Turchia, la morale non fermerà Erdogan

Turchia, la morale non fermerà Erdogan

17 Ottobre 2019 0 Di Luca Tatarelli

Di Vincenzo Santo*

Ankara. In Siria è il redde rationem. Ci saranno massacri? Certamente. Ci saranno atti violenti e riprovevoli? Ne sono certo.

Soldati turchi

L’odio coltivato e accumulato per tanto tempo farà il suo lavoro. Verranno coinvolti civili? Inevitabile. Se qualcuno non l’avesse ancora capito, è guerra! Con il beneplacito di molti, tutto sommato.

No, caro Di Maio, è troppo semplice affermare che Erdogan sia il solo responsabile. L’avventura turca in Siria non può essere stata una sorpresa.

 

Il Presidente turco, Erdogan

Sono mesi che il Presidente turco parla di un corridoio di sicurezza e sono mesi che va in giro a vendere il prodotto che vuol ottenere cercando, l’illuso, di guadagnarsi l’appoggio internazionale. E lo aveva mostrato quel prodotto persino in sede di Nazioni Unite. Tutti forse hanno creduto in un bluff. Ma non lo era.

Pertanto, non può essere una sorpresa e la responsabilità è corale. Sia chiaro. Su questo occorrerebbe fare delle riflessioni e respingere la narrativa secondo la quale, tutti i geni dell’intellighenzia, nazionale e no, ritengano oggi di vendere sottotraccia al pubblico che si sia trattato di una sorpresa.

Senza tralasciare il ridicolo delle grida di dolore di chi lamenta l’uso da parte dei turchi di armamenti venduti da questo o da quell’altro Stato.

Come se le armi dovessero essere comprate per tenerle in un museo o si pretendesse che venissero usate solo quando e contro chi decidiamo noi occidentali.

L’Occidente ha il vizio di voler mascherare le proprie colpe aggrappandosi a narrative moralistiche. Richiamandosi all’etica.

Affermazioni banali anche quelle di chi ritiene di condannare un intervento armato sulla base della ormai consumata diatriba filosofica legata al concetto di guerra giusta. Ma fu giusto l’intervento americano in Iraq del 2003? Lo fu quello sempre americano a Panama o a Grenada? Lasciamo da parte la pagina morale, quindi, non è cosa seria.

Purtroppo, come detto, l’opinione pubblica viene inondata da una stampa a cui piace spargere saggezze moralistiche: i curdi sono stati traditi oppure vergogna Europa!

Qualcuno quindi ha accusato l’Europa di inattività, attribuendole la colpa di essere inerme, quando invece Bruxelles ha l’autorità di fare solo quelle cose che gli Stati le hanno delegato. E, come dovrebbe essere noto, di queste deleghe in politica estera europea c’è ben poco.

Non nascondiamoci dietro alla morale e alla sorpresa. La colpa del mondo è quella di non aver voluto credere in tempo a Erdogan.

Come noto, la verità e la realtà vengono a galla prima o poi. La prima come scoperta, mentre la seconda, e in questo sta la gravità, come sorpresa, appunto! Ma con un’attenzione, e volontà, maggiore ai fatti siriani l’avremmo scoperto ben prima.

Nelle relazioni internazionali l’etica non trova posto. Non è compito di un geopolitico, colui che dovrebbe foraggiare il politico, dare giudizi di questo genere.

La situazione va esaminata con freddezza, dall’esterno, come un medico dinanzi ai sintomi di una malattia. E sul versante politico non è accettabile che un ministro degli Esteri si esprima dicendo “… non esiste che la Turchia …“, come fosse l’ultimo dei tifosi di calcio.

Quello che appunto non deve esistere è il coinvolgimento emotivo e una pretesa di ordine etico, peggio se assimilata al contesto quotidiano di una morale empirica.

Nelle relazioni internazionali, piaccia o no, il giudizio morale distorce e ottunde la capacità di giudizio analitico e rischia di far cadere il decisore nelle pastoie emotive del volgo.

Erdogan sperava che le sue considerazioni strategiche, frutto di un’analisi geopolitica tutto sommato semplice, potessero ricevere il placet mondiale.

Solo gli Stati Uniti avevano capito che non era un bluff e non fingono ora di sorprendersi. Hanno dovuto alzare le braccia dinanzi alla realtà.

Perché la geopolitica obbliga a fare i conti con la realtà e con i limiti che la realtà stessa impone all’azione. Washington ha lasciato il campo perché non era più in grado di tener a freno Erdogan, considerata l’impossibilità materiale di opporvisi con la forza oppure, possibile e non improbabile, per non compromettere la propria presenza formale in Siria, puntello della propria presenza in Iraq, area strategica questa di immediata incidenza sull’Iran, i rapporti con il quale rappresentano per Washington il vero valore assoluto degli interessi americani nella regione.

