Ndrangheta e politica, dieci arresti in Calabria

Ndrangheta e politica, dieci arresti in Calabria

23 Marzo 2016 0 Di Pietro Nigro

Ndrangheta e politica: dieci persone sono state arrestate questa mattina dalla Dda di Catanzaro e dai carabinieri a Cosenza. Tra gli arrestati, l’ex deputato e sottosegretario Sandro Principe. Per gli inquirenti, esisteva un collaudato sistema di scambio di favori, voti e affari.

Ndrangheta e politica, dieci arresti a Cosenza

Ndrangheta e politica Sandro Principe

Sandro Principe (Pd), ex sottosegretario, ex consigliere regionale ed ex sindaco di Rende.

Ndrangheta e politica insieme, a Cosenza, in un consolidato sistema di controllo del voto e di scambio di favori. E’ questo il quadro emerso dalle indagini svolte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sfociata in dieci ordinanze di arresto eseguite questa mattina dai Carabinieri di Cosenza. In carcere o ai domiciliari dieci persone, accusate di associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio. Quattro sono esponenti di vertice della cosca Lanzino-Ruà: Adolfo D’Ambrosio, di 49 anni, Michele Di Puppo di 52, Francesco Patitucci di 56 e Umberto Di Puppo di 47. Misura cautelare anche per anche Marco Paolo Lento, di 41 anni. Gli altri sono uomini politici: il più noto è l’ex sottosegretario, due volte deputato ed ex sindaco di Rende Sandro Principe (nella foto) un altro ex primo cittadino, Umberto Bernaudo, l’ex consigliere regionale Rosario Mirabelli, l’ex consigliere provinciale Pietro Ruffolo e l’ex consigliere comunale di Rende, Giuseppe Gagliardi.

 

 

Ndrangheta e politica, un decennale sistema di scambio

Le indagini, condotte dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e dal sostituto Pierpaolo Bruni e coordinate dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro Giovanni Bombardieri, sono state svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Comando Provinciale di Cosenza. E quel che emerge dalle indagini, definito dagli inquirenti un “intreccio” politico/mafioso, era un vero e proprio sistema che entrava in azione ad ogni tornata elettorale per garantire i voti ai candidati amici. Sistema che si sarebbe messo in moto almeno in tutte le elezioni per il Comune di Rende dal 1999 al 2011, ma anche per le elezioni provinciali del 2009 e per quelle regionali del 2010.

A garantire l’appoggio, e quindi i voti, i vertici della cosca Lanzino-Ruà, il clan ritenuto egemone in varie aree della provincia di Cosenza, e che peraltro sono stati già condannati definitivamente per “associazione mafiosa”. Dalle indagini emerge che i vari esponenti del clan si sarebbero prodigati, anche in prima persona, a mobilitare tutta la forza elettorale disponibile, sulla base di accordi che venivano rinnovati puntualmente ad ogni tornata elettorale. Non si trattava ovviamente di alcun interesse politico, o partitico, ma solo di accordi di affari, tant’è vero che il clan appoggiava anche candidati appartenenti a liste diverse o addirittura in contrapposizione.

Infatti, il sistema di collaborazione tra ndrangheta e politica, imperniato soprattutto intorno al popoloso comune alle porte di Cosenza e alla sua amministrazione, era molto articolato. Basti pensare che, grazie ad esso, svariati locali pubblici di proprietà del Comune sarebbero stati affidati proprio a persone che facevano parte della cosca, mentre altri personaggi legati al clan, tra cui lo stesso capo Ettore Lanzino, sarebbero stati assunti nella municipalizzata Rende 2000, poi diventata Rende Servizi, che gestiva i servizi comunali. Alcuni di questi “dipendenti”, tra l’altro, sono stati condannati a vario titolo, ma, proprio perché legati al clan, non sarebbero stati licenziati. E su tutto, sostengono gli investigatori, le promesse di fondi pubblici da erogare ad una cooperativa creata proprio da uno dei capi della cosca per gestire l’area mercatale di Rende.

In almeno un caso, quello delle elezioni del 2014, ancora un a volta peril rinnovo del Consiglio comunale di Rende, i carabinieri hanno accertato che il capoclan, condannato definitivamente per mafia, sia stato interpellato perfino in carcere, con la deferenza del caso, per chiedergli ancora una volta l’indispensabile assenso per il sostegno elettorale della sua organizzazione. Ma ad una condizione. Perché, durante le intercettazioni effettuate in carcere, il capoclan ha detto chiaro e tondo ai suoi congiunti che per l’appoggio del clan occorreva pagare una cospicua somma, visto che in passato l’alleanza con quei politici aveva dato scarsi frutti.