Moschea sì? Moschea no?

Moschea sì? Moschea no?

19 Febbraio 2020 0 Di Corrado Corradi

La moschea come luogo di culto deve essere autorizzata, Ma è bene sapere chi sono gli imam che conducono le meditazioni e tengono i sermoni.

Moschea si, moschea no?

Moschea è la versione latinizzata di «masjid» e ci viene dall’Andalusia, ove «masjid», per la resa dura della lettera spagnola «j», era diventata «meskhit» e poi «meskhita».

E’ difficile per chi musulmano non é capire appieno cosa costituisce per un musulmano la moschea Quindi per prima cosa chiariamo subito un equivoco: la moschea, già a partire dalla struttura non é l’esatto equivalente della nostra chiesa:

  • la chiesa ha una struttura prospettica tutta proiettata verso il Santissimo Sacramento;
  • la moschea ha una struttura areale che favorisce le sujud (prosternazioni) rivolte verso la Mecca.

Va inoltre specificato che la Moschea svolge due funzioni ed assume due differenti denominazioni:

  • Masjid quando vi ci si prosterna per pregare;
  • ma è preposta a diventare «jami’a» (unione, gruppo) quando vi si predica la militanza (o quando il jihadista vi cerca complicità).

La Moschea intesa come masjid é il luogo di preghiera dove si compiono le «sujud» (è evidente l’assonanza tra sujud e masjid), ossia le prosternazioni del musulmano orante, sia in autonomia, sia seguendo l’imam preposto a dirigere le 5 preghiere quotidiane.

La moschea intesa come jami’a ha una resa profondamente diversa, é il luogo dove il musulmano entra in seno alla «umma», la comunità dei credenti musulmani, una sorta di leviatano in seno al quale il fedele musulmano viene assorbito diventandone parte integrante, dove trova ausilio, rifugio e conforto, financo complicità (soprattutto quando in «terram infidelium»).

Infatti, numerosi servizi giornalistici hanno ampiamente documentato (ma anche per esperienza personale diretta di questo scrivente) che la maggior parte degli imam deputati a guidare la preghiera nelle moschee d’Europa:

  • nei loro sermoni, mirano a giustificare le azioni jihadiste;
  • sono orientati a dare asilo al jihadista in fuga;
  • si adoperano affinché i «panni sporchi (reati di criminalità o terrorismo) vengano lavati in casa»;
  • in barba a quanto affermato ipocritamente da alcuni imam subito dopo le stragi jihadiste in Europa, mai vi si pregherà per le vittime del jihad.

Quindi: moschea si o moschea no?

Stante il numero consistente di musulmani in Italia, buon senso vuole che si autorizzi la costruzione di luoghi di culto degni di tale nome, destinati alla preghiera islamica, avendo cura di fissare dei paletti mirati ad evitare che la preghiera si trasformi in «da’wa» (predicazione plagiante) e in appello al jihad; pertanto:

  • è necessario creare un albo degli imam controllato dal Ministero dell’Interno;
  • in assenza di un albo degli imam, é necessario vietare il sermone del venerdì e attenzionare l’imam incaricato di guidare la preghiera;
  • autorizzare la costruzione di moschee esclusivamente destinate alla preghiera vigilando affinché non diventino delle «madrase», scuole coraniche ove nella maggior parte dei casi si conculca l’Islam radicale, perché la moschea, anche se piccola, spesso ha annesso un locale adibito alla comune riflessione spirituale che la rende anche madrasa.

Di primo acchito, a un osservatore poco attento, la madrasa potrebbe sembrare paragonabile a un oratorio; nulla di più sbagliato perché, con tutte le riserve del caso, quella madrasa, anche se piccola, é paragonabile semmai a una piccola «scuola cattedrale» di medievale memoria, dove però non si effettua una questua spirituale ma si compulsa la Shari’a e spesso vi si consolidano le spinte più radicali.

Onde evitare spiacevoli equivoci, é bene evidenziare una sostanziale differenza tra «Scuola Cattedrale Cattolica» e «Madrasa Islamica»:

  • nelle scuole cattedrali della cristianità si ricercavano gli addentellati per armonizzare la norma terrena con la parola divina;
  • nelle madrase si sancisce senza possibilità di appello la Shari’a, l’aderenza della norma terrena alla parola divina.

Ecco perché in Europa è importante sapere chi è imam

E veniamo all’imam. Come abbiamo accennato poc’anzi, la preghiera (quindi la sequela delle «sujud») viene guidata da un imam, che viene identificato e incaricato in maniera non meglio definibile.

La sua designazione avviene infatti a partire da una scelta operata oralmente tra i fedeli avventori di una moschea i quali riconoscono ad un determinato fedele, che in maniera discreta ha manifestato la sua disponibilità corroborata da competenza coranica e da assiduità, a guidare le sujud.

Se il designato imam è depositario di una formazione teologica attestata da una «madrasa» si farà carico anche di tenere i sermoni.

Tuttavia, specie in Europa, anche in assenza di «titoli di studio» l’imam i sermoni li tiene lo stesso.

E’ elemento di attenzione: la maggior parte degli imam in Europa é organica alla Fratellanza Musulmana, movimento politico islamico caratterizzato da una visione integralista dell’Islam.

Il divieto di accesso ai non-musulmani nelle moschee trae la sua origine da una disposizione del Maréchal Liautey, quando era il Residente Francese nel protettorato marocchino, il quale ha emesso tale interdetto onde evitare che la spocchia positivista dei coloni francesi si scontrasse con il tradizionalismo spirituale dei marocchini innescando pericolosi contrasti.

Tale divieto, ispirato a puro pragmatismo laico, è diventato poi un interdetto religioso, estesosi più o meno a tutto l’orbe arabo-islamico che vieta all’infedele di calpestare un luogo sacro ove i musulmani effettuano le sujud.

Stante la sguaiatezza del moderno turismo, nonché la moderna propensione a trascurare il dovuto rispetto a quel che viene considerato sacro, tale divieto, personalmente, non mi urta.