L’Europa aggiorna le regole sull’economia circolare
03 Agosto 2026Esattamente un anno fa, il 1 agosto agosto 2025 la Commissione europea avviava una consultazione pubblica con un invito ai governi a presentare contributi per una nuova legge quadro sull’economia circolare: il Circular Economy Act. La Commissione vuole accelerare la transizione verso un sistema che aumenti la sicurezza dei paesi Ue, la competitività industriale e la decarbonizzazione. Il provvedimento è previsto per il terzo trimestre 2026, ed è oggetto di studi ed analisi. Ma cos’è accaduto in questi dodici mesi ? L’Ue prepara una revisione dell’attuale normativa e dedica particolare attenzione allo sviluppo di un mercato unico per i rifiuti e le materie prime seconde, all’incremento dei volumi di raccolta differenziata e al riciclo, al potenziamento delle infrastrutture, allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Per fare tutto questo c’è bisogno di unità e condivisione degli obiettivi. Impresa non facile .

Il Circular Economy Act: cos’è ?
Il Circular Economy Act modificherà alcune disposizioni in vigore, come le direttive quadro sui rifiuti, sulle discariche, sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, regole che che non sempre hanno dato risultati lusinghieri. A volte a causa della complessità delle norme, altre, per il mancato recepimento nella legislazione nazionale. D’altra parte, dovremmo aver capito tutti che lo sviluppo di un’economia sostenibile in grado di far fronte al cambiamento climatico, a siccità, desertificazione, alla lotta per l’approvvigionamento delle terre rare, alla povertà economica, richiede realismo e capacità di governo dei processi. Eppure in Europa il tasso medio di utilizzo circolare di materia è del 12,2%: al di sotto delle aspettative. Solo il riciclo dei rifiuti complessivamente gestiti è, al 41,2%. Esistono, dunque, margini di miglioramento considerato che la stessa Commissione Ue ha fissato al 24% l’obiettivo di circolarità dei materiali entro il 2030. In ogni paese bisognerà, pertanto, aumentare la quota di materiali provenienti da riciclo e riuso, piuttosto che impiegare materie prime.
Italia in pole position…se vuole
E l’Italia ? L’Italia vanta buone posizioni nel riciclo e nella gestione complessiva dei rifiuti. Il paese dipende, pero’, ancora molto dalle importazioni di materie prime. I dati dell’8^ “Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026”, presentato a maggio scorso, hanno messo in evidenza criticità importanti. Si va dalla disomogeneità sul territorio del trattamento dei rifiuti solidi urbani, alla carenza di impianti, alle politiche di sostenibilità, agli investimenti, all’azione degli enti locali. Il tasso di utilizzo circolare di materia, per esempio, in Italia e al 21% – il più alto in Europa- rispetto al 12,2% della media europea e si puo’ migliorare ancora. Ma nel 2025 l’Italia ha speso 600 miliardi di euro in importazioni di acciaio, rame, nichel, oltre a petrolio e gas. La necessità di arrivare a una maggiore circolarità dei materiali e a una minore importazioni di combustibili solidi è, quindi, una scelta strategica collegata alle tensioni geopolitiche nei paesi produttori. È un’opportunità per la sostenibilità e la competitività delle imprese e la tutela dell’ambiente e quello che pensano di fare a Bruxelles va preso per il verso giusto. Il Paese può ambire alla pole position.
Investimenti in calo
La crisi dello stretto di Hormuz ha mostrato la vulnerabilità di un modello economico che oggi non puo’ fare a meno delle importazioni. In campo energetico la soluzione di un mix di fonti fossili e rinnovabili nel medio-lungo periodo resta la più praticabile. Sul Circular Economy Act europeo, Governo e Parlamento devono agire per aumentare il recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche, la produzione di beni durevoli e riciclabili, estendere la responsabilità dei produttori a tutte le filiere, introdurre incentivi fiscali per riparazione e riuso, mobilitare investimenti pubblici e privati. Senza girarci troppo intorno, ci vogliono nuovi investimenti che invertano quella tendenza al risparmio che dal 2019 ha registrato un calo di oltre 13 miliardi di euro. A muoversi per prima deve essere il governo che non puo continuare a giocare su due tavoli rispetto all’Europa, che un segnale di riforma sull’economia circolare lo sta lanciando. Anche le opposizioni e la sinistra hanno il loro daffare per costruire un sistema più flessibile, a costo di pagare anche qualche prezzo passeggero verso un settore che occupa appena 500 mila persone. In pochi anni si possono triplicare. Negare la necessità della transizione ecologica è fuori da ogni logica. Ogni euro investito oggi in tecnologie, strutture e modelli produttivi rende più solido il capitale del futuro.


