Azioni legali post Brexit: l’Europa sfida il Regno.

Azioni legali post Brexit: l’Europa sfida il Regno.

01 Aprile 2021 0 Di Rebecca Faioni

La Commissione Europea non lascio spazio di manovra al Regno post Brexit: Bruxelles minaccia il ricorso alle via legali. Nuove accuse a Londra: non rispetta le norme sul fisco a Gibilterra. 

Trasporto merci tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, l’Ue accusa il Regno Unito: Violato il Protocollo post Brexit

Accade lunedì 15 marzo che la Commissione europea accusa il Regno Unito di violare gli accordi presi all’indomani della Brexit riguardo il movimento delle merci.

Bruxelles comincia infatti la settimana puntando il dito contro il Regno, colpevole di aver preso decisioni unilaterali sulle modalità di trasporto delle merci che la Gran Bretagna spedisce alla sua dirimpettaia e verde vicina Irlanda del Nord.

E infatti era il 3 marzo quando il governo britannico aveva deciso senza previe consultazioni di agire da solo ed estendere il periodo di grazia che era stato concesso dall’UE al Regno. Il Regno era stato “graziato” dall’Europa perché si era acconsentito a posticipare il controllo delle merci con tratta est-west, GB-IN, almeno fino al primo aprile cosicché la Gran Bretagna potesse avere il tempo di organizzarsi dal punto di vista logistico, e cioè per le necessarie carte burocratiche e controlli doganali.

Questione irlandese, il Regno dice no al confine sull’Isola di Smeraldo, e a quanto pare anche a quello sul mare (almeno per ora)

Tutto questo aveva lo scopo di preservare lo storico Accordo del Venerdì Santo secondo cui ad un confine all’interno del territorio irlandese proprio non ci si deve neanche pensare.

E così l’Accordo di Recesso post Brexit, o meglio ancora il Protocollo per l’Irlanda del Nord firmato a Febbraio 2020, di fatto era finito non tanto con il risolvere la questione “confine irlandese”, quanto con lo spostare semplicemente il confine dal territorio irlandese alle acque del Mar d’Irlanda che separano Albione dall’Isola di Smeraldo.

La prima terribile, la seconda idilliaca, avevano stabilito di comune accordo con l’UE che l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta in questo modo all’interno del mercato unico UE e che il controllo delle merci sarebbe quindi toccato al Regno.

Il Regno, sempre di comune accordo, aveva dato semaforo verde acconsentendo a controllare, a partire da aprile, le esportazioni verso l’Irlanda del Nord.

Peccato che il semaforo da verde è passato a rosso, e all’UE questo neanche si è pensato di dirlo. Anzi, il primo ministro inglese Boris Johnson a inizio marzo ha unilateralmente deciso di estendere questo periodo di grazia per altri 6 mesi, e cioè fino a ottobre 2021, violando così l’Articolo 5 dell’Accordo del dovere di lealtà comunitaria e buona fede.

Dieci settimane dopo la Brexit l’Europa accusa il Regno, comincia il processo per infrazione dell’Accordo

L’Europa non è disposta a chiudere un occhio e a mandar giù l’amaro boccone, ma anzi ha dichiarato aperto il processo legale per infrazione delle regole previste nel Protocollo. In particolare, la Commissione ha inviato due lettere agli uffici di Downing Street.

La prima è una lettera di costituzione in mora per la violazione degli accordi presi con il Protocollo per l’Irlanda e l’Irlanda del Nord nel contesto Brexit. Il Regno sembra infatti che non sia disposto ad accettare le regole per il movimento di merci e animali tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

La lettera inviata dalla Commissione richiede che le misure decise con il Protocollo vengano rispettate e viene concesso un mese di tempo al Regno per rispondere alla lettera e prendere le dovute contro indicazioni.

Una seconda lettera “politica” è stata inviata da Maros Sefcovic, a capo delle trattative Brexit in Europa, alla sua controparte inglese David Frost, chiedendo che il governo britannico ingrani la retromarcia sulle dichiarazioni rilasciate a inizio marzo poiché in violazione dell’Articolo 5 dell’Accordo di Recesso su lealtà comunitaria e buona fede.

