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Il Mondo nel 2018. Qualche riflessione di fine anno

Esa mondo 2018

Dove andrà il 2018? Dall’Iran alla Corea, dagli Usa alla Russia, dalla Cina all’Europa, ecco i punti caldi dell’anno che verrà.

Il Mondo nel 2018: qualche riflessione di fine anno

C’eravamo lasciati con questa rubrica all’inizio del 2017, cercando di intravvedere qualcosa di concreto e lineare nei confusi messaggi che arrivavano dalla Casa Bianca nel primo mese della Presidenza Trump. Ci ritroviamo ora a fine anno e la domanda d’obbligo è questa: “A cosa somiglierà il 2018 dal punto di vista delle relazioni internazionali? Ci sarà più guerra o più pace? Più conflitto o più cooperazione?”

A prima vista, per ora sembra difficile, se non impossibile, parlare di distensione in un mondo che appare quasi dappertutto in una fase di netta decadenza.

Dopo un terribile 2016 (con la sua funesta serie di attentati terroristici, l’imprevista Brexit, l’ancora più imprevisto Trump, e via dicendo), tutti temevano il 2017, che, secondo alcuni attenti osservatori, in realtà si sarebbe rivelato meno peggio del previsto (tutto è relativo), tenendo in considerazione il clima internazionale così globalmente negativo.

Forse è vero, anche se a mio avviso va detto subito che la vittima principale del 2017 è purtroppo stato il multilateralismo quale lo avevamo immaginato e nel quale in tanti avevamo creduto negli ultimi anni (tanto che l’ex Presidente USA Obama ne aveva fatto la sua bandiera in politica estera, almeno inizialmente), vale a dire la visione del mondo fatta di cooperazione tra gli Stati per risolvere i problemi anziché ricorrere allo scontro diretto o alle provocazioni palesi.

Questa tendenza negativa continuerà? Per rispondere, proviamo a esplorare il 2018 attraverso poche ma essenziali questioni, emerse con forze nel 2017, che lasciano ora aperti dei punti di domanda.

 

Iran e Corea del Nord, venti di guerra?

Corea del nord Kim Jong Un lancio missiliScoppierà la guerra in Iran, in Corea del Nord o in entrambi i Paesi? A Washington molti si pongono la questione in questi termini: Donald Trump ha preso di mira questi due “Stati-canaglia” dotati di arma nucleare, ed essi rappresentano il suo personale “asse del male”.

Il Presidente americano ha molta voglia di farla finita con “rocket man” (come ha soprannominato Kim Jong-un) e con il Paese dei mullah (al quale non ha finora, e per fortuna, trovato un soprannome). La Corea del Nord pone agli Stati Uniti un dilemma: oltre all’arma nucleare che ha già dimostrato di possedere, sta sviluppando un programma di missili balistici teoricamente capaci di raggiungere il territorio americano, e il suo giovane dittatore sembra trovare un gusto particolare nel provocare l’inquilino più attempato della Casa Bianca.

Trump ha messo in gioco la sua reputazione affermando apertamente che avrebbe risolto il problema, se necessario facendo “fuoco e fiamme”, ma i suoi generali e il suo Segretario di Stato Rex Tillerson sanno che un conflitto con la Corea del Nord avrebbe un costo umano molto alto e rappresenterebbe un reale rischio di “escalation” nucleare come il mondo non ha mai conosciuto.

Se Trump sostituirà Tillerson, come molti media americani danno per probabile, il rischio sarà ancora più forte.

Il problema dell’Iran è invece di altra natura. Non minaccia direttamente gli Stati Uniti, ma gli alleati storici degli USA nella regione (in particolare l’Arabia Saudita e Israele) lo considerano una minaccia diretta.

Trump aveva condotto parte della sua campagna elettorale attaccando l’accordo nucleare firmato da Obama con Teheran alla fine di un lungo negoziato internazionale e ha confermato questa posizione denunciando la “certificazione” dell’accordo, lasciando al Congresso la decisione di imporre o meno nuove sanzioni a Teheran: non dimentichiamo che alla fine del 2018 si svolgeranno le elezioni di metà mandato che potrebbero cambiare la maggioranza del Congresso e decidere il destino stesso di Trump.

Un conflitto diretto o indiretto con l’Iran potrebbe avere diversi vantaggi per Washington: gli Stati Uniti hanno degli alleati “motivati”, non c’è, come in Corea, uno scomodo vicino cinese e inoltre sarebbe una rivincita storica per i generali dei marines che non hanno perdonato a Teheran i 241 morti di Beirut nel 1983, nonché la crisi degli ostaggi in Ambasciata nel 1979.

L’unico problema è che secondo tutti i sondaggi gli statunitensi non hanno voglia di una nuova guerra dopo il decennio di scontri e di morti in Afghanistan e in Iraq. Basterà a fermare Trump?

 

Trump sarà ancora presidente?

