“Natalia 110”: omaggio alla scrittrice Natalia Ginzburg a 110 anni dalla nascita
10 Luglio 2026II 14 luglio 1916 nasceva a Palermo Natalia Ginzburg, scrittrice tra le più importanti del Novecento, vincitrice nel 1963 del Premio Strega con il romano “Lessico famigliare”. Tra pochi giorni ricorrono, dunque, 110 anni dalla nascita. Natalia Ginzburg è una di quelle intellettuali che affondano il bisturi nella memoria del tempo, ne abitano i passaggi più oscuri, e poi risalgono a raccontare ciò che è stato del cupo inverno, senza mai dimenticarlo, come nei versi della poesia “Stagioni” :“Chi ha dimenticato l’inverno, non merita la primavera”.

Qualsiasi opera narrativa o saggistica che si legga di lei compie questo prodigio di attraversamento, un parlare dal fondo della voragine, per avere il diritto di indicare un percorso di risalita. Misurare questo fondo non le fu risparmiato. Prima fu il confino in Abruzzo e la perdita del marito, Leone, nell’inverno del ’44, in seguito alle torture fasciste nel carcere di Regina Coeli, poi la resistenza civile ed editoriale clandestina. Negli anni Cinquanta, il disperato suicidio dell’amico Pavese, proprio quando la casa editrice Einaudi diventava faro di rinascita culturale nel Paese e, circa un decennio dopo, altri lutti e le malattie terribili di due figli, furono tasselli di una mappa del dolore senza scampo. Mappa che le diede però accesso alla prerogativa di interpretare la realtà, di accostarsi all’umano con la pietà della ricercatrice che apre strade. Tutto questo serve a rendere la celebrazione della sua nascita, ad oltre cent’anni di distanza, un esercizio per nulla sterile, di grande impatto politico, di analisi di un’epoca, che pur nelle metamorfosi profonde della storia, è anche la nostra epoca.
Persistere con il nudo corpo della letteratura nel caos dei giorni, descriverne il deserto e lo smembrarsi relazionale, sempre legato però, all’idea di un viaggio di resilienza, parla a noi oggi di un impegno da riprendere: “Mio caro Ferruccio, stamattina ho fatto il biglietto. Parto fra un mese e quindici giorni. Una settimana fa ho spedito i miei tre bauli. Ci sono dentro dei libri…” così scrive uno dei suoi personaggi nell’incipit di un romanzo bellissimo e poco conosciuto, “La città e la casa”. Lo straniamento per le case perdute, dove tanta vita si è spesa, rinnova paradossalmente la necessità di ricostruire, ricomporre i frammenti e, se non proprio di ritrovare l’armonia, almeno di assaporarne il desiderio. Natalia ha tessuto i fili della memoria, tenendo sempre presente che le parole scritte fossero lo strumento più adatto a stabilire contatti e a far germogliare resistenze; “so bene che tu alle lettere preferisci il telefono. Io il contrario”.
La compattezza letteraria del suo mondo, lo stile asciutto e antiretorico che distingue la sua prosa, la sua intera opera, punto di riferimento della produzione narrativa del Novecento, bastano a stabilire un ponte tra le crisi sociali, che lungo i decenni abbiamo vissuto, e il presente non meno arduo e complesso da decifrare. Saperlo, percepirne il senso è ciò che può salvarci. “Al centro della nostra vita sta il problema dei nostri rapporti umani: appena ne diventiamo consapevoli, prendiamo a ricercarne le tracce e a ricostruirne la storia lungo tutta la nostra vita”, così si esprimerà ne “I rapporti umani”.
Crediamo che non sia possibile ricordarla, senza rimettere in gioco la capacità che aveva di darci una lettura del mondo e di renderla condivisibile. In questa prospettiva i suoi libri disegnano un paesaggio umano disadorno e, nello stesso tempo, carico di pietà, sempre inscritto in un esercizio di introspezione che parte dal singolo per irradiarsi poi su una collettività. Nella chiusa del racconto “Le piccole virtù”, parlando dei figli scrive di come sia necessario coltivare la vocazione all’impegno nel mondo, alla vita “conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita”.

