Stretto di Hormuz, a chi conviene e perché puntare il dito contro l’Iran?

Stretto di Hormuz, a chi conviene e perché puntare il dito contro l’Iran?

24 Giugno 2019 0 Di Corrado Corradi

Petroliere attaccate nello Stretto di Hormuz e dito puntato contro le “provocazioni” provenienti dall’Iran: che c’entrano Emirati Arabi e Arabia insieme a Israele e Usa?

Nucleare, dito puntato (senza prove) contro l’Iran

A quanto sostengono – finora senza prove concrete – i governi di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Emirati Arabi, l’Iran avrebbe violato l’impegno a rinunciare completamente ai programmi nucleari a finalità militare e si starebbe invece dotando di armi atomiche. Al contrario, gli organismi internazionali concordano nell’affermare che fino ad ora l’Iran abbia rispettato gli accordi stipulati in materia.

E non appena Israele ha avvertito che – qualora Teheran si ritirasse dall’accordo sul nucleare (finora rispettato) – bisognerà adottare delle sanzioni, anche Germania, Francia e Gran Bretagna gli hanno fatto eco chiedendo formalmente all’Iran di rispettare scrupolosamente l’accordo. Eppure, se tutti concordano nel ritenere che finora l’accordo è stato rispettato, che bisogno c’è di fare una simile richiesta?.

Ma se consideriamo che Israele è già da tempo dotata di armamenti nucleari, mentre invece il vicino Iran non ne è ancora fornito, sembra evidente che lo stato ebraico stia giocando ogni carta per eliminare alla nascita ogni our remota ogni ossibilità che l’Iran, suo nemico giurato, si doti della stessa potenzialità offensiva.

In questo quadro quanto meno confuso, si inseriscono quelle presunti azioni “provocatorie”  ai danni di due petroliere di passaggio nello Stretto di Hormuz che sono state attribuite al governo iraniano e che puzzano di farlocco lontano un miglio e che appaiono insostenibili a qualsiasi normale cervello abituato a porsi la domanda “cui prodest?” (a chi conviene?) e che ha in uggia le bugie sperticate ed evidenti.

Infatti, di fronte alle accuse di USA e Gran Bretagna (ma va!?), che si dicono convinti della responsabilità iraniana dietro le azioni condotte in un porto emiratino prima e nello stretto di Hormuz poi, il dubbio è sorto “spontaneo” in molti osservatori e analisti indipendenti, nonché in numerosi Governi che non ce la fanno più a bersi le menzogne di quelle che sono state le “pistole fumanti” che hanno condotto il mondo alle guerre in Iraq e in Siria.

La Russia: Tentativi Usa per aumentare la pressione

Appare significativa, a questo proposito, e soprattutto realistica, la dichiarazione del vice ministro degli Esteri russo Serghiei Riabkov: “Da tempo siamo testimoni dei continui tentativi degli Stati Uniti di aumentare la pressione politica, psicologica, economica e militare sull’ Iran. Penso che queste azioni siano piuttosto provocatorie e non possano essere considerate in nessun altro modo che come una politica deliberata per fomentare una guerra“.

Che dire? quando si vuol parlar chiaro ci si riesce.

Da un certo punto di vista, si può invero comprendere che Israele tema un nemico particolarmente agguerrito come l’Iran il quale, se in possesso di una bomba atomica, avrebbe tutte le potenzialità per ridurre ai minimi termini un Paese piccolo come lo Stato ebraico.

Ma gli altri Stati che centrano?

In particolare, cosa c’entrano nella contesa l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi in quella sorta di coalizione “contro natura” se non per approfittare di una coalizione militarmente forte per realizzare la “fitna”, la resa dei conti con gli odiati sciiti di Persia, e far trionfare il “loro” Islam, caratterizzato da un tasso di “intolleranza” ben superiore a quello dell’Islam sci’ita professato in Iran.

E perché gli USA si ostinano a tenere il bordone a un Paese come l’Arabia Saudita, ai suoi vassalli (i Paesi del Golfo) e ai suoi valvassori (le organizzazioni dell’islam “Wahhabita” sparse per il mondo) che, a differenza dell’Iran –  il quale ce l’ha solo con Israele ma non aspira né ad ampliare il suo spazio vitale oltre la regione e nemmeno sogna di estendere l’Islam al mondo?

Ma soprattutto, perché non parlare chiaro? Perché questa pantomima, per di più così evidentemente farlocca?

L’Ue continua a dimostrarsi incapace

L’UE, da parte sua continua a dimostrarsi incapace di contrastare le pressioni degli USA e dei suoi alleati (Israele, Arabia Saudita e EAU) e questa latitanza contribuisce non poco a creare l’instabilità in quell’area.

Ma, ormai ci siamo abituati, l’UE è efficiente solo con le misure di vongole e cetrioli, e la sua politica estera si intestardisce con il calcolo ragionieristico della spesa pubblica di un Paese avendo cura di considerare quel Paese alla stregua di un negozio di salumeria… E sul piano delle iniziative internazionali? una beata minchia!, direbbe Cetto Laqualunque.

Al contrario, ciò di cui c’è bisogno ora è proprio di una politica in grado di flemmatizzare le “paure”… quella israeliana di avere a due passi da casa un nemico dotato della stessa “force de frappe”, e quella iraniana che porta gli Ayatollah a volersi dotare dell’atomica per riequilibrare la supremazia nucleare israeliana.

E un intervento di mediazione dell’UE sarebbe – oltre che innovativo – a dir poco “benvenuto”, perché qualsiasi iniziativa della coalizione capitanata dagli USA é suscettibile di conseguenze gravissime.

Non abbocchiamo alle più basse e bieche mene della politica estera statunitense, influenzata da improponibili centri di potere, occulti ma non più di tanto.

Nemmeno Donald Trump ci crede più e fatica a nascondere le sue perplessità.