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Politica dell’incultura, la classe dirigente dal rinascimento al ripascimento

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La nuova classe dirigente del Paese lascia sgomenti. L’italia per due volte culla della civiltà è passata Rinascimento al ripascimento.

La politica dell’incultura e la classe dirigente

Provo un senso di estraniazione per questa nuova classe dirigente italiana.

Guardo Conte: una presenza gradevole, capello sbarazzino, distinto, anche troppo sorridente. Ma mi chiedo chi sia, da dove viene e perché e come è spuntato dal nulla. Mi sorprende vederlo a parlare con i grandi della terra.

Guardo il manichino della Rinascente di Di Maio, che sbaglia i congiuntivi, ma bacchetta Mattarella, Draghi e tutto il cocuzzaro. Manca il papa, ma a quello ci pensa Salvini.

Giggino-Giggetto lo hanno messo allo sviluppo e lavoro. Dal curriculum si ricava che non ha lavorato mai.

Guardo i compagni di merenda degli stellati e mi chiedo chi ha messo nella pista del circo Barnum-Italia i vari Toninelli, quello di gaffe-continua, Bonafede  un avvocatino di non grandi pretese.

Chi ha promosso a Presidente della Camera uno come Fico, che non va più a piedi, ma in compenso rema contro.

Mentre dai Caraibi si attende il ritorno di Di Battista versione il Che Guevara della motocicletta.

Senza contare gli incidenti sul fronte della decantata onestà.

La mamma di quella gran lady della Taverna (nomen homen) occupa edifici pubblici, benchè proprietaria di appartamenti all’ insaputa della figlia, il papà di Giggino Di Maio impiega nella sua azienda operai in nero all’ insaputa del figlio.

Praticamente come Scajola.

E via così in una sequenza di volti e di competenze tutte da definire.

Al punto tale che in questo coacervo di contraddizioni, di approssimazione, di dichiarazioni estemporanee che rasentano La corrida di Corrado, Matteo Salvini appare un gigante.

Ed è tutto dire. Un bestione politico non c’è dubbio, ma non va dimenticato che se quelli vengono dal “vaffa” lui viene dai cori antinapoletani e dalla felpa.

Ce l’hanno in molti con lui, accusandolo di una deriva autoritaria che ricorda il fascio.

Cazzate. Sia pure, a volte rozzamente, dice cose elementari, quelle che pensa l’uomo della strada intercettando la voce subliminale delle maggioranze silenziose.

Non c’è da meravigliarsi se il grafico delle preferenze a sua favore non faccia che impennarsi. A dimostrazione dell’ usura e della pochezza degli avversari.

Non è grande Salvini sono nani i suoi oppositori.

E in tutto questo a soffrirne è il Paese e la cultura, la cultura di un Paese che, caso forse unico nella storia dell’ umanità, è stato per due volte il faro della civiltà occidentale.

Con i Romani prima con il Rinascimento dopo.

Quando il bello e l’armonia erano in procinto di salvare il mondo.

Per degradare nel “giardino d’ Europa” lentamente fino ai nostri giorni: dell’incompetenza, della maleducazione, della volgarità, dell’ incultura e del ripascimento.

 

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Ruggero Marino
Ruggero Marino è giornalista e scrittore. Ha lavorato per 34 anni al quotidiano Il Tempo di Roma, ricoprendo le cariche di inviato speciale (visitando più di 50 paesi), di redattore capo e di responsabile del settore cultura. Ha scritto due libri di poesie, Minime e massime e L’inferno in paradiso (Premio Indic). Ha vinto oltre 10 premi giornalistici, fra i quali quello dell’Associazione Stampa Romana. Con il suo primo volume sull’Ammiraglio, Cristoforo Colombo e il papa tradito, ha vinto il Premio Scanno. Delle sue ricerche, che proseguono dal 1990, e che per la prima volta coinvolgono la Chiesa di Roma nella vicenda, si sono occupati storici, scrittori e media in Italia e all’estero (il Times gli ha dedicato due pagine). I suoi studi sono stati citati all’Accademia dei Lincei. Ha esposto le proprie tesi in numerosissime conferenze, anche in università italiane e straniere. È stato invitato a New York dall’Istituto italiano di cultura e fa parte della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo.