Impiego giovanile: il quadro italiano nella transizione post-pandemia

Impiego giovanile: il quadro italiano nella transizione post-pandemia

07 Giugno 2021 0 Di Tommaso Corno

L’Italia è il penultimo paese OCSE per impiego giovanile con il 33% degli under-24 attualmente disoccupati, ma con il PNRR si presenta un nuovo quadro per i giovani lavoratori italiani.

Italia penultima nell’OCSE per impiego giovanile, davanti solamente alla Spagna

Il report OCSE relativo al primo trimestre 2021 lo aveva già messo in evidenza: i giovani italiani riescono a trovare sempre meno spazio nel mercato del lavoro italiano. Il tasso di disoccupazione giovanile, che ha superato il 33%, mette l’Italia al penultimo posto nelle classifiche, davanti solamente alla Spagna. Ma ciò che preoccupa maggiormente è il trend del nostro Paese che, contrariamente a quello della media degli Stati OCSE, vede una crescita nella percentuale di disoccupati sotto i 24 anni di età.

Il comportamento di questi dati è stato sostanzialmente diverso per i Paesi europei ed extra-UE nel corso dell’intera pandemia. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il tasso di disoccupazione giovanile ha avuto un aumento progressivo in quasi tutti gli Stati Membri fino a luglio-agosto 2020, per poi cominciare una parabola discendente che persiste tuttora. Al di fuori dell’Unione, la pandemia ha causato un declino molto rapido nell’impiego giovanile ad Aprile 2020, che si è tramutato in una fase di ripresa graduale e costante.

L’Italia ha seguito il trend europeo nella prima parte della pandemia, ma non è mai entrata nella fase “discendente”: a partire da settembre 2020, il tasso di disoccupazione fra i più giovani è salito del 3,6%, avvicinandosi a quello della Grecia a fine dicembre. Se anche gli ellenici dovessero confermare l’andamento visto nella UE (la Grecia è l’unico Paese a non aver ancora reso pubblici i dati del primo trimestre 2021), l’Italia potrebbe ufficialmente diventare il secondo peggior Paese OCSE per quanto riguarda l’impiego giovanile.

Con l’attuazione del PNRR il Governo mira a ridurre i “neet”

Il campanello d’allarme si è fatto sentire a Palazzo Chigi, dove la gestione dei fondi relativi al PNRR rappresenta una priorità assoluta. Il messaggio del premier Mario Draghi, trasmesso prima attraverso la bozza del “Recovery Plan” approvata dal Parlamento a fine aprile e successivamente attraverso i vari decreti attuativi, è quello di voler creare – come specificato nello stesso PNRR – un mercato del lavoro più inclusivo e coeso.

Attraverso l’omonima missione del piano per la ripresa post-pandemia, l’obbiettivo del Governo è quello di ridurre il numero di neet, ovvero degli under-35 che non studiano o lavorano. In Italia, questo numero supera i tre milioni di giovani, rappresentando una delle peggiori situazioni a livello europeo. Il bisogno di concentrarsi su obbiettivi strategici per le generazioni future è chiaro, e fra questi figura sicuramente la maggior inclusione dei giovani nel mercato del lavoro.

Fra l’istituzione di una quota di assunzioni pari al 30% per under-35 e donne, e la garanzia offerta dallo Stato per quanto riguarda i mutui aperti dai più giovani, i decreti varati dal Governo in questa fase di transizione e di ripresa sembrano mirati proprio ad ottenere quella “sicurezza che ora manca”, come spiegato da Draghi in occasione della presentazione del DL Sostegni-bis.

Si tratta di misure volte ad integrare quelle categorie che faticano di più a ritagliarsi uno spazio nel mondo del lavoro, favorendone l’indipendenza economica ad aiutando in particolar modo i più giovani a “staccarsi” dalla famiglia e cercare attivamente un impiego.

Sono proprio i cosiddetti “inattivi” a formare la maggior parte dei neet in Italia. Si tratta di giovani sotto i 35 anni che, per la maggior parte, dipendono parzialmente o interamente dalla propria famiglia, ed in molti casi vivono in casa dei genitori. La speranza è appunto che, semplificando l’acquisto di una nuova casa, molti giovani si attivino nella ricerca di un lavoro.

PNRR e impiego giovanile: il quadro nella transizione post-pandemia dipende da domanda ed offerta

Gli effetti del PNRR sul lavoro per i più giovani non si ferma alla missione di “Inclusione e Coesione” delineata nel piano. La maggior parte della spinta per far crescere l’impiego giovanile, secondo quanto previsto da Palazzo Chigi, arriverà dalle altre missioni, in particolare da quelle focalizzate sulla digitalizzazione e sulla transizione ecologica. Le misure adottate nello svolgimento di queste missioni dovrebbero infatti portare ad un incremento dell’1,6% nell’occupazione dei giovani rispetto ad uno scenario senza PNRR. Il prospetto fornito dal Governo indica che questo incremento, tenendo in considerazione gli effetti di tutte le missioni del PNRR, raggiungerà il 3,3% entro il 2026.

L’effetto del PNRR sul mondo del lavoro giovanile opererà su due fronti, ovvero sia sulla domanda che sull’offerta. L’importanza di istruzione e ricerca, da una parte, contribuiranno a formare una forza lavoro più competente e preparata, in grado di lavorare in settori innovativi ed in rapida evoluzione. Dall’altra parte, serviranno nuovi posti di lavoro che richiedano queste competenze. È qui che entrano in gioco la transizione verde e la digitalizzazione: le aziende avranno bisogno di lavoratori che sappiano integrare questi cambiamenti nel proprio lavoro, e queste figure potrebbero – grazie allo sviluppo di istruzione e ricerca – essere identificate proprio nei giovani.

Per i giovani il PNRR stanzia solo l’8% dei fondi, fondamentale la compatibilità delle misure

Sembrano dunque esserci ottime prospettive per l’impiego giovanile in Italia a seguito dell’implementazione del PNRR. Ma un’analisi comparata con l’unico Paese con un tasso di disoccupazione fra gli under-24 più alto di quello italiano indica che è troppo presto per cantare vittoria.

Se per la Spagna il 12% della spesa relativa al piano di ripresa sarà destinata ai giovani, in Italia questa figura si aggira intorno all’8%. Una differenza sostanziale, che non può essere sottovalutata nel quadro generale del lavoro giovanile post-pandemia, e che rende ancor più importante l’implementazione di misure complementari, che contribuiscano allo sviluppo di competenze funzionali alla domanda che andrà formandosi attraverso digitalizzazione e rivoluzione “green”.

Si tratta di un processo lungo, che deve essere integrato da piani per l’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro anche nel breve periodo, e per il quale ci vorranno svariati anni prima di poterne apprezzare i risultati. L’Italia parte da una situazione di grande svantaggio rispetto agli altri Paesi europei, ma questo non esclude che con il PNRR si possa fare inversione di marcia su quello che è stato un trend costantemente negativo negli ultimi anni, ed iniziare la stessa “fase discendente” che molti Paesi stanno attraversando in questo momento.