Usa Russia, i Giganti malati al tempo del disordine mondiale

Usa Russia, i Giganti malati al tempo del disordine mondiale

19 Ottobre 2016 0 Di Michael Giffoni

Usa e Russia, al tempo del disordine mondiale e della cyber guerra fredda, ricordano i due Giganti malati della Guerra fredda del libro analisi di Alberto Ronchey del 1980.

Usa Russia, i due Giganti malati

Nel lontano dicembre 1980, all’indomani dell’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca e a un anno esatto dall’entrata delle truppe sovietiche a Kabul, uno dei maestri del giornalismo italiano della seconda metà del secolo scorso, il fine analista Alberto Ronchey, pubblicò un libro dal titolo emblematico che a molti parve un po’ paradossale: “Usa-Urss. I giganti malati”.

Era una dettagliata analisi dei due poli della scena globale dell’era della “Guerra fredda”, gli Stati Uniti d’America con il cosiddetto “angolo Ovest” e l’Unione sovietica con il corrispondente “angolo Est”. Due “giganti”, per il loro peso storico, politico, militare e soprattutto “nucleare”, nei quali però Ronchey coglieva segnali di pericolose crisi parallele.

Come avremmo visto nel corso del decennio successivo, quei segnali che si avvertivano a Mosca e dintorni (dall’elefantiasi burocratica e militare, alla crisi economica “nascosta” con modesto livello di vita della popolazione fino ai primi elementi di rinascita delle nazionalità e delle appartenenze etniche e religiose, repressi dall’ideologia socialista, in quegli anni particolarmente dura) portarono al crollo dell’impero sovietico ed alla sua disgregazione, cui seguì la sperata fine della Guerra fredda.

Da ciò non scaturì però una maggiore stabilità bensì un’imprevista fase di disordine e quasi “anarchia” internazionale, della quale le guerre balcaniche furono uno dei principali esempi.

Tuttavia, anche i segnali di decadenza intravisti da Ronchey nel “polo americano” (dalla crisi dei tradizionali valori liberal-democratici ben sublimata dal caso del “Watergate” alle evidenti fragilità del sistema capitalistico e bancario) hanno prodotto i loro effetti negativi, se pure decenni più tardi.

Tuttora, Washington e dintorni stanno facendo i conti con loro, a partire dalla devastante crisi finanziaria iniziata nel 2008 fino alle convulsioni del sistema politico attaccato dai virus del populismo e della demagogia di cui l’attuale – sconvolgente per toni e metodi usati – campagna elettorale americana è l’ultima ma lampante immagine.

Il libro di Ronchey è tornato alla mente la settimana scorsa, dominata su tutta la vasta e variegata scena multi-mediale globale da analisi dedicate al ritorno della Guerra fredda tra Usa e Russia (non più Unione sovietica, ovviamente ma Russia nella sua versione “ imperial-putiniana”) e alla nascita di una nuova era, quella della “Cyber-war”, una guerra combattuta non da generali con armate convenzionali e testate nucleari ma da esperti di cibernetica e “hackers” veri e propri.

Nessuno mette in dubbio che le frasi giunte da Mosca, dopo la conferma da parte della Nato dell’annuncio, già dato mesi fa, dell’imminente avvio di un sistema di difesa integrata ai confini delle Repubbliche Baltiche, replicavano nei toni e negli accenti quelle proprie di quei primi anni ’80 del secolo scorso, soprattutto data l’evidente portata più simbolica che reale della “minaccia”.

 

La Guerra fredda diventa Cyber guerra

Allo stesso tempo, è addirittura andato al di là dei normali metodi diplomatici l’inedito e durissimo annuncio pubblico di Washington, giunto addirittura dalla voce del vice presidente Joe Biden dal canale televisivo Nbc: gli Usa sarebbero pronti a lanciare, tramite la Cia, vere e proprie azioni di rappresaglia cibernetica nei confronti del Cremlino, accusato di avere infiltrato tramite “hackers” i sistemi informativi di enti pubblici americani e dello stesso Partito Democratico per tentativi di manipolazione dell’attuale campagna elettorale in corso, a danno della candidata Hilary Clinton.

