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Scandalo Renzi – De Benedetti, punta dell’iceberg della pubblica immoralità

Matteo Renzi e De Benedetti

Avanti a gonfie vele il mercato delle vacche delle candidature “a tariffe variabili”. E il caso De Benedetti ripropone dubbi sull’operato di Renzi.

Scandalo Renzi – De Benedetti, punta dell’iceberg della pubblica immoralità

All’ombra di un sospetto che pesa come un macigno sulla campagna elettorale renziana, va avanti a gonfie vele il mercato delle vacche a cui stanno dando vita tutte le forze politiche ad eccezione del M5s.

Un mercato osceno legato alle candidature, un mercato con tariffe variabili a seconda della collocazione dell’aspirante parlamentare in lista o in un collegio uninominale.

Un affare per i partiti e per quei coordinatori regionali di pochi scrupoli a cui competono le indicazioni delle candidature per i rispettivi territori.

Uno scandalo assurto a sistema fin dai primi anni della Seconda Repubblica in barba al finanziamento pubblico dei partiti, obolo cancellato soltanto da pochi anni.

Uno scandalo “normalizzato” dalla prassi e quindi non ritenuto più tale, uno scandalo derubricato sotto il profilo etico-morale, uno scandalo che porta alla formazione della maggior parte delle liste attraverso scelte di candidati non tanto sulla base di meriti, capacità e competenze individuali bensì sulle potenze economiche dei relativi portafogli.

Una schifezza degna figlia di politiche puttane e di partiti straccioni e lenoni.

Detto ciò – non bastasse l’osceno mercato di cui sopra – a gettare inquietanti ombre sulla politica è stata ieri la notizia riguardante il comportamento di Matteo Renzi al tempo in cui era a Palazzo Chigi.

L’oggi Segretario del maggior partito di Governo, il Pd, figura infatti coinvolto ancora una volta in una storia di banche, una storia che consentì in pochi giorni un guadagno di 600mila euro al Titolare della Tessera numero Uno del Pd.

Il “caso” è raccontato nella recente diffusione del contenuto della telefonata del 16 gennaio 2016 tra Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica, e un suo collaboratore finanziario.

Telefonata registrata quattro giorni prima del varo del decreto relativo alla riforma delle Banche Popolari.

Nella conversazione De Benedetti – come è noto – ordinò al suo collaboratore di acquistare titoli delle Popolari perché Matteo Renzi – affermò l’Editore – gli aveva assicurato che il decreto sarebbe passato entro pochi giorni. Come appunto avvenne.

A febbraio, la Consob aprì un’indagine sui movimenti anomali dei titoli delle Banche Popolari registrati in quei giorni.

Troppa gente interessata ad acquistare titoli…

Grazie a quella informazione De Benedetti, in un batter di ciglia, guadagnò 600 mila euro.

Un guadagno – a voler essere maligni – quasi a titolo di compenso per la cura dell’immagine del Segretario dem da parte di Repubblica…

Il sospetto – quello pesante come un macigno accennato in apertura – ora sorge spontaneo soprattutto considerando la vicinanza del Segretario del Pd con certi ambienti borderline.

Il sospetto è questo: Renzi anticipò soltanto a De Benedetti la notizia della trasformazione a breve delle Popolari o estese la confidenza ad amici e parenti? Qualcuno del giro renziano fece l’affare? Quanto guadagnò a titolo personale o per conto altrui il finanziere Davide Serra – amico e sostenitore dell’ex Capo Scout – fondatore e amministratore delegato del fondo Algebris? Alla luce della sempre più frequente commistione Affari&Politica Renzi che parte in commedia recita?

Frattanto gli uomini di Giuseppe Pignatone, il Capo della Procura di Roma, hanno ricevuto l’ordine di indagare per fuga di notizie.

Non per perseguire gli autori dell’eventuale reato di insider trading, bensì per perseguire chi ha originato la diffusione del contenuto della telefonata secretata.

Il tutto – nella sostanza – a tutela del Suggeritore dell’affare e del Beneficiato dal medesimo.

Un Affaire per il quale – come è noto – il gip ha chiesto da due anni l’archiviazione al Gup dai tempi lunghi e lenti, dai tempi da bradipo…

Vedrete, tutto finirà in gloria, il Palazzaccio di Roma sembra essere tornato – alla luce di recenti fatti – all’antica funzione di porto delle nebbie nel quale mettere al riparo i potenti di turno. Funzione peraltro protetta dai complici silenzi dalla cosiddetta “grande stampa” (cartacea e digitale) di regime.

In questo scenario, tra sospetti e inquietanti interrogativi un fatto comunque appare certo: i poteri forti renzisti vogliono mangiarsi tutto ciò che del Paese resta appetibile. Il 4 marzo potrebbe essere il giorno giusto per fermarli.