Seaspiracy, il documentario di Netflix che denuncia la pesca intensiva

Seaspiracy, il documentario di Netflix che denuncia la pesca intensiva

04 Aprile 2021 0 Di Camilla Alcini

Su Netflix da una settimana, il documentario Seaspiracy è già in cima alle classifiche di Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia. Ma di cosa si tratta esattamente?

Seaspiracy, il documentario di Netflix che denuncia la pesca intensiva, scala le classifiche

Da quando è stato lanciato sulla piattaforma di streaming Netflix poco più di una settimana fa, il documentario Seaspiracy è salito in cima alle classifiche di molti paesi, tra cui Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia. Ma di cosa si tratta esattamente?

Diretto dal giovane film-maker del Kent Ali Tabrizi, Seaspiracy è una denuncia e un viaggio dietro le quinte della pesca intensiva. Attraverso una serie di indagini, interviste e raccolte dati, porta alla luce il lato più oscuro dell’industria della pesca.

Nel 2015 Cowspiracy, prodotto da Leonardo DiCaprio e diretto dallo stesso Kip Andersen, aveva convertito molte persone ad una dieta con meno carne. L’alternativa prediletta, più etica e più sostenibile, era il pesce. Seaspiracy  critica questa soluzione e ne svela i falsi miti, spiegandone l’impatto ambientale altrettanto dannoso, grazie ad un’indagine approfondita sulla provenienza del pesce che dopo un lungo viaggio, spesso criminale, arriva sulle nostre tavole.

Qui il trailer ufficiale:

Seaspiracy denuncia i danni della pesca, anche di quella cosiddetta sostenibile

Il primo problema sta nel fatto che le stesse organizzazioni ambientaliste e di conseguenza le agende politiche dei governi non parlano mai del danno che abbiamo provocato agli oceani e alla fauna marina, se non in termini di plastica e rifiuti. Tuttavia, la plastica non è che la punta dell’iceberg. Come dimostra il documentario, dietro alla pesca intensiva si celano una serie di problematiche tra cui un enorme impatto ambientale, violazioni di diritti umani ed inganno nei confronti del consumatore.

Infatti, il tonno, i gamberetti e il salmone che consumiamo con il bollo della sostenibilità potrebbero in realtà non esserlo. Questi marchi di garanzia sono spesso il risultato non tanto di un modo di pescare attento all’ecosistema, ma bensì di corruzione e cospicui pagamenti a chi li elargisce.

Il consumatore acquista tonno con l’etichetta “Dolphin Safe”, che dovrebbe indicare che non c’è cattura intenzionale o pesca dei delfini durante la pesca del tonno che acquista. Ma ciò è ben lontano dalla realtà, come riportano i dati presentati da Seaspiracy. Solo nell’isola di Taiji, in Giappone, migliaia di delfini vengono adescati e assassinati periodicamente.

Esiste davvero una pesca propriamente sostenibile? Sembrerebbe di no. Lo stesso aggettivo “sostenibile” viene messo in discussione dalla pratica nordica del Grindadráp, la mattanza delle balene nelle isole Faroer.

Dietro alla pesca industriale non solo vi è un enorme danno all’ecosistema marino (si stima che 3.9 miliardi di ettari di fondale marino vengono disboscati ogni anno dalla pratica del “trawling“, la pesca a strascico), ma anche un aspetto criminale.

Le violazioni dei diritti umani e l’indifferenza della politica

In 47 paesi, questa industria è infatti causa di violazioni di diritti umani per la cosiddetta schiavitù del mare. Lavoro minorile e forzato, cosi come traffico di essere umani, sono frequenti sui pescherecci industriali, particolarmente nei paesi asiatici.

In Seaspiracy alcune vittime vengono intervistate anonimamente per raccontare la loro esperienza traumatica a bordo di queste navi pirata.

La domanda sorge spontanea: perché nessuno fa niente? Seaspiracy risponde anche a questo, con interviste a politici e organizzazioni. Le risposte sono deludenti, cosi come i dati: 35 miliardi di dollari che i governi elargiscono ogni anno all’industria della pesca per continuare a svuotare i nostri mari.

Seaspiracy si rivolge direttamente ai colpevoli e non ha paura di porre domande scomode. Per questo motivo, non sono mancate le polemiche ancor prima che venisse pubblicato. Il National Fisheries Institute ad esempio, lo ha dichiarato “nulla di più di un film di indottrinamento vegano”.

Può l’uomo vivere in un mondo con un oceano morto? La risposta del docu-choc è negativa. Come la vita è nata dal nostro oceano, cosi i danni che la pesca intensiva e l’inquinamento gli provocano stanno dando vita a disequilibri pericolosi in un sistema sempre più fragile e precario dove tutto è collegato.

Ogni anno, 250.000 tartarughe vengono catturate, ferite o uccise dall’industria della pesca; 300.000 delfini, balene e focene muoiono per le reti da pesca; 30.000 squali vengono uccisi ogni ora. Numeri che preoccupano e scoraggiano, che fanno sentire piccoli e impotenti. Ma il documentario termina con una nota positiva, e ci ricorda che la natura reagisce molto in fretta. Dobbiamo solo darle tregua.