“Non è accettabile che, dopo un anno e mezzo, al servizio pubblico nazionale manchi ancora l’assetto dei propri organi amministrativi e la Commissione di Vigilanza non sia in grado di esercitare i suoi compiti“. Sono parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla incredibile situazione della Rai che da ottobre 2024 non ha un Presidente. I partiti non trovano l’intesa sul nome. Ma più nello spoecifico cosa accade alla più grande industria culturale del Paese finanziata con il canone ?

di Giancarlo Infante
Il sistema della comunicazione in Italia è davvero allo sfacelo. Dai giornali alla televisione – con l’accompagnamento della quasi distruzione di quella categoria che chiamiamo giornalismo “libero e indipendente” – si è compiuto un ciclo di pressoché completo asservimento alla politica e ai grandi gruppi di interesse, nazionali ed internazionali.
Sono progressivamente scomparsi gli editori “puri” del dopoguerra. Salvo rarissime eccezioni che, però, sono costrette a sopravvivere in condizioni di “nicchia” e, come nel caso della 7, a navigare a vista: ad esempio, con un certo sbilanciamento a destra nelle trasmissioni del mattino ed un decisa impronta “di sinistra” in quelle serali. Ma il telegiornale della rete di Cairo ha richiamato molti spettatori dopo la sempre più marcata distruzione del pluralismo che per decenni ha contraddistinto la Rai, mentre le reti Mediaset continuano a fare i conti con una proprietà diventata attrice diretta nella politica italiana.
Mentre i giornali subiscono il giudizio dei lettori con un calo davvero eccezionale – in parte, ma solo in parte, dovuto alla digitalizzazione della comunicazione – le televisioni cosiddette generaliste sopravvivono grazie al grande afflusso di pubblicità che ancora trova nel piccolo schermo il principale sbocco propagandistico di prodotti e servizi, con più del 40% degli investimenti pubblicitari complessivi. Una buona parte della carta stampata conta su aiuti pubblici diretti per un ammontare che va dagli 84 agli 88 milioni annui. Vi sono, poi, quelli indiretti – diciamo così – che giungono dalle inserzioni dei grandi gruppi bancari, economici e dei servizi, in discreta parte etero diretti dal Governo. E così assistiamo alla presenza – in un gioco perverso di ribalzo tra televisioni e giornali – di fogli che sopravvivono nonostante le pochissime copie vendute. Sono tenute in piedi per l’eco mediatica che riescono comunque a far rimbombare nell’agone politico. Esiste dunque un problema nazionale che possiamo chiamare emergenza informazione.
Non ascoltiamo alcuna proposta autorevole che prema per prospettare la possibilità che si vada ad una riforma del sistema ed accontentarci, per il momento, di alcune poche voci libere che su pochi giornali e su ridotte nicchie televisive provano ad informare e a denunciare. E basta seguire un po’ le polemiche quotidiane per capire che da denunciare c’è, ahinoi!, molto. Ma sappiamo che questo è una parte del sale necessario perché il sapore della democrazia resti, possibilmente, vivo.
In questo contesto si ripropone più che mai la “questione Rai”. Annosa, e alla quale si è più volte cercato di rispondere rafforzando il pluralismo e garantendo la presenza dell’arco più ampio possibile di tutte le voci che rappresentano le forze politiche, quelle economiche e sociali. Ma è un pezzo che si parla – le forze politiche operano in un modo quando sono al governo e in un altro quando sono all’opposizione -e, al tempo stesso, vediamo persino peggiorare la situazione. E così ciclicamente giunge la proposta di andare ad una privatizzazione. Ci pensò già il “Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, Licio Gelli, a prospettare una cosa del genere, ma non è stato mai il solo. L’obiettivo era quello di vendere almeno due reti e lasciarne una per mantenere una parvenza di “servizio pubblico”, cioè sempre sotto la ferrea predominanza della politica. Proposta rilanciata su Il Domani d’Italia ieri dall’amico Giorgio Merlo con un articolo che, però, almeno in parte, è rivisitata nel contenuto dell’intervento.
L’articolo, va doverosamente chiarito, non ha niente a che fare con la proposta del venerabile della P2 perché, in effetti, riprendendo un’idea di Guido Bodrato si tratterebbe, almeno, di affidare la rete sopravvissuta della Rai ad una Fondazione che ne preservi tradizione e qualità.
Ora tra amici, soprattutto se stimati, abbiamo il dovere positivo e costruttivo di dissentire. E quindi mi permetto di sostenere la tesi che mettere sul mercato due reti della Rai significherebbe solo peggiorare la situazione e lasciare ancora più in balia di se stesso il cosiddetto “mercato” della comunicazione e della pubblicità. Intanto, bisognerebbe chiarire la fine del canone. Che, mentre ha garantito risorse certe per la Rai cui è affidato il “Servizio pubblico”, ne ha al contempo limitato l’accesso al mercato pubblicitario. In sostanza, si è trovato un punto di equilibrio che ha fatto comodo ai principali soggetti, quali sono Rai e Mediaset, lasciando ad arrancare tante voci diverse interessate a cimentarsi con il sistema televisivo. Finiremmo, insomma, ad avere ancora di più il “far west” analogo a quello che vediamo rappresentato negli Stati Uniti, e dove, con l’avvento di Trump, il problema del rapporto con la politica e i sistemi di potere di vario genere delle emittenti – spesso si tratta di ampio conglomerati di network televisivi regionali, di radio e di carta stampata – si è ulteriormente aggravato.
Torno, invece, con la mia proposta, più volte rilanciata su queste pagine, che l’intero patrimonio – di enorme valore – costruito nel corso dei decenni nella e attorno alla Rai non vada dissipato e – magari – spacchettato in uno spezzatino di cessioni che costituirebbe una perdita secca per tutti gli italiani.
La Rai deve diventare una vera società pubblica e popolare. Di proprietà, cioè, degli italiani. Dirigenti, impiegati, tecnici, giornalisti, dovrebbero suddividersi la proprietà azionaria con le famiglie, le fondazioni, le amministrazioni locali, le forze sociali. L’esempio di alcune riforme delle privatizzazioni britanniche dei tempi della signora Thatcher – che crearono un vero azionariato popolare – potrebbero essere reinterpretato in modo tale che questi nuovi azionisti della Rai abbiano voce, indichino il piano editoriale, decidano sulla scelta della dirigenza ed i criteri degli investimenti e delle assunzioni. Rimando a questo riguardo al primo intervento che feci in materia nel lontano 2019 allorquando con impeto giovanilistico, Luigi Di Maio lanciò l’idea di far la Rai come la Bbc. Un vecchio grido di battaglia da parte di chi conosce la Rai, ma non il concetto di “bene pubblico” dei britannici.


