Colombia, tra scontri e proteste: polizia violenta, Duque sotto accusa

20 Maggio 2021 0 Di Flavia Russo

Continuano gli scontri e le proteste in Colombia contro il governo Duque. Stop alle violenze: si difende il diritto di manifestazione.

Da ormai tre settimane, la Colombia è attraversata da forti e incessanti proteste dirette contro il governo conservatore del presidente Iván Duque Márquez. I colombiani continuano a scendere in piazza per richiedere assistenza economica nel paese gravemente colpito dalla pandemia e per protestare contro le recenti violenze da parte delle forze dell’ordine.

Dopo venti giorni di scontri e proteste, questa domenica sono iniziati i dialoghi tra il governo Duque e i principali gruppi manifestanti per arrivare ad una risoluzione pacifica e mettere fine alla violenza.

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Colombia in piazza contro la riforma fiscale

Le proteste erano inizialmente dirette contro una riforma fiscale proposta dal presidente Duque per far fronte alla grave crisi economica e sociale nel paese, esacerbata dalla pandemia da Covid-19.

La “Ley de Solidaridad Sostenible” (in Italiano Legge di Solidarietà Sostenibile) mirava a raccogliere circa 6.850 milioni di dollari, aumentando le imposte sui consumi e quindi aumentando il prezzo dell’elettricità e dei servizi di base e l’Iva su prodotti e beni di prima necessità in un paese in cui lo stipendio minimo è di circa 248 dollari mensili. La riforma avrebbe anche eliminato varie esenzioni fiscali per i contribuenti a medio e basso reddito.

Inoltre, il governo colombiano ha proposto un progetto di riforma per privatizzare il sistema sanitario nazionale messo in ginocchio dalla cattiva gestione della pandemia.

Per prevenire le proteste, il 27 aprile è stato proibito qualsiasi tipo di manifestazione con il pretesto del rischio sanitario. Nonostante ciò, dal giorno dopo, decine di migliaia di colombiani sono scesi in piazza, muniti di mascherina, per manifestare contro le riforme ritenute ingiustamente mirate alle fasce medio-basse della popolazione.

In seguito alle proteste, il governo colombiano ha ritirato la proposta pochi giorni dopo averla presentata. Ma, nonostante le dimissioni del Ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla, le manifestazioni non sono cessate.

Le critiche al governo Duque

Le proteste infatti, si sono allargate ed includono una lista molto più lunga di problemi attribuiti al governo di Duque. Il presidente è da tempo pesantemente criticato per l’estrema disuguaglianza diffusa nel paese, l’aggravata violenza contro le comunità indigene delle zone rurali e per la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria. Alla lunga lista di problemi, ora si aggiunge anche la cattiva gestione della pandemia.

Il governo colombiano ha infatti imposto uno dei più lunghi lockdown al mondo, offrendo scarsa assistenza alla popolazione durante i mesi di chiusura. Il lockdown ha causato enormi problemi economici, tra cui la chiusura di più di 500 mila attività. Di conseguenza, si stima che ad oggi il 43% della popolazione vive nella povertà (riflettendo una crescita del 7% dal 2019).

In questo contesto, i colombiani, stanchi e disperati, richiedono un nuovo modello sociale. Esigono maggiori investimenti sulla sanità pubblica, sulle pensioni e sul sistema educativo. Inoltre chiedono la riforma delle forze dell’ordine, specialmente dopo l’incessante brutalità usata dalla polizia per fermare i manifestanti. Problematica ora al centro delle proteste.

Proteste, violenza e diritti umani

Nonostante le proteste siano generalmente pacifiche, si sono verificati episodi di violenza da parte dei manifestanti. La capitale Bogotà e le grandi città di Cali e Medellín sono diventate l’epicentro degli scontri.

Di conseguenza, Duque ha schierato in piazza l’esercito, mobilitando più 50 mila militari. Che, sin da subito, hanno fatto uso di mezzi corazzati, elicotteri, lacrimogeni, proiettili di gomma e armi da fuoco contro i civili.

Ma questo ha peggiorato la situazione, esacerbando gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sono centinaia le denunce di violazioni dei diritti umani causate dalla violenta repressione da parete del governo che cerca di imporre il pugno di ferro contro i manifestanti.