Donald TrumpTrump sarà ancora Presidente? Un altro modo di porre la domanda è quello di chiedersi se l’inchiesta sulla “Russian Connection” con la sua dose di “scoop” quotidiani avrà un impatto sul modo in cui Trump dirige gli Stati Uniti e definisce il suo ruolo nel mondo.

La risposta a mio avviso è sì. La storia del Novecento americano mostra ad esempio fino a che punto Richard Nixon, messo in stato d’accusa e destituito per le sue bugie nel caso “Watergate”, fosse ossessionato dall’inchiesta che lo riguardava.

Nixon condusse infatti la guerra del Vietnam sempre pensando alla politica interna e alla sua stessa sorte, come ha mostrato bene una serie di autorevoli inchieste su quegli anni decisivi.

Alla fine del 2018 Trump ha un appuntamento importante (le elezioni di metà mandato) che potrebbe deciderne il destino.

Se il Partito Repubblicano ne uscirà bene, il Presidente, se fino ad allora non sarà schiacciato dalla “inchiesta russa” (ciò sembra difficile da capire ora), potrà sperare di sopravvivere fino a fine del mandato con un Congresso riconoscente.

Se invece le elezioni andranno male per i repubblicani, affermare che il resto della Presidenza di Trump sarà complicata è un semplice eufemismo.

In meno di un anno, Trump ha deciso di lasciare gli accordi di Parigi sul clima, ha sbattuto la porta in faccia all’Unesco e all’organizzazione dell’Onu sui migranti, ha “decertificato” l’accordo con l’Iran, chiudendo con un “botto finale” in Medio- Oriente disponendo (quasi del tutto isolato) il riconoscimento di Gerusalemme come Capitale di Israele e rischiando di riaccendere subito il conflitto israelo-palestinese.

Direi che per il 2018 tutto questo basta per allacciarsi sin d’ora le cinture di sicurezza.

E Putin sarà rieletto?

Vladimir Putin ha espresso le sue opinioni sulla crisi provocata dalla Corea del Nord all'Eastern Economic Forum di Vladivostok (ph. Tass/ V. Smirnov).
Vladimir Putin ha espresso le sue opinioni sulla crisi provocata dalla Corea del Nord all’Eastern Economic Forum di Vladivostok (ph. Tass/ V. Smirnov).

Putin sarà rieletto? Se esitate sulla risposta, allora non seguite la Russia da molti anni. Vladimir Putin ha appena annunciato la sua decisione di ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 18 marzo 2018, ma non bisogna essere dei fini esperti del Cremlino per prevedere che sarà rieletto a schiacciante maggioranza, non avendo sostanzialmente avversari.

In questo modo, come faceva notare acutamente un osservatore francese, Putin raggiungerà Stalin nel record di longevità al potere al Cremlino.

In un quadro di controllo assoluto del potere a Mosca rinnovato, rafforzato e ringiovanito con una possente dose di manager, oligarchi, tecnocrati e faccendieri, Putin dispone di molti punti di forza.

Ha saputo sfruttare a suo vantaggio la guerra in Siria, è riuscito a sopravvivere alle sanzioni occidentali decise dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e dispone di alleanze abbastanza solide, che rompono l’isolamento nel quale pensavano di averlo messo gli occidentali.

Dalla Cina alla Turchia e all’Iran, Putin non dispone dell’influenza dell’URSS di un tempo, ma in ogni caso ha rimesso la Russia al centro della politica mondiale.

La sola domanda che si potrebbe avanzare è quella di sapere se Putin avrà bisogno delle “maniere forti” o di una “guerra esterna” per mantenere la stabilità nel suo Paese.

Non dimentichiamo che in Russia l’economia, anche se più stabile dopo una forte crisi, rimane estremamente dipendente dal settore degli idrocarburi.

Alla fine, tranne qualche sorpresa sempre possibile, l’unico interrogativo che si pongono gli osservatori di “cose russe” è quello di sapere che cosa succederà nel 2024, quando lo “zar Vladimir” a 70 anni potrebbe passare la mano. In quale stato lascerà il Paese e, soprattutto, a chi?

Il modello cinese continuerà ad imporsi?

Pechino, il presidente della Cina Xi Jinping apre il Belt and Road Forum della Via della seta (ph. Xinhua).

Il “modello cinese” sarà capace di continuare a imporsi? La domanda può stupire, ma la Cina del Presidente Xi Jinping (il cui potere si è considerevolmente rafforzato con il 19° congresso del Partito Comunista di questo autunno) ha smesso di presentarsi con modestia al mondo e afferma ormai la sua potenza e la sua influenza.

Il “modello cinese” è l’antitesi del modello occidentale: un capitalismo autoritario ribattezzato “socialismo dalle caratteristiche cinesi” fondato sulla meritocrazia al vertice, sullo “Stato forte”, sull’assenza di separazione dei poteri, sulla negazione di quei diritti umani e civili da noi così cari e, infine, sul settore privato strettamente controllato dal partito.

