Sudafrica, un mosaico dove il meglio e il peggio convivono strettamente

Sudafrica, un mosaico dove il meglio e il peggio convivono strettamente

18 Novembre 2019 0 Di Patrizia Russo

Un’altra terra sulla terra del Sudafrica, fatta di baracche improvvisate che si toccano, confini decisi, persone e pensieri vaganti. Visita alla township Mandela che si trova appena fuori Città del Capo.

Sudafrica, un Paese due anime

Il Sudafrica, estrema nazione del continente africano, si presenta al viaggiatore come una terra con due anime diverse. La natura è tipicamente africana: le distese sconfinate della savana, i tramonti infuocati, gli animali da inseguire nei safari, foreste, canyon, cascate e oceano, panorami impressionanti, natura selvaggia, piccole cittadine e grandi metropoli all’avanguardia. Gli sbuffi delle balene che si possono avvistare da quasi tutta la costa, i pinguini di Simon’s Town. Ma, un viaggio in Sudafrica non può prescindere dal toccare con mano che quella che si sta visitando è una terra dai forti contrasti, non solo naturalistici.

Giraffe nel Kruger National Park (Ph. P. Russo / IN24).

Il paese è ricco: è la terra delle miniere di diamanti e dell’oro, dell’acciaio, del carbone e del rame anche se sono ancora in pochi ad avere accesso al benessere economico. Accanto a centri commerciali enormi sparsi un po’ in tutto il paese si affiancano grigi villaggi rurali illuminati da piccole lucine poste su ogni porta d’ingresso delle piccole abitazioni identiche tra loro. Le infrastrutture stradali, ferroviarie e aeree fanno invidia a molte nazioni europee.

Il Sudafrica è il paese di icone come Nelson Mandela e sudafricano è Christian Barnard, il chirurgo autore del primo trapianto cardiaco al mondo, ma è anche il paese dell’apartheid. Seppur abolita all’inizio degli anni Novanta, viaggiando per il Paese si tocca con mano che la ferita è ancora aperta: questa integrazione tra bianchi e neri non si percepisce.

Nonostante sia anche chiamato la nazione Arcobaleno perché popolata da neri, bianchi, coloured e indiani, in generale è difficile vedere gruppi misti di amici passeggiare o mangiare allo stesso tavolo. Anche se una classe media ha cominciato ad abitare i quartieri dei bianchi, anche se le spiagge oggi sono miste, veri quartieri misti fanno fatica a nascere.

Donna sudafricana nella Mandela’s township (Ph. P. Russo / IN24).

La disuguaglianza sociale è ancora altissima, come pure il numero delle persone sieropositive visto l’elevato numero di cartelli e di preservativi gratuiti che si possono trovare nei bagni pubblici. È dunque un paese dalle molteplici configurazioni politiche, etniche, sociali, religiose, economiche, culturali e ambientali.

L’universo nero di Cape Town

Affinché il viaggio in Sudafrica non sia solo turistico, ma se ne comprenda “l’altro volto” da qualche anno è possibile visitare una township, che riporta inesorabilmente alla mente la triste pagina dell’apartheid.

La prima volta che compare questo termine è circa alla fine dell’800 quando i bianchi decisero di relegare i lavoratori neri in questi sobborghi ai margini delle grandi città. Qualcosa che rimanda alla memoria i ghetti in cui furono confinati gli ebrei durante il periodo nazista. Apartheid, infatti, in afrikaans (la lingua dei Boeri della Repubblica Sudafricana, lingua ufficiale insieme all’inglese) significa appunto separazione: bianchi da una parte, il resto della popolazione dall’altra.

Cape Town, città di un’incredibile bellezza naturale, racchiusa tra i maestosi pendii della Table Mountain e la splendida baia in una cornice unica al mondo, nasconde centinaia di anni di schiavitù e di oppressione razziale. La zona centrale si divide tra spiagge meravigliose, il porto con l’elegante Waterfront e una serie di quartieri dove l’architettura coloniale si alterna a quella tipica olandese e agli stili imposti dagli schiavi malesi. È la città dove Nelson Mandela fece il suo primo discorso dopo il rilascio da Robben Island.

Statua di Nelson Mandela_Cape Town Ph. P.Russo/IT24

Statua di Nelson Mandela a Cape Town (Ph. P. Russo / IN24).

È la città in cui vivono un gran numero di cittadini di origine europea, che abitano le bellissime ville lungo la costa spesso con parchi e piscine e ben protette da altissimi muri e filo spinato con corrente elettrica.

“Risposta armata” si legge sui cartelli.

Le lussuose case non sono così distanti dal ghetto. Ricchezza e povertà separate da una bellissima strada panoramica.

Alcuni residenti delle township lavorano per i bianchi durante il giorno e quando la giornata finisce tornano alla loro villaggio.

In generale vivono in container o baracche, con il tetto ondulato di lamiera, ammassate una sull’altra, dove la povertà regna sovrana, i tassi di disoccupazione, analfabetismo e alcolismo sono altissimi, in cui la gente vive come se non ci fosse un domani.

