Trump, in politica estera, sano realismo dietro le sparate

Trump, in politica estera, sano realismo dietro le sparate

13 Febbraio 2017 0 Di Michael Giffoni

Il fattore “T” in Politica internazionale: dietro qualche “sparata” iniziale di Donald Trump si mostra ora una sottile vena di sano realismo. 

 

Erano in molti a sostenere che Donald Trump, una volta messo ufficialmente piede alla Casa Bianca, non sarebbe passato dalle parole (e dalle “sparate”) della sua roboante campagna elettorale ai fatti.

E prevedevano che Trump finisse un po’ ingabbiato dal timore delle reazioni sia dell’altra metà del popolo americano (a dir la verità, un po’ più della metà) che non lo ha votato e lo ha da subito vivacemente contestato, sia del cosiddetto “establishment”, uno dei suoi bersagli preferiti, tenacemente definito come uno dei mali profondi che corrodono il colosso nordamericano.

Invero, in poco più di tre settimane, il nuovo Presidente degli Stati Uniti è partito alla carica varando provvedimenti dagli effetti dirompenti, se non altro per lo stile tutt’altro che consensuale con cui li ha presi.

Basti pensare all’abbandono della Trans Pacific Partnership (Tpp) e al caso eclatante del Muslim ban, il divieto di ingresso sul suolo statunitense ai cittadini di sette Paesi a prevalenza musulmana.

Trump ha firmato atti tanto divisivi che la massima istanza giudiziaria federale ha dovuto accettare il ricorso operato da un giudice e pertanto sospendere l’applicazione del “bando”, dando torto al governo.

La Casa Bianca sembra tuttavia decisa a dare ancora battaglia ma prima di tutto alle istituzioni interne, al già citato establishment di Washington.

E’ vero che simili gesti eclatanti (e talvolta odiosi, in termini di rispetto dei diritti umani, come nel caso del “ban”) sono destinati ad avere potenziali ricadute internazionali di non poco conto, ma sembra altrettanto vero che questi primi provvedimenti vanno letti in ottica prevalentemente interna, ambito dove prevale il super- consigliere ultraconservatore Steve Bannon e i suoi accoliti.

In questo senso, sembra plausibile che la seconda fase del nuovo stile di governo, fatto di azioni e reazioni roboanti, riguarderà l’economia, con – già nel breve periodo – l’introduzione di misure sia protezionistiche sia di stimolo all’aumento della spesa pubblica.

Tuttavia, appare chiaro sia a Trump che ai suoi consiglieri, per quanto “alieni” possano essere, che nel medio periodo Washington non potrà evitare di fare i conti con il paradigma della pur “disordinata” globalizzazione, che però detta le regole dell’economia e della politica mondiale.

In quest’ottica allora, è bene dare un’occhiata meno superficiale e più attenta a quanto Trump ha fatto sinora nella gestione quotidiana della più elementare pratica diplomatica.

 

Trump e il fattore “T”

Qui è il caso di dire che, a parte il folcloristico, quanto dannoso e allo stesso tempo anacronistico, uso del mezzo telefonico, che ora sta già lasciando il passo a metodi diplomatici più consueti e soprattutto meno dirompenti, pur tenendo conto dell’imprevedibilità del soggetto (il nucleo del “fattore T”), si sono avuti negli ultimi giorni dei segnali che lasciano intravedere  una visione meno dissacrante e quasi in linea con le recenti e note posizioni statunitensi su alcune questioni  essenziali.

Una dimostrazione si è avuta già l’altro ieri, quando, poco prima dell’inizio di una cena in Florida con ospite di primo piano il Premier giapponese Shinzo Abe, è giunta una prima, aperta e diretta provocazione, non a caso dall’ormai eterno nemico nord-coreano: Kim Jong-un ha infatti ordinato il lancio di un missile che ha viaggiato per 500 km cadendo nel Pacifico tra la penisola coreana e le acque giapponesi.

La risposta di Trump è stata immediata e in una rapida conferenza stampa ha rassicurato energicamente Abe e Tokyo (e chi ascoltava anche a Seul) sul totale sostegno statunitense contro ogni provocazione proveniente da Pyonyang, con annessa richiesta di convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Del resto, appare ben chiaro che la sicurezza dell’area del Pacifico rappresenti, in termini strategici, la priorità per gli interessi americani (e non solo da quando Trump ha preso il potere).

 

Cina, la telefonata di riparazione

La Cina, in questo contesto, costituisce da tempo la preoccupazione principale di Washington ed è nei confronti della Cina che si è avuto la scorsa settimana un altro segnale interessante, indice di capacità di riflessione (e non solo di esuberanza) da parte di Trump e del suo staff.

Si è trattato della “telefonata di riparazione” al presidente cinese, Xi Jinping, nella quale l’inquilino della Casa Bianca ha manifestato piena fedeltà alla tradizionale politica della “One China Policy”, in base alla quale dal 1974 gli Usa riconoscono solo Pechino.

A cosa doveva riparare Trump? Ad un’altra telefonata, nella quale, un mese prima di insediarsi alla Casa Bianca, egli aveva fatto maldestramente intravedere al premier di Taiwan la possibilità di un riconoscimento ufficiale, quasi un pieno diniego della posizione ufficiale: il nuovo Segretario di Stato, Rex Tillerson, deve aver lavorato duramente per far capire al presidente e magnate la necessità di un chiarimento formale e immediato, ma per fortuna ce l’ha fatta.

Sono poi da riportare altri segnali, due dei quali riguardano l’area mediorientale, dove maggiormente si focalizzano le preoccupazioni sulle ricadute negative del nuovo atteggiamento americano predicato da Trump già in campagna elettorale.

Il primo viene da un’intervista concessa a un giornale israeliano in vista dell’imminente e importante visita del Premier Netanyahu a Washington: invece dello slogan del “totale appoggio in ogni campo a Tel Aviv”, assicurato durante e dopo la campagna elettorale, Trump ha cominciato a entrare nei dettagli dicendo esplicitamente che

gli insediamenti non aiutano il processo di pace,

sulla linea di quanto ribadito in questi anni da Obama e dalla Clinton.

 

Flebile segnale verso l’Iran

Più flebile, e forse potrà essere il primo a dimostrarsi fallace, è invece il segnale verso Teheran (dove, dopo l’”executive order” di dieci giorni fa, si sono viste scene di manifestazioni anti-Usa simili quasi a quelle del 1979).

Secondo l’Alto rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza europea, Mogherini, che la settimana scorsa ha incontrato, a Washington, il Segretario di Stato Tillerson e alti esponenti di “Foggy Bottom” e dell’Amministrazione, le sarebbero state date “ampie rassicurazioni” che l’accordo sul nucleare iraniano (faticosamente raggiunto con il contributo decisivo del predecessore di Tillerson, Kerry, fortemente appoggiato dall’Ue) verrà onorato dagli Usa.

Sarà da vedere nelle prossime settimane se questi ultimi due segnali, e soprattutto l’ultimo, siano sintomi di una maggiore flessibilità da parte di Trump su due punti-chiave della sua campagna elettorale su temi esteri (no al Trattato con l’Iran e pieno sostegno a Israele).

In conclusione, premettendo che è del tutto prematuro, dopo solo poche settimane, trarre conclusioni affrettate, è importante sottolineare che un po’ più di prudenza e chiarezza sembra giungere da Washington su alcune questioni: l’auspicio è che prudenza e chiarezza comincino a intravedersi anche su altre questioni, in primo luogo sui rapporti con la Russia, su quelli con l’Unione Europa (senza il Regno Unito, con cui tutto pare chiaro) e sul futuro della Nato.