Libano, racconto di un fallimento fantasma

Libano, racconto di un fallimento fantasma

30 Settembre 2021 0 Di Fabio Carolla

Libano crolla nel caos: mancano energia, medicinali e denaro. Ma cosa succede ai cittadini quando uno stato è sulla rotta del fallimento?

Dall’esplosione di Beirut fino ad oggi: cosa è successo?

Oltre un anno è passato dall’esplosione che devastò Beirut, capitale del Libano, il 4 Agosto 2020. All’epoca, i social furono inondati dall’hashtag #PrayforLebanon: tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla Parigi del Medio Oriente, messa in ginocchio da quella che fu definita una vera e propria catastrofe.

Con il senno di poi, però, pare che le preghiere non siano state ascoltate. A più di un anno di distanza, il paese versa in una situazione più che disastrosa, tanto da potere tentare l’azzardo di dire che l’esplosione fu forse il male minore.

Alla crisi libanese si può attribuire una data d’inizio certa. A seguito del mancato pagamento di 1,2 miliardi di Eurobond il 9 Marzo 2020, il primo ministro Hassan Diab aveva annunciato la drammatica condizione macroeconomica in cui versava la nazione.

“Debito insostenibile ed impossibilità di pagare gli interessi”: queste le parole che tuonavano nei telegiornali libanesi. Le cifre sono spaventose: già nel 2019, si parlava di un debito sopra il 170% del PIL. L’inflazione galoppante, invece, aveva presto reso inutilizzabile la moneta locale: i cittadini si erano così convertiti all’uso del più sicuro dollaro, da scambiare sul mercato nero. Ad oggi, la lira ha perso oltre il 90% del suo valore pre-2019.

Libano: i paradossi di uno stato fallito e non ascoltato

“Importare tutto, fornire solo servizi”: questo il motto e la formula vincente che per anni aveva regalato al Libano il titolo di paese finanziariamente più stabile di tutto il Medio Oriente.

Un paradosso vero e proprio quello che regolamentava le entrate libanesi. Per intenderci, nel post crisi 2008, le banche del ”paese dei Cedri” continuavano a trascrivere profitti sui propri bilanci. Nel 2010, i 54 istituti finanziari della nazione avevano un giro di affari pari a 128,9 miliardi di dollari, circa il 36% in più rispetto al 2008, anno in cui scoppiò la crisi mondiale dei mutui subprime.

Ad oggi, però, il paese vive sull’orlo del baratro economico. La Banca Mondiale ha di recente detto a proposito del Libano come di “una delle peggiori crisi da 150 anni a questa parte”. Guardando alla vita quotidiana dei libanesi, non c’è da stupirsi per la definizione “azzardata” della massima istituzione economica mondiale.

Sotto i colpi del Covid, il sistema di servizi libanese è crollato, portandoci oggi ad una situazione da film post-apocalittici.

L’elettricità scarseggia (quella che, chi può permettersi, paga affittando un generatore a diesel), tanto da andare via continuamente per diverse ore del giorno. Ovviamente questo comporta diversi danni alla popolazione, primo fra tutti i rischi di avvelenamento da cibo, “conservato” in frigoriferi spesso spenti.

I distributori di carburante accomodano lunghe file di macchine, in coda con la sola speranza, ma senza la certezza, di riuscire ad aggiungere qualcosa al proprio serbatoio. In estate, fece il giro della nazione, il caso (non troppo) estremo di un chirurgo, in attesa alla pompa di benzina. Il medico, costretto a rientrare in reparto per un’importante operazione, improvvisò un autostop con promessa di soldi, pur di arrivare in ospedale a compiere il proprio dovere.

Parlando di ospedali, anche quelli sono al collasso. L’elettricità gioca anche qui un ruolo, ma la carenza più grande sono i farmaci, completamente assenti nelle farmacie. Mancano anche gli approvvigionamenti sugli scaffali dei supermercati). La stragrande maggioranza dei libanesi fa affidamento a quei parenti che sono all’estero e che, quando possono, mandano beni di prima necessità per via aerea. Anche le associazioni umanitarie presenti sul territorio (tra tutte, Live Love) contano sulle gentili donazioni proveniente da paesi limitrofi e non.

Escwa: “Tre quarti della popolazione vive nella povertà”

Ad inizio settembre, il Libano ha accolto (dopo 396 giorni) il suo nuovo governo. La notizia, accolta dalla stampa internazionale con una certa positività, non ha regalato tanta gioia al popolo.

Il nuovo premier Najib Mikati è un volto già visto, avendo servito il governo a cavallo del nuovo millennio. Insomma, una minestra rimescolata, che ai libanesi, in ginocchio, non regala speranze, anzi: l’impressione dei più è di una ulteriore presa in giro nei loro confronti.

Come in un citazione alla rivoluzione francese, il “popolo è stanco ed affamato”. Un recente rapporto dell’ONU (nella commissione Escwa, Commissione Economica e Sociale per l’Asia Occidentale) parla di oltre i tre quarti sotto la soglia di povertà. Il 77% delle famiglie non può permettersi cibo per i propri figli. Gli stessi bambini, non più a scuola (le scuole stanno chiudendo), sono mandati a lavorare per racimolare qualcosa. La disoccupazione, intanto, è al 40%.

E dove c’è povertà, l’essere umano scatena il peggio. Aumentano i casi di violenza, furti, ferite con armi da taglio: tutti fattori che continuano a gravare sulla situazione critica degli ospedali. Il numero di proteste è aumentato, tanto da portare i libanesi a chiedere indipendentemente l’aiuto umanitario da enti governativi sovranazionali.

In questo caos, verrebbe da dire che il mondo rimane a guardare, ma la situazione forse è peggiore: la crisi libanese non fa scalpore sul fronte mediatico. Il Libano crolla, ma senza alzare polvere. Il Paese dei Cedri è succube di una crisi fantasma.