Referendum: l’inganno divide ecologisti ed “inquinantisti”

Referendum: l’inganno divide ecologisti ed “inquinantisti”

15 Aprile 2016 0 Di Rita Dietrich

Tutti i rischi per far fallire la consultazione popolare sulle trivellazioni. Mentre gli italiani si consultano e si informano sul futuro dei nostri mari in vista del referendum del 17 aprile, gli interessi delle società petrolifere operano indisturbati. 

Ebbene sì, “Inquinantisti”, per indicare chi desidera inquinare occorre ricorrere ad una parola che nel vocabolario italiano non esiste, poiché né il termine ecologisti né quello ambientalisti hanno un loro contrario.

Ma come non esiste nel vocabolario così non esiste nemmeno nella realtà chi deliberatamente desidera mangiare pesce al mercurio, cozze al greggio e vedere uccelli spiaggiati ricoperti di melma nera. Tuttavia chi al momento decide di non andare a votare o sceglie di mettere un no nella scheda del referendum di domenica, viene tacciato di essere “inquinantista”. E mentre il dibattito si accende fra i sostenitori dei due schieramenti, la macchina referendaria sta per concludere il suo corso, chiamando alle urne milioni di cittadini molti dei quali sono più confusi che persuasi.

E ragioni per essere confusi ce ne sono eccome, e non si tratta solo di più o meno sensibilità nei confronti del tema dell’ambiente, ma quanto sull’appropriatezza di fare una consultazione popolare su un argomento che in pochi conoscono e che però cela diversi inganni.

I primi che rischiano di rimanere delusi dal risultato, infatti, saranno proprio quelli che si recheranno alle urne credendo di difendere così l’ambiente.

Ed ora spieghiamo il perché.

 

Referendum, le possibilità di confondersi

In primo luogo è opportuno ripetere che questo è un referendum abrogativo, ovvero si riferisce ad una legge già emanata ed approvata in Parlamento e ne critica la validità. La legge in questione, infatti, riguarda la proroga che il Governo ha dato alle compagnie petrolifere, italiane e non, per quanto concerne le concessioni di trivellare, fino ad esaurimento del giacimento, i nostri mari attraverso le loro piattaforme poste entro le 12 miglia. Una volta finito il compito se la piattaforma vorrà continuare il suo lavoro si dovrà spostare oltre il limite delle, appunto, 12 miglia. Il tutto ovviamente in rispetto delle norme di sicurezza e di preservazione ambientale.

Al momento del voto, quindi occorre essere consapevoli che porre un Sì vuole dire schierarsi contro la legge in vigore e quindi a favore di chi ha lanciato il referendum (9 regioni e alcune associazioni di ambientalisti), mentre il No indica il desiderio di lasciare la legge così come è. Purtroppo fare confusione fra le due risposte non è così improbabile.

 

piattaforma petrolifera a mare

piattaforma petrolifera

No trivelle … ma solo fra vent’anni

Il secondo trucco che deluderà gli ambientalisti consiste sul fatto che, se vince il Sì, coloro i quali vorrebbero vedere gli effetti della consultazione popolare immediatamente, dovranno invece aspettare dai 10 ai vent’anni, visto che tale è il periodo di proroga già ottenuto dalle società petrolifere operanti, italiane e non, nei nostri mari.

 

Trivelle possibili dal 13° miglio in poi

Il terzo trucco del referendum sta invece proprio sulla scelta del limite delle 12 miglia. Ciò vuole dire che, nonostante la vittoria dei Sì, se una compagnia petrolifera in prossimità di scadenza della concessione vorrà continuare a sfruttare i giacimenti marini, non dovrà fare altro che spostare di qualche miglio in là sua piattaforma e dato che il mar Mediterraneo, e ancora di più la sua porzione chiamata Adriatico, non è certo l’oceano, in caso di disastro ambientale, la macchia inquinante dovrà solo compiere qualche miglio in più per creare gli stessi danni.

 

L’inganno del non voto

Il quarto trucco del referendum riguarda invece l’aspetto politico. Il referendum abrogativo per essere valido deve raggiungere il quorum, ovvero il 50% più 1 dei votanti. Solo allora i Sì e i No espressi dai cittadini avranno valore, altrimenti si tradurrà in un semplice sondaggio di opinione. Per evitare ciò, si è aperta una campagna contro chi non vuole andare a votare, come se mancasse ad un suo dovere di cittadino. In realtà, a differenza delle elezioni politiche ed amministrative, la Costituzione Italiana prevede che nei referendum abrogativi anche il non voto sia un voto, poiché esprime il suo dissenso alle domande referendarie, a prescindere dalla risposta.

 

Referendum inutili ed elusi dalle leggi

Il quinto ed ultimo trucco è molto più celato rispetto agli altri quattro. L’esperienza passata insegna che non sempre la consultazione referendaria è stata rispettata dal Parlamento. Il caso più eclatante è stato il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1993, quando la maggioranza si schierò contro, ma immediatamente per eludere la consultazione, fu introdotto con una nuova legge il rimborso sulle spese elettorali. Di seguito poi abbiamo i fallimenti della serie di referendum sulla legge elettorale dove i cittadini vedevano più favorevolmente il sistema maggioritario che quello attuale proporzionale. I sospetti che possa ripetersi lo stesso gioco anche per questo referendum potrebbero essere dimostrati dalla multinazionale Edison, che accusata da quasi vent’anni di inquinare con la sua piattaforma a 12 miglia da Ragusa i mari siciliani, è stata condannata ad un risarcimento di circa 70 milioni di euro, ma il caso rischia di chiudersi con una prescrizione, con il rinnovo della concessione e con la recente campagna promozionale che presenta la compagnia petrolifera francese come leader dell’economia ecologicamente sostenibile.

 

Conclusioni

Alla luce di tutto ciò, nasce spontanea una domanda: perché, proprio in un momento così delicato per la spesa pubblica, indire un referendum su di un argomento già ostico di per sé e che dall’esperienza delle consultazioni passate, rischia di tradursi in un flop?  Senza considerare che la consultazione inoltre verrà a costare intorno ai 300 milioni di euro fra remunerazioni di presidenti e scrutatori dei seggi, trasposto schede e personale di sicurezza, ai quali si dovranno aggiungere i costi affrontanti da ogni elettore per spostarsi nel proprio comune di residenza. E se ciò non bastasse fra poco meno di due mesi (5 e 19 giugno) ben 1370 comuni saranno chiamate alle urne per il rinnovo dei consigli comunali e regionali, e in ottobre tutti i cittadini italiani quasi sicuramente saranno chiamati ad esprimere il loro parere con un altro referendum, questa volta confermativo, sul ddl della Riforma costituzionale (abolizione del Senato).

Per concludere dietro il delicato tema della tutela dell’ambiente e della ricerca delle energie rinnovabili ed ecosostenibili, di fronte al quale nessuno si può schierare contrario, si cela invece un interesse di centinaia di milioni di euro che paragonate alle sorti di un referendum non tengono rivali.