E lo sono dal 1979. La geografia, che traccia le necessità geostrategiche, riemerge sovrana.

Ma c’è anche un’altra possibilità, più diabolica, volta forse a regalare ai turchi il loro Vietnam, così come gli americani seppero fare con successo a danno dei russi in Afghanistan.

Magari e solo per vendicarsi dell’eccessivo avvicinamento di Ankara, Paese NATO, alla Russia. E non mi stupirei di un nascosto sostegno ai curdi siriani da parte della Casa Bianca.

Ci piace quello che sta facendo Erdogan? Qualsiasi risposta si dia a questa domanda non avrebbe alcuna importanza! Lo condanniamo perché non dimostra riconoscenza nei confronti dei curdi che hanno battuto le stesse? Possiamo farlo se ci piace ma non ha importanza.

Neanche la riconoscenza trova posto delle relazioni internazionali. E poi, perché dovrebbe condividere la nostra riconoscenza? Ovvero, perché ci sentiamo in diritto di imporre a lui di essere riconoscente come lo siamo noi verso quei curdi? Qual è il bene e qual è il male da quelle parti?

Siamo certi che il nostro bene sia universalmente accettato e che debba per forza di cose essere condiviso da altri? Se così fosse, non staremmo cadendo in una sorta e pericolosa, nonché presuntuosa, etica dell’assoluto? Quella che ha mosso nel recente passato sia Bush figlio che Blair a creare l’inferno iracheno?

Inoltre, sul piano pratico, ha la Turchia violato i confini siriani? Affatto. I turchi erano già in Siria, sicuramente nella provincia di Afrin e tenevano come un loro protettorato quella di Iblid.

Salih Maslem Mohamed, copresidente del PYD

E se ha violato i confini lo hanno fatto anche americani e francesi, ai quali uno Stato sovrano, quale mi risulta essere ancora la Siria, almeno sulla carta, non ha mai chiesto di intervenire. Cosa invece formalizzata a russi e iraniani. Quindi, anche la conoscenza delle cose ha la sua importanza.

La cosa più importante è realizzare che, ad oggi, Erdogan andrà fino in fondo sempre che non incontri un proprio Vietnam o qualcun altro lo fermi offrendogli garanzie che siano più vantaggiose della certezza di subire, e dare, perdite e distruzioni.

E vedremo che noi europei guarderemo con il labbro pendente dall’altra parte dell’Atlantico. Ne sono convinto. E forse questa volta senza risposta. Anche perché la Russia ne sta prendendo il posto da quelle parti.

Di certo, se si crede che con l’embargo di armi lo si possa fermare, riponendo fede in una misura superficiale, di facciata e cosmetica, ci sbagliano di grosso.

Mi viene un dubbio: ma se decidiamo di non vendere più armi ad Ankara, quali sono i compensi che intendiamo garantire a quelle fabbriche, nostre, che si troveranno a corto di importanti contratti in futuro? Questo non è dato sapere, dato che non mi risulta che il governo ne abbia fatta menzione.

Ma capisco che al popolo gonfiato dalla stupidità di certa informazione, qualcosa occorra dare in pasto. Mi va bene, ma fermiamoci con le lezioni di etica.

La geopolitica deve scandagliare le motivazioni dei fatti, le cause remote dei fatti recenti, attenzione, non giustificazioni o condanne. Due approcci completamente differenti.

Erdogan combatte per la sua stessa sopravvivenza, anche se probabilmente ha in mente una mai sopita idea di Grande Turchia, quella che la vedrebbe allargarsi a Sud lungo l’allineamento Aleppo- Kirkuk, quest’ultima in Iraq, dove c’è abbondanza di petrolio.

E i turchi già sono presenti in Iraq, nel Nord, accettati a malincuore dal governo di Baghdad. Forse per questa ragione la sua appare ora come una sorta di operazione di polizia interna.

Tanto per cominciare? Lo vedremo, ma non possiamo trascurare questo dettaglio. Su altre pagine, tempo fa io scrissi che ritenevo che la Turchia non avrebbe abbandonato tanto facilmente le sue posizioni sia in Siria sia in Iraq. Probabilmente un domani scoprirò di aver avuto ragione troppo presto. Un mio difetto.

Non ci deve tuttavia sfuggire, inoltre, che Erdogan non ha più fiducia nell’Occidente, proprio per le timide e tiepide manifestazioni di simpatia a seguito del fallito colpo di Stato del 2016.

Senza considerare tutto il bailamme burocratico generato intorno alla procedura di annessione della Turchia stessa all’Unione Europea.

A Erdogan quel processo è già servito ma non ci ha mai creduto, forse neanche voluto in quanto entrare in Europa si sarebbe rivelata una gabbia.

