Legge elettorale con premio: perché dico no
05 Giugno 2026Archiviato il referendum sulla simmetria del processo penale, messa nel dimenticatoio la normativa sullo status giuridico di Roma Capitale, lo scontro politico (rectius partitico) ora si è spostato sulla legge elettorale.

La storia delle riforme delle norme per la scelta dei nostri parlamentari nasce da lontano.I Padri Costituenti, infatti, non ritennero di inserire il sistema elettorale nella Carta, per evitare di ingessarlo.
All’inizio della storia della Repubblica, il sistema elettorale scelto era il proporzionale, con la espressione, nella scheda, delle preferenze. Il metodo, però, privo di una soglia di sbarramento per i partiti, ben presto fece sorgere problemi per la governabilità del Paese, tanto da far pensare ad un premio di maggioranza per garantire la stabilità dell’esecutivo. Quella norma, che, tuttavia, garantiva al raggruppamento di partiti che aveva ottenuto la maggioranza di fruire di un limitato premio, fu bollata come “legge truffa” e non venne mai applicata.
Si giunse, così, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ad una vera e propria rivoluzione del sistema elettorale, impedendo la scelta del sistema maggioritario. Tutto scaturì dal movimento referendario promosso dal deputato Mario Segni, mediante due consultazioni popolari nel 1991 e nel 1993. Purtroppo, la volontà popolare che aveva portato alla normativa sull’elezione diretta del Sindaco (sulla base del doppio turno di collegio) non ha portato ad una legge chiara, come gli elettori del referendum volevano. Una legge, cioè, basata, su un sistema maggioritario puro con doppio turno ed anticipato da primarie regolate dalla legge.
Le successive riforme hanno operato nel tempo limitando sempre più la valenza maggioritaria e recuperando il peso del sistema proporzionale, con l’unico correttivo dello sbarramento. Sono, però, sparite le preferenze e le liste vengono formate con candidati nominati dai partiti, in verità non sempre meritevoli.
Ora, si vuole eliminare totalmente il sistema maggioritario, facendo sparire i collegi territoriali. Si cerca di tornare al sistema proporzionale con uno sbarramento, ma assistito da un rilevante premio di maggioranza che porterebbe chi ha ottenuto il 42% dei voti fino a fruire del 60% dei seggi: altro che la pudica “legge truffa” !
Prima di entrare nel merito di questa discutibile riforma, penso sia necessario ricordare che le leggi sulle regole del gioco debbono essere fatte da tutte le forze politiche e che sarebbe opportuno che detta riforma non venisse fatta a pochi mesi dalla fine della legislatura. Nel merito, preoccupa la totale mancanza di preferenze per un Parlamento composto da persone scelte dalle segreterie dei partiti e, pertanto, privi di ogni autonomia.
Inoltre, preoccupa la abnormità del premio di maggioranza. Si afferma che questo serva a garantire la governabilità, ma si dimentica che l’attuale legge ha portato ad un governo durato per l’intera legislatura.
Infine, non credo che questa ipotesi di legge riavvicinerà i cittadini al voto, poiché non potranno scegliere gli eletti, ma solo ratificare scelte altrui, spesso finalizzate a combattere la disoccupazione degli eletti.
In conclusione: decisamente, non abbiamo bisogno di questa legge. I veri problemi del Paese sono altri ed assai gravi!
Piero Sandulli è avvocato e docente di Diritto processuale civile e Giustizia sportiva.


