Siria, meglio non sottovalutare Hayat Tahrir al-Sham

Siria, meglio non sottovalutare Hayat Tahrir al-Sham

22 Febbraio 2021 0 Di Corrado Corradi

Isis / Daiish si è trasferita nel Sahel Sahara, ma in Siria continua ad operare con il nome di Hayat Tahrir al-Sham contro il regime di Assad.

Non distogliamo l’attenzione dalla Siria e dal fronte est del Mediterraneo

Non distogliamo lo sguardo dalla regione dello Sham (Siria/Iraq) per il solo fatto che Isis / Daiish è stato dato per sconfitto.

In parte è vero che Isis / Daiish ha “sbaraccato” dallo Sham per trasferirsi nel Sahel Sahara, dove sta aprendo un altro fronte jihadista.

Ma la “metastasi” di quel tumore è rimasta “incistata” in quella regione e, alimentata da uno dei maggiori esponenti della Fratellanza Musulmana, mister Erdogan (si, il Presidente della re-islamizzata Turchia), ha riattecchito e si sta ri-espandendo sotto altra forma/denominazione, quella di “Hayat Tahrir Al Sham”, ossia “organizzazione per la liberazione dello Sham”, ed è capitanata da tale Abou Mohammed Al-Jawlani, il quale non è un oscuro personaggio del jihadismo ricicciato fuori in sostituzione del defunto Al-Baghdadi

No, in realtà si tratta di un leader jihadista sperimentato, già noto al Dipartimento di Stato USA con una indicazione generica: “Specially designated global terrorist”

Un un po’ troppo generica, per uno che era l’emiro di un ramo (il Tandhim Qa’idat al jihad fi bilad al Sham ossia: Organizzazione della rete del jihad nel paese dello Sham) della più nota organizzazione jihadista “Jabhat Al Nousra” che tanto ha imperversato in Siria.

“Sti americani!”, direbbe Alberto Sordi, vanno in giro per il Medio Oriente a cacciare jihadisti e poi quando ne trovano uno di un certo spessore lo definiscono con un non meglio specificato “terrorista globale”. Mah!

Questa prassi che puzza di ipocrisia o quanto meno di colpevole ignoranza non riguarda solo gli americani.

Gli osservatori occidentali sottovalutano Hayat Tahrir al-Sham e il suo leader Jawlani

Anche gli osservatori occidentali, mossi da una preconcetta avversione al presidente siriano Bashar Al Assad, alimentata da una sapiente campagna diffamatoria ai danni di quel regime, ad opera soprattutto della Fratellanza Musulmana alla quale troppo spesso i media occidentali fanno riferimento per quanto attiene alle questioni del mondo arabo-islamico, identificano ora nel gruppo (“Hayat Tahrir al-Sham”), un movimento che trova la sua legittimazione come continuatore dell’attività di opposizione (armata) al “tiranno” siriano Bashar Al-Assad.

Che i media occidentali siano fortemente condizionati da una visione distorta della realtà di quel mondo è attestato dal fatto che recentemente, un giornalista americano, tale Michael Smith, approdato ad Idlib (proprio nel quartiere generale di un movimento jihadista che dovrebbe aver in odio gli yankee), ha presentato il Jawlani come una sorta di novello Che-Guevara interessato solo alla liberazione della Siria da un feroce tiranno.

In realtà, la questione è ben più complessa e l’opposizione a un presidente “tiranno” è solo una scusa strumentale che Erdogan usa per estendere l’Islam fondamentalista sunnita della Fratellanza musulmana in una regione ove convergono le differenti spinte del mondo arabo islamico…

E noi europei faremmo bene a svegliarci dal sonno della ragione smettendo di dare credito a media plagiati dalla “takiya” (dissimulazione) operata dalla Fratellanza musulmana, chiedendo contemporaneamente conto agli USA del perché sia di quell’atteggiamento quanto meno ambiguo nei confronti di un satrapo islamista militante come Erdogan, sia di una propensione a lasciar correre quello che i jihadisti fanno in quell’area.

Anche perché non è la prima volta che gli USA si lasciano abbindolare dalla Takiya dell’islamismo militante, basti pensare al jihadista Abd-el-Hakim Belhadj, diventato il principale interlocutore degli USA in Libia dopo l’estromissione di Ghaddafi, e che adesso, guarda caso, risiede in Turchia dal “fratello” Erdogan.

Andreotti diceva che “a pensar male si fa peccato ma spesso ci s’azzecca”, e in questo caso senza troppo sforzo di pensiero viene spontaneo chiedersi: ma sti americani “ce sono o ce fanno?”

La stessa domanda, però, la rivolgerei anche a noi europei.