E non vale a nulla che la Costituzione sancisca chiaramente questo diritto-dovere, perché probabilmente essa stessa risulta averequalcosa di pericoloso e di sedizioso.

A partire dal prossimo anno scolastico nelle classi di nuova formazione la presenza di alunni stranieri non potrà superare il 30%. Alla primaria riguarda i bambini senza cittadinanza italiana e che non abbiano frequentato la scuola dell’Infanzia; alla secondaria di I e di II grado quegli studenti che in tre anni nel sistema non abbiano frequentato con successo, cioè siano stati bocciati. Il discorso del limite ha certamente il fascino di una misura concreta, che ci risparmia la fatica di accertare ciò che sta veramente succedendo e perciò si sta trasformando in una misura evidentemente ideologica e strumentale.

A guardare i dati reali l’impatto pratico è quasi nullo e solo grazie all’intervento di Mattarella si è riusciti ad evitare derive di incostituzionalità. Non si riesce a risolvere il problema dell’immigrazione clandestina, allora cosa c’è di meglio se non dare l’impressione di buttarli fuori tutti, mentre in realtà si stanno escludendo dalla prospettiva educativa ragazzi che nulla hanno a che vedere con la questione?

Le Indicazioni Nazionali

E veniamo alle nuove Indicazioni. Leggerle sarebbe uno spasso se non fossero drammatiche nelle loro conseguenze. Gli spunti sono tanti, ma ci vorrebbe troppo spazio per parlarne; diciamo che vanno dal ritenere alcuni concetti esclusivo patrimonio occidentale, all’uso ossessivo del termine identità; dall’enfasi sul talento alla funzione di guida che assume il magister per orientare l’allievo.

La concezione di guida rimanda ad una tritametafora, secondo cui il bambino ha bisogno di qualcuno che lo orienti nello sforzo di imparare. Oggi, che lo studente è inserito in profondi cambiamenti nel modo di acquisire i saperi, l’apprendimento è diventato un sistema di co-costruzione delle conoscenze che lascia al puro romanticismo le suggestioni delle Indicazioni.

Le stesse vituperate competenze non sono altro che conoscenze in azione. Le sottolineature poi sulla scrittura manuale, sullo studio mnemonico, sulla reintroduzione del latino e su un’impostazione storica basata sulle radici culturali occidentali e cristiane, sembrano il tentativo vano di richiudere un sapere nelle stalle della tradizione, quando ormai esso è già scappato fuori nell’interdipendenza dei linguaggi e delle esperienze. Tutto questo ha l’aria di unrestyling nostalgico e centralista che diventa controproducente anche rispetto ad esigenze condivisibili, come quelle di opporsi all’incompetenza dilagante, alla pervasività digitale e al recupero della tradizione umanistica.

C’è un’ultima serie di fatti che dimostra il clima di crisi democratica che affligge il sistema di istruzione del Paese ed è l’affossamento dei fondi per la ricerca nelle università. Mentre la scuola viene normalizzata nei programmi, gli atenei soffrono una crisi profonda di risorse, precariato cronico dei ricercatori e tagli strutturali.Un’università ridotta alla fame è un’università più debole e ricattabile.

La ricerca universitaria ha un ruolo fondamentale nelle nostre società analfabete e disorientate. Essa fornisce i criteri per distinguere e per verificare la qualità dei contenuti nel contesto dell’eccessiva quantità di informazioni che contraddistingue il nostro tempo. Per questo non può soggiacere a principi di concorrenza o alle tentazioni di risolvere i problemi assecondando le spintedei gruppi di potere. La sua autonomia dovrebbe essere un bene comune salvaguardato. Solo da quelle aule possiamo imparare a individuare i principi che rendono una conoscenza affidabile e valida, se vogliamo veramente migliorare la nostra vita e la capacità di essere ancora liberi dall’atrofizzazione del giudizio.

Pensare non può essere tagliato come si fa con i fondi, perché è un bene impagabile, senza del quale lo studio diventa strumento di asservimento e di schiavitù.

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