Ciambriello: «Se non c’è riabilitazione il carcere non serve a nulla»

Ciambriello: «Se non c’è riabilitazione il carcere non serve a nulla»

14 Dicembre 2017 0 Di Marco Martone

Sovraffollamento, condizioni di vita, pene alternative e un ricordo di monsignor Riboldi. Il garante dei detenuti della Regione Campania, Samuele Ciambriello, intervistato a Radio Svago Web nel corso di “Oltre l’ostacolo”.

Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania, è intervenuto in collegamento telefonico alla trasmissione radiofonica “Oltre l’ostacolo”, andata in onda sulle frequenze di Radio Svago Web. Ciambriello ha parlato della delicata condizione dei detenuti in Campania, dando anche alcuni allarmanti dati. Proprio in questi giorni Ciambriello è stato in visita al carcere di Bellizzi Irpino, dove nel 1984 aveva lavorato come volontario assieme a monsignor Riboldi, creando una cooperativa che si occupa di detenuti politici e comuni.
L’emergenza carceri è un dramma di difficile soluzione, come si esce dalla fase di stallo in cui si trova la Campania?
«Noi siamo convinti che alla persona che sbaglia vada tolto il diritto alla libertà, non quello alla dignità. In tal senso è indispensabile che il carcere sia  un luogo a misura d’uomo, in grado di reinserire i detenuti nella società, altrimenti è un fallimento».
I dati a sua disposizione non sono confortanti.
«Se pensiamo che l’80 per centro delle persone che esce dal carcere vi fa ritorno, vuol dire che così come è strutturato non serve. A questo si aggiunga che non tutti quelli che entrano in carcere sono colpevoli. Molti escono senza aver subito neanche il processo di primo grado, poi chiedono un risarcimento per ingiusta detenzione. Lo scorso anno oltre 1000 detenuti in Italia e circa 300 a Napoli hanno chiesto e ottenuto un risarcimento. Un tema sulla giustizia, questo, che riguarda tutti».
Cosa fare allora?
«Per evitare che tante persone vadano in prigione, bisogna liberarsi della necessità del carcere. Cominciare, ad esempio, con i lavori socialmente utili, utilizzare maggiormente lo strumento degli arresti domiciliari. C’è un altro dato allarmante che voglio far conoscere. Tra immigrati e tossicodipendenti in Campania, quasi il 60 per cento sono in carcere. Con la legge Bossi-Fini sugli immigrati e Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, abbiamo messo in carcere tante persone anche per piccoli reati. Oggi si va in carcere per gli assegni a vuoto, per non aver pagato gli alimenti dei figli, per cavalli di ritorno, per reati amministrativi, questo si può evitare o no?. E c’è un altro dato sorprendente. Tra i settemila detenuti nella regione Campania, nemmeno il 5 per cento è accusato di reati legati alla camorra al 416 bis. I veri delinquenti della malavita organizzata stanno fuori. Dato che deve far riflettere. Abbiamo aperto le porte del carcere a tante questione pensando che sia quella la risposta al bisogno di sicurezza, ma non è così purtroppo».
Che ricordo ha di monsignor Riboldi?
«Quando l’ho incontrato ho visto un pastore i cui abiti puzzavano delle sue pecore. Viveva l’umanità del suo popolo, del suo gregge, della sua diocesi. Era una persona i cui gesti e le cui parole erano una scintilla, un lievito. Noi abbiamo bisogno di questi uomini di chiesa, e anche nella classe medica, intellettuale e politica. Abbiamo bisogno non di chi vive di politica ma di chi vive per la politica. Abbiamo bisogno di preti che tutto il giorno operano per una chiesa dei poveri e per i poveri».