Inoltre, Sefcovic incoraggia consultazioni bilaterali tra i due blocchi entro la fine del mese così da trovare una soluzione al problema di reciproco accordo con l’Europa. Secondo la dichiarazione rilasciata da Sefcovic, la decisione unilaterale del Regno è un deliberato tentativo di violazione degli obblighi giuridici previsti dalla legge internazionale:

“L’Unione Europea e il Regno Unito hanno sottoscritto il Protocollo insieme. Insieme dobbiamo anche implementarlo. Decisioni unilaterali e violazioni della legge internazionale da parte del Regno Unito danneggiano lo scopo del Protocollo e la fiducia reciproca.”

Cosa succede se il Regno ignora le lettere di ammonizione?

Se il Regno non dovesse rispondere alla lettera d’ingiunzione ed entrare in consultazioni bilaterali con l’Unione, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si riserva il diritto di prendere provvedimenti quali l’imposizione di sanzioni pecuniarie e la sospensione dell’Accordo di Recesso con la conseguente imposizione di tariffe sull’importazione delle merci provenienti dal Regno.

Si parla però di misure estreme soprattutto perché il Regno di fronte alle lettere si è già dichiarato ben disposto a collaborare per trovare una soluzione che soddisfi entrambe le parti.

E infatti il governo britannico ha detto che “avrebbe risposto a tempo debito”. Un po’ sulla difensiva ha poi aggiunto secondo quanto riportato da SkyNews, che questa non è una questione che necessita di battaglie legali e che anzi ritardare i controlli doganali è necessario, quasi dovuto, per un normale aggiustamento alla nuova situazione creatasi dopo la Brexit.

Un aggiustamento che il Regno ritiene opportuno soprattutto alla luce dei gravi danni economici riportati nelle esportazioni Gran Bretagna-Irlanda del Nord in calo del 65% e per il valore di 1 miliardo di euro (£ 856m), secondo quanto riporta la BBC.

Secondo l’ONS, l’Ufficio per le Statistiche Nazionale, sembrerebbe che una delle maggiori complicazioni sia proprio relativa ai nuovi sforzi logistici e burocratici da implementare. E così il Regno ha unilateralmente pensato di rinviare il problema a ottobre 2021.

Irlanda: vinta o vincitrice alla fine della partita?

Chi rimane alla fine un po’ sconfitto sono gli Unionisti irlandesi che sembra dovranno rassegnarsi alla presenza di un confine UK-Irlanda del Nord almeno per il controllo delle merci. Arlene Foster, leader del partito democratico unionista dell’Irlanda del Nord, intanto, si esprime così riguardo alle vie legali che l’Europa ha deciso di prendere e il Guardian riporta la dichiarazione:

“Le affermazioni di Bruxelles riguardo allo sforzo europeo per il mantenimento della pace sembrano sempre più infondate. Anziché mostrare cautela e preoccupazione per la situazione di stabilità precaria in cui si trova l’Irlanda del Nord, e anziché mostrare rispetto per il principio di consenso, Bruxelles è scioccamente ed egoisticamente concentrata a proteggere il suo stesso blocco, l’Europa.”

Interviene Biden: “Sia mantenuta la pace”.

Anche la Casa Bianca è intervenuta in settimana sulla faccenda, dopo aver discusso sulla questione con l’esponente del Partito Repubblicano irlandese Michael Martin; un incontro avvenuto per ben altro motivo e cioè per ricordare il giorno di San Patrizio, data chiave nei calendari delle case irlandesi e americane.

Fatto sta che, secondo il Guardian, un comunicato dalla Casa Bianca è arrivato lo stesso:

“Si continua a incoraggiare sia l’Europa che il Regno Unito a dare priorità a soluzioni pragmatiche per la salvaguardia della pace duramente conquistata in Irlanda del Nord”.

E cioè negli Stati Uniti, una posizione non si prende, non ci si schiera, però una cosa è chiara e cioè che il Trattato di Belfast deve essere rispettato.

Invece, Michael Martin è più esplicito secondo il Financial Times:

“L’Europa e il Regno Unito devono rispettare ciò che è stato concordato”

riferendosi alle misure post Brexit prese con l’Accordo di Recesso e con il Protocollo per l’Irlanda del Nord. Martin ha aggiunto infatti che a parer suo:

“Il Protocollo è l’unica via per risolvere le peculiari complessità che riguardano l’Irlanda del Nord.”