Secondo Temblores, Ong specializzata nel registro della brutalità poliziesca in Colombia, sono 2.387 ad oggi i casi di violenza da parte delle forze dell’ordine, tra cui più di 43 morti, 1.139 arresti arbitrari e 18 i casi di violenze sessuali commessi dalla polizia.

La polizia nazionale ha avviato decine di indagini disciplinari ma, per adesso, sono solo tre i poliziotti accusati di omicidio.

Uso di armi di fuoco fuori dei protocolli

Ma sebbene riconosca la difficoltà della situazione, invitando al dialogo “per trovare soluzioni”, il presidente Duque imputa gli eccessi di violenza alle “mani criminali” legate al narcotraffico. E, invece che riconoscere la violenza usata dalle forze armate, condanna solo i “disadattati che si dedicano al vandalismo, il terrorismo e la violenza”.

Intanto però sui social circolano video sanguinari con esecuzioni per strada, in cui è evidente l’uso di armi da fuoco contro la popolazione da parte di agenti della polizia colombiana. Alcuni di questi video sono stati esaminati da Amnesty International e Human Rights Watch che confermano l’uso indiscriminato di forza e armi al di fuori dei protocolli.

Inoltre, molte ong e giornali locali segnalano che ci potrebbero essere più di 345 “desaparecidos” di cui da giorni non si ha alcuna notizia. La maggior parte dei quali scomparsi proprio da Calì, epicentro della violenza, dove sono addirittura stati necessari corridoi umanitari, aperti con la mediazione della chiesa cattolica, per far entrare rifornimenti di alimenti e farmaci dopo giorni di blocco sulle vie strategiche che collegano il capoluogo al dipartimento di Valle del Cauca.

Insieme alle ong e agli attivisti per i diritti umani, l’ONU e l’Unione Europea hanno condannato la brutale violenza dello Stato in Colombia. In tutto il mondo, si sono svolte manifestazioni di solidarietà col popolo colombiano. Si difende il diritto di manifestazione e si chiede di mettere fine ai massacri commessi dalle forze dell’ordine.

Violenza politica e lo storico conflitto interno

La lunga e sanguinosa storia di violenza in Colombia rende l’attuale contesto di scontri e proteste ancora più preoccupante. La violenza da parte dello Stato nelle proteste in corso riapre una grossa ferita nella società colombina a malapena rimarginata.

Da oltre cinquant’anni infatti, il paese è stato impegnato in un lungo conflitto interno tra lo Stato e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).

Organizzazione estremista paramilitare, la FARC ha causato circa 220 mila morti, di cui 177 civili e quasi otto milioni di sfollati. Cifra che fa della Colombia uno dei paesi con il maggior numero di rifugiati interni al mondo. Non è indifferente anche il numero di giornalisti e attivisti uccisi dalle FARC.

Gli accordi di pace

A causa di un generale peggioramento delle condizioni di vita dei colombiani, specialmente nelle zone rurali, negli anni Novanta la FARC ha visto un aumento significativo di adesioni, che le ha permesso un importante rafforzamento militare.

Per questo il governo colombiano si è impegnato ad aprire un processo di pace. Così, nel 2002, l’allora presidente Andres Pastrana e il leader delle FARC Manuel Marulanda, hanno sottoscritto un accordo di pace mirato a difendere i diritti umani e implementare nuove riforme economiche.

L’intervento economico e militare degli Stati Uniti a supporto del governo colombiano nella sua lotta contro i narcos, ha però messo fine al processo di pace. Il paese ha visto anni di trattative fallite e continue violenze, fino al 2016, quando un nuovo accordo ha portato alla definitiva cessazione dei combattimenti.

Negli ultimi anni però, le violenze si sono spostate su un altro fronte, quello dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN). Questo delineana una persistente mancanza della presenza dello Stato in determinate aree del paese.

È quindi sotto accusa anche l’abbandono dell’applicazione degli accordi di pace da parte del governo di Duque, specialmente dopo le nuove rivelazioni sui falsos positivos – le vittime innocenti uccise dall’esercito colombiano, presentati come aderenti ai narcos o alle FARC, durante la presidenza Alvaro Uribe (2002-2010).

Si spera quindi che il dialogo tra il governo colombiano e i manifestanti sia costruttivo e metta fine una volta per tutte alla violenza dello Stato contro i suoi cittadini.