La forza di questo modello è la sua efficienza, che ha reso l’economia cinese, senza fare alcuna concessione politica, la seconda (e probabilmente, tra poco, la prima) del mondo.

Un risultato che ha fatto crollare interi settori delle teorie politiche. Di fatto molti paesi del mondo in via di sviluppo guardano con ammirazione più a Pechino che a un occidente sempre meno credibile, indebolito e disunito, tanto più che la Cina ha una strategia di influenza nel mondo (ad es. in Africa) accompagnata da generose elargizioni di fondi.

Per conquistare nuovi “amici”, Pechino arriva ormai anche in Europa con la sua strategia di infrastrutture finanziate senza le abituali costrizioni internazionali.

Così la Cina ha “sfondato” nei Balcani e anche in alcuni dei membri dell’Unione europea del Sud-est europeo, che hanno beneficiato della sua generosità e di forti investimenti in cambio di una politica “compiacente” su diritti umani e altro.

Questa tendenza continuerà nel 2018? Certamente. Il “caterpillar” cinese da poco temere, anche dagli USA e dalla loro incoerente politica.

 

E l’Europa riuscirà a rilanciarsi?

Trattato di Roma foto ricordo dei leader Eu
Celebrazione del Trattato di Roma in Campidoglio, foto ricordo dei leader Eu: da sinistra, il presidente francese Francois Hollande, della Romania Klaus Iohannis, la cancelliera tedesca Angela Merkel, i primi ministri olandese Mark Rutte e spagnolo Mariano Rajoy insieme alla sindaca di Roma Virginia Raggi alla celebrazione del Trattato di Roma del 25 marzo 2017 (ph. Reuters/Tony Gentile).

L’Europa saprà sfruttare l’occasione per rilanciarsi? Questa è in fin dei conti la domanda più difficile per il 2018.

La depressione europea del 2016 dovuta alla Brexit e poi all’elezione di Trump che lasciavano intravedere un’irresistibile ondata populista non ha ceduto il passo a un sollievo nel 2017, soprattutto a causa dei tanti voti ottenuti dai populisti e dall’estrema destra anche in Germania e al recente governo di centro (poco) e destra (molta) in Austria.

Emmanuel Macron, l‘“eroe” europeo del 2017, approfitta chiaramente dell’eclissi britannica e di una Germania al momento assorbita nei suoi complicati negoziati postelettorali, per mostrarsi come il leader di un’Europa in procinto di rilanciarsi.

Il Presidente francese ha presentato le sue proposte in un discorso alla Sorbona e spera di disporre di un partner tedesco capace di avanzare insieme verso una futura Europa probabilmente a diverse velocità.

Ma il successo non è garantito in un Continente che nell’ultimo decennio ha mancato tutti i suoi appuntamenti con la storia.

Tuttavia è proprio la voce dell’Europa che manca in questo mondo attraversato da pulsioni nazionaliste e populiste, presenti anche all’interno dell’Ue, e minacciato da avventure militari dalle conseguenze imprevedibili.

L’Europa dovrebbe essere l’unica in grado di garantire, grazie alla sua esemplarità, la pace e un progresso basato su un alto livello democratico, sociale, ambientale e umano.

Tutti elementi che solo in Europa sono in cima a tutte le preoccupazioni, anche se questa esemplarità è ben lontana da essere perfetta in tutti i suoi 27 membri e mezzo.

Ma per fare questo è necessario che l’Europa lo voglia, che i suoi popoli l’accettino.

Nel 2018 bisognerà cogliere questa opportunità, che difficilmente si ripresenterà così presto.

Per chiudere,un altro quesito: in questo contesto, come dovremmo noi comportarci noi da cittadini italiani, europei e del mondo?

A mio avviso, basterebbe seguire l’insegnamento del grande filosofo Benedetto Croce che, a chi gli chiedeva di pronunciarsi su “dove andrà il mondo?”, rispondeva così:

“Non diamoci molto pensiero di dove va il mondo, perché, ‘da che mondo è mondo’ esso va sempre in direzione di nuovi e diversi assetti, che si possono solo intuire per cercare di adattarsi e mai definire con precisione.. Pensiamo piuttosto a dove bisogna che andiamo noi per non doverci mai vergognare delle nostre azioni e per essere in pace con la nostra coscienza umana e civile.”…

Ah, se lo ascoltassero anche i leader mondiali attuali! Forse avremmo davvero un 2018 davvero migliore degli anni che l’hanno preceduto.

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Michael Giffoni
Michael L. Giffoni (New York, 1965), da diplomatico di carriera dal 1992 al 2014 ha ricoperto numerosi e delicati incarichi nazionali ed europei. Dopo aver trascorso gli anni ’90 in Bosnia e nel resto dell’ex-Jugoslavia in guerra, è stato Capo della Task-force per i Balcani dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Javier Solana, poi per 5 anni primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo (2008-2013) ed infine (2013-14) Capo Ufficio per il Nord Africa e la Transizione araba al Ministero degli Affari esteri.