Servito perché sono stati proprio i requisiti democratici e liberali impostigli che hanno facilitato la sua ascesa per diventare l’uomo solo al comando di un edificio ormai islamizzato, potendosi liberare di un potente avversario/controllore, le forze armate.

Posizione dominante la sua, rinforzata proprio dal conflitto stesso in Siria, che gli ha permesso di divenire il baluardo dell’opposizione siriana e il rifugio per correligionari arabi sunniti in fuga. Un flusso che allora gli consentì di far tesoro di un non indifferente sostegno popolare.

Ma ora, il peso di tutti quei rifugiati si fa sentire, indebolendo il consenso già reso meno importante per via della debole economia.

Un trend di consensi ora al ribasso pare, con l’incubo persino di vedere instaurarsi al confine una regione magari solo semi-autonoma a matrice curda, con questi politici che non fanno altro che promuovere la causa ideologica del PKK.

Miliziani del PKK

I curdi, bravi combattenti, avevano ottenuto il riconoscimento mondiale per aver tenuto testa alle forze del male e persino sconfiggerli. Qualcosa che non avrebbe potuto non pesare significativamente sulle fasi di riassetto e ricostruzione del paese.

Inaccettabile! Ed Erdogan sa che i curdi non dimenticheranno mai la sua inazione davanti a Kobane, messa sotto assedio dall’ISIS. Due parti, quindi, che non riusciranno a venirsi incontro.

Pertanto, quale migliore soluzione di quella di piazzare al suo confine in Siria tutti quei rifugiati arabi al posto dei curdi, evitando che quella fascia diventi un santuario per il PKK?

L’inevitabile ha quindi avuto luogo. Erdogan ha utilizzato di fatto un attacco preventivo, avendo rilevato una grossa prossima minaccia al suo confine direttamente connessa con l’endemica guerriglia del PKK.

Nell’accezione “pre-emption” però; fu accettato che la pensasse così Bush perché non per Erdogan oggi? E l’ONU tutto sommato condanna il “preventive”, fattispecie ben differente. Ci fa piacere questo modo di fare? Possiamo biasimarlo certamente, ma non caricare il nostro biasimo di valenza morale.

C’è ben poco, quindi, mettiamocelo in testa, da fare per costringerlo a fermarsi. E poi, perché dovrebbe e, ripeto, a quali condizioni? Invece di continuare a twittare frasi sconclusionate con ricorrenti futili inviti a fermarsi, o con il più che ridicolo ammonimento di non coinvolgere i civili, i nostri bravi politici dovrebbero cominciare a pensare a che cosa fare sul serio ora.

Visto che il treno è stato perso non rispondendo alle richieste americane di darsi da fare per collaborare a mettere su una fascia di sicurezza.

Per iniziare a pensare, lasciamo da parte il cuore, e partiamo da pochi punti, semplici ma importanti:

  • Erdogan, soprattutto, governa ora supportato da un fronte nazionalista anti-curdo e intende rimanere in sella e continuare a rappresentare il riferimento unico che possa garantire sicurezza al popolo. Un ricambio non garantirebbe l’avvento al potere di qualcuno più democratico e liberale e meno nazionalista. È l’orgoglio, l’onore richiamato da Tucidide
  • la presenza di 3 milioni e mezzo di profughi sta divenendo pressante e socialmente dirompente in un’economia in difficoltà. È l’interesse, sempre di Tucidide
  • una regione autonoma o solo semi-autonoma curda al confine è cosa non trattabile in quanto, secondo Erdogan, costituirebbe un facile santuario per il terrorismo curdo del PKK. È la paura.

Va da sé che ove non si trovassero ora delle idee su cui poggiare un compromesso e divenisse più teso il rapporto con Erdogan, potremmo giungere alla rottura di Ankara con la NATO, e credo che Washington non sarebbe d’accordo, e peggio, creare le premesse perché l’idea della Grande Turchia prenda il via. Minaccia, rischio e conseguenze.

Pochi “misuratori” su cui ragionare ma che evidenziano, mi rendo conto, un sistema con più equazioni e con troppe incognite, dipendente da una variabile indipendente, cioè la volontà di Erdogan al compromesso. Volontà che ora non vedo.

Una soluzione, forse e chissà da chi, potrà essere individuata. Ma qualunque essa sia, durerà sino alla prossima guerra, non illudiamoci, quella che prima o poi Erdogan, o chiunque altro turco al suo posto, porterà a termine, in un sistema internazionale all’insegna dell’anarchia, che stenta nel controllare la pace ma che nulla può fare troppo spesso per fermare una guerra.

E poi, capiamoci, le guerre hanno una loro vita, e fermare una guerra è sempre un’opzione geopoliticamente preferibile?

*Generale di Corpo d’Armata Esercito (Ris)

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17 Ottobre 2019 | 18:03


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