Anche Joao Vale de Almeida, Ambasciatore Europeo in Regno Unito, si rivela d’accordo con il repubblicano Martin, e infatti twitta che il “protocollo è la soluzione, e non il problema” e aggiunge che chi si oppone al Protocollo oggi di fatto sta solo puntando i piedi senza in realtà offrire possibili alternative.

Prima e ultima volta che il Regno viola l’Accordo? A quanto pare no. In futuro si vedrà

Eppure, sembra che non sia neanche la prima volta che succede che il Regno crei scompiglio violando le regole concordate con la Brexit.

Infatti, non meno di 6 mesi fa il governo inglese era stato accusato dalla Commissione Europea di aver infranto la legge internazionale con il Decreto sul Mercato Interno che avrebbe deliberatamente violato il Protocollo per l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Il Decreto era stato poi abrogato a dicembre 2020.

Vedremo se anche le dichiarazioni del 3 e 4 marzo 2021 riguardo l’estensione del periodo di grazia da aprile a ottobre 2021 subiranno le dovute rettifiche di fronte alle minacce firmate UE di scontri legali e sospensione dell’Accordo.

L’Europa continua a sfidare il Regno: arriva un secondo decreto ingiuntivo

Ma l’Europa non si ferma, e chiude la settimana con un ulteriore attacco al Regno Unito. Se l’azione legale dell’UE contro Downing Street per le violazioni dell’Accordo non fosse abbastanza, nulla da temere perché Bruxelles non esita a mostrare i denti e sfoderare la spada.

Europa

E infatti la Commissione non lascia passare molto tempo prima di lanciare una seconda battaglia legale riguardante gli aiuti Statali concessi in forma di esenzioni fiscali dal governo britannico alle compagnie multinazionali con sede a Gibilterra.

Agevolazioni che l’Europa aveva dichiarato essere illegali già a dicembre 2018 per motivi di distorsione di mercato. In particolare, la Commissione aveva condannato le esenzioni concesse dal Regno Unito perché garantivano vantaggi di competizione sleali a suddetti beneficiari.

E così si era stabilito che entro il 23 aprile 2019, le autorità inglesi dovessero provvedere al recupero dei crediti fiscali concessi a Gibilterra e alle sue imprese: un ammontare di circa 100 milioni di sterline. Peccato che a quattro mesi dalla notifica ufficiale dell’Europa riguardo la natura illegale di queste agevolazioni, meno del 20% della cifra è stata recuperata.

Sembra infatti che delle quattro compagnie beneficiarie, solo due abbiano soddisfatto l’ordine europeo. Le altre due, e si tratta delle compagnie Mead Johnson Nutrition e Fossil, avevano proceduto con una richiesta di annullamento contro l’ordine della Commissione. Una richiesta però che non aveva il diritto di prevaricare la decisione presa in Commissione, e che quindi non sollevava il Regno dall’obbligo di recupero crediti.

Agevolazioni fiscali illegali: il Regno non aveva rispettato la legge dell’UE

Fatto sta che invece le autorità britanniche competenti avevano messo in stand-by l’ordine della Commissione come conseguenza dei vari rallentamenti causati dai processi legali legati alle richieste di annullamento.

Venerdì 19 marzo 2021 però, l’Europa si è ricordata della questione e ha deciso di portare il Regno Unito di fronte alla Corte di Giustizia Europea per la mancata implementazione del vecchio ordine UE. Un ordine, certo, un po’ datato, così come tutta la faccenda, però l’Europa sembra al momento avere il dente avvelenato e quindi ogni motivo è buono per farla pagare al Regno, e per “pagare” si intende proprio in senso letterale.

Si vedrà ora se le battaglie legali sul fronte “Brexit” e sul versante “fisco” saranno un caso isolato di scontri legali, o se invece segnano solo l’inizio di una fase di guerriglia giuridica tra Regno e Unione. Anche perché di questioni in sospeso, se si volesse poi essere anche un po’ pignoli, ce ne sono altre 94, secondo quanto riporta il Financial Times. E sempre un po’ per pignoleria, tutte questioni legate a una qualche infrazione del Regno in violazione della legge dell’Unione. Certo sorge un po’ il dubbio se poi anche altri paesi europei abbiano violato in qualche modo le leggi UE, un po’ come il Regno, senza però essere stati messi in croce dalla Commissione perché loro dell’Unione ancora ne fanno parte.