Cowspiracy e il segreto della sostenibilità ambientale

Cowspiracy e il segreto della sostenibilità ambientale

08 Giugno 2021 0 Di Camilla Alcini

Cowspiracy denuncia l’agricoltura intensiva e il silenzio degli ambientalisti e dei politici.

Cowspiracy, il documentario che denuncia l’agricoltura intensiva

“Alla fine, ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Si apre con questa citazione di Martin Luther King Jr. il documentario inchiesta Cowspiracy – Il segreto della sostenibilità ambientale, diretto e prodotto da Kip Andersen.

Il documentario del 2014 che ha come produttori anche Leonardo Di Caprio e Jennifer Davisson Killoran, denuncia a gran voce l’agricoltura intensiva e soprattutto il silenzio degli ambientalisti e dei politici sui danni da essa provocati.

Se infatti studi sempre crescenti, tra cui quelli delle Nazioni Unite, affermano che la causa principale del cambiamento climatico è l’allevamento di animali, perché non è proprio questo il focus delle associazioni ambientaliste? Perché tutti consigliano di sprecare meno acqua, usare meno plastica e muoversi a piedi o in bici, ma nessuno parla della più grande causa di devastazione ambientale?

Andersen cerca una risposta a questa domanda, e, munito di dati, si rivolge alle principali associazioni ambientaliste, ad esempio Greenpeace.

C’è un fatto: che il 51% delle emissioni globali che provocano l’effetto serra è causato dall’allevamento di bestiame. Ma questo fatto è ignorato e in certi casi persino sminuito proprio da chi dovrebbe portarlo all’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica. Andersen si chiede perché, e la frustrazione aumenta all’aumentare delle risposte elusive e delle interviste negate.

Tre modi in cui l’allevamento danneggia l’ambiente

Attraverso l’aiuto di esperti, Andersen individua almeno tre effetti dell’agricoltura animale sul nostro pianeta.

In primis, l’utilizzo di acqua. Per produrre un hamburger, ad esempio, occorrono circa 3 mila litri di acqua, una quantità che corrisponde a due mesi di docce. Basta questa informazione per comprendere quanto l’allevamento di bestiame sia letteralmente prosciugante per il nostro pianeta.

Con interi paesi che soffrono per la scarsità dell’acqua, l’oro blu è diventato un lusso troppo spesso sprecato. Tuttavia, chiudere il rubinetto mentre laviamo i denti o ci insaponiamo non è abbastanza, se poi mangiamo regolarmente carne e latticini: contro il 5 per cento di consumo domestico, l’agricoltura animale utilizza il 55 per cento di acqua.

Di tutta l’acqua fresca globale disponibile, infatti, 1/3 è destinato proprio alla produzione di prodotti animali.

Una seconda, grande problematica strettamente legata all’allevamento è la deforestazione, insieme all’utilizzo del terreno.

La distruzione della Foresta Amazzonica è diventata una praticata talmente frequente da fare a malapena notizia nelle televisioni di tutto il mondo.

Il 91 per cento della deforestazione del polmone del pianeta è dovuto proprio all’agricoltura animale, con circa 4.047 metri quadrati spazzati via ogni secondo.

Un dato difficile da digerire, ma concreto, cosi come quello secondo cui una dieta vegana richiede 674 metri quadrati di terreno ogni anno, mentre quella di un mangiatore di carne 18 volte tanto.

Infine, secondo il documentario, l’allevamento provoca anche l’estinzione di molte specie.

Come per il cosiddetto “by-fishing”, la pesca “accidentale” di delfini, squali e altre specie marine non attivamente nel mirino della pesca industriale, anche nella caccia al terreno da allevamento ci sono vittime secondarie.

In questo modo, 110 specie animali e di insetti si perdono ogni giorno durante la deforestazione, rendendo l’agricoltura animale la prima causa d’estinzione, di zone morte dell’oceano, dell’inquinamento marino e della distruzione degli habitat.

La soluzione più immediata

La dieta vegana è storicamente motivata dalla decisione etica di non cibarsi di un altro essere vivente.

Una scelta che ad oggi è rafforzata dalle condizioni degli allevamenti intensivi dei produttori di carne e pesce, che rendono ancora più difficile ribattere alle argomentazioni etiche di chi non si ciba di animali e derivati.

Cowspiracy porta il problema ad un altro livello, sottolineando che oltre l’etica, dietro al consumo di carne vi è una deliberata azione dannosa contro l’ecosistema.

La reazione del pubblico alla docu-inchiesta di Andersen è un misto di emozioni: lo spettatore resta spaesato, confuso e arrabbiato.

Perché nessuno ne parla, se il problema è cosi grave?

Perché esponiamo quotidianamente le lobby e la corruzione di politici e associazioni, ma gli permettiamo comunque di continuare a mettere sulla nostra tavola quello che è il prodotto di un lungo e doloroso processo di distruzione, giorno dopo giorno?

Cowspiracy non da una risposta a questo, ma fornisce dati sufficienti per permetterci di formulare queste domande, lasciando allo spettatore il duro compito di darsi una risposta e decidere se mangiare qualche hamburger in meno vale la pena per salvare la nostra casa.

Tutti i dati e le rispettive fonti al sito: https://www.cowspiracy.com