Le township sono abitate solo da persone di colore di diverse etnie. Chi non ha un tetto dove stare si può costruire qui la sua baracca. Lo consente la legge. Sono considerati decisamente off limits i visitatori di passaggio, a maggior ragione se si tratta di turisti con la pelle bianca. Ma da qualche anno si organizzano visite guidate. Una township non si visita per vedere come vive la “povera gente”, ma per cercare di capire meglio le conseguenze dell’apartheid, per far girare l’economia di questi posti in cui si campa prevalentemente di assistenzialismo, per conoscerne la storia dalla prospettiva di chi ci vive dentro. Ed erano queste le prospettive che interessavano e le uniche prese in considerazione.

Mandela’s township (Ph. P. Russo / IN24).

L’altro volto del Sudafrica: nelle viscere di una township

La township Mandela (Imizamo Yethu) in Hout Bay dista una ventina km dalla moderna Cape Town. La strada che separa la città dalla baraccopoli è una bella strada panoramica che costeggia una natura lussureggiante, ristoranti alla moda, ville hollywoodiane.

Per entrare occorre “prenotare” e farsi accompagnare dalla gente del posto. La guida è Nonkqubela (Sylvia) una carinissima signora che qui vive con la sua famiglia nonostante “ce l’abbia fatta” ma che ha deciso di rimanere a vivere nella township per cercare di migliorare il proprio quartiere di origine e la comunità locale utilizzando questa forma di “turismo responsabile”.

Quando si varca il “cancello” si è catapultati in un ambiente totalmente diverso da quello della città, inimmaginabile per i turisti occidentali.

Eleganza e senso di divertimento si perdono lungo il tragitto e si entra in contatto con la realtà più dura e cruda della vita di migliaia di persone. Quello che colpisce da subito sono le condizioni in cui questa gente è costretta a vivere: ci sono intere famiglie che condividono una stanza, oppure un container.

Mandela’s township (Ph. P. Russo / IN24).

Le buste di plastica disseminate lungo le strade non asfaltate, gli avanzi di cibo e i rigagnoli di acqua maleodorante sono una costante di questo desolante paesaggio urbano. Chi non è in casa, è per strada a cucinare, a lavare i panni o fuori ai pub. Ad ogni angolo di strada spunta la baracca/negozio di un parrucchiere intento a pettinare, tagliare, fare treccine!

Barber’s shop nella Mandela’s township (Ph. P. Russo / IN24).

Parcheggiato il minivan, in uno spiazzo sterrato e polveroso del grande ghetto, si entra al buio senza essere certi di dove si stessero mettendo i piedi. Una città nella città, le baracche sembrano infinite, prive di qualsiasi uniformità architettonica. Si passa nei vicoli stretti ricavati tra le singole abitazioni e così è possibile sbirciare all’interno o scorgere alcuni bambini che giocano per strada. Sylvia dà il benvenuto ai suoi ospiti in un container che per l’occasione è diventato un accogliente ristorante. Accogliente non certamente perché la tovaglia era di profumato lino o perché la cena era a lume di candela, ma perché la popolazione ha accolto i titubanti e straniti ospiti con sorrisi e un’ottima cena africana. Erano entrambe le fazioni incuriosite una dall’altra. E quindi le foto con moderni smartphone si sprecavano da un gruppo all’altro.

Bambina nella Mandela’s township (Ph. P. Russo / IN24).

La dolcissima bambina tutta riccioli, la formosa Mami sono state fotografate tanto quanto il resto della comitiva. Tutta la serata è stata carica di un’energia e di una vitalità contagiosa. Si è mangiato e ballato al ritmo del kweito, ma anche dell’hip hop e dell’elettronica. Visitando una township la cosa che ci si porta dentro non è la povertà, bensì i sorrisi e la genuina accoglienza dei suoi abitanti che ha reso l’incontro un’esperienza indimenticabile. Dove è il contatto con queste persone così diverse a fare la differenza. Una differenza di suoni, di sillabe, di balli e … un container si carica di tutta l’energia messa in circolo dalle danze e dalla musica.

Sudafrica, uno stato dai mille volti e dalle mille contraddizioni

Il Sudafrica è un paese affascinante. Vivace. Selvaggio. A tratti primitivo. Con una storia intensa e travagliata. Bisogna andarci con alcune precauzioni, che sicuramente non sono i vaccini. È difficile da spiegare, i colori nitidi, animali in libertà, le sue contraddizioni: paesaggi aridi e al tempo stesso pieni di vita, la gente sorridente e, al tempo stessa, diffidente. Tutto questo fa della Nazione Arcobaleno un luogo unico!

Per poter cenare presso Mandela’s è necessario prenotarsi. Il costo è di 395 zar a persona.

Per riservare o chiedere informazioni scrivere a: bookings@dinneratmandelas.co.za, chiamare il numero +27 83 471 2523 o visitare il sito internet www.dinneratmandelas.co.za.