Ben più grave di queste schermaglie declaratorie è apparsa comunque la conferma del chiaro disaccordo tra Washington e Mosca sulla crisi siriana e addirittura sulle modalità di rispondere allo straziante grido di dolore proveniente dalla martoriata Aleppo, conferma espressa da un ennesimo nulla di fatto nei colloqui svizzeri del Segretario di Stato Kerry e del Ministro degli Esteri Lavrov.

Tutto questo proprio nei giorni in cui si acuiscono tutti gli scenari di crisi nell’area focale del Mediterraneo e del Medio Oriente, con il lancio delle operazioni di riconquista di Mosul, seconda maggiore città dell’Iraq, a spese dell’Isis – comune nemico di tutti pur se per ragioni e con obiettivi differenti – e con l’aggravarsi del quadro libico e yemenita.

In questo contesto, Usa e Russia sono sempre, incontestabilmente, dei giganti, ma i loro “piedi d’argilla” sono evidenti. Se è vero che Barack Obama è riuscito nella straordinaria impresa di rilanciare l’economia americana dopo la crisi economica più difficile mai vista dal 1929, riuscendo a garantire, con un audace programma d’investimenti, una crescita notevole per oltre sei anni, è altrettanto vero che non si può nascondere quanto siano acute la crisi sociale del Paese, le mai sopite tensioni razziali e la conflittualità politica giunta davvero oltre ogni limite nella campagna elettorale tra Hilary Clinton e Donald Trump ora alle ultime battute.

D’altro canto, anche Vladimir Putin può certo esaltare un ruolo storico, quello di aver ridato, con il suo quindicennio al potere, stabilità interna e presenza internazionale a un Paese che sembrava alla completa deriva negli “eltsiniani” anni ’90.

Allo stesso tempo, però, nonostante il peso delle vaste risorse energetiche che la Russia può contare, è vero che la situazione economica generale, al di là delle ricchezze degli oligarchi, è tutt’altro che rosea e, cosa ancora più grave, la citata stabilità interna è ottenuta con un livello di autoritarismo e spesso di repressione delle libertà fondamentali che sembra ricordare quello tipico ordinato dal Politburo sovietico.

Due “giganti malati”, quindi, che ritornano alla Guerra Fredda. Può darsi, ma il fatto è che tale crescente tensione tra la Russia e l’Occidente avviene in un quadro ben diverso da quello degli anni della “storica” Guerra fredda, vale a dire nell’attuale disordine globale, caratterizzato da crisi regionali letteralmente impazzite (non solo in Medio Oriente ma in molte aree di ogni Continente) e rese più complesse e di difficile gestione dall’esistenza di altri “poli globali” o “superpotenze regionali”, dalla Cina ai cosiddetti Brics con annessi vari (Turchia per prima) e dalla persistenza delle turbolenze economiche globali con effetti a catena, primi tra i quali l’aggravarsi delle nuove e più spaventose crisi di questo inizio di millennio, da quella migratoria al terrorismo e alla criminalità internazionale.

Servirebbe qualcuno, al centro, a tentar di mettere un po’ di vero ordine… e il pensiero corre a Bruxelles, all’Europa, all’Unione europea e ai suoi valori fondanti di tutela e promozione della pace, della democrazia e del progresso.

L’Unione europea è oggi sicuramente un “gigante” e poco senso hanno ormai le definizioni di “gigante economico e nano politico” e le battute sulla mancanza di un “numero di telefono”, provenienti generalmente da Washington negli anni Settanta e Ottanta.

I pilastri ci sono, la struttura e i trattati anche, passati attraverso varie fasi in un sessantennio, da Roma a Lisbona via Maastricht.

La verità è purtroppo che tale enorme struttura non riesce a vincere le proprie debolezze interne e a comporre in armonia gli interessi e gli obiettivi dei suoi membri, con il risultato di non produrre più le dosi sufficienti né di “hard power” né di “soft power” per avere un vero e proprio ruolo esterno: di tutti i giganti, Bruxelles pare di gran lunga il più malato.