Olimpiadi di Rio, a lezione di linguaggio

Olimpiadi di Rio, a lezione di linguaggio

09 Agosto 2016 0 Di Patrizia Russo

Le Olimpiadi di Rio fanno notizia anche per l’indelicato titolo del Quotidiano sportivo. E nel 2016 ancora si giudica una persona per stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni.

 

Olimpiadi di Rio, titoli e pregiudizi

Le parole sono finestre (oppure muri).
(Marshall B. Rosenberg)

Le Olimpiadi di Rio, oltre che per le performance dei campioni, nel nostro Paese fanno notizia anche per l’indelicato titolo del Resto del Carlino che appella le atlete del tiro con l’arco come il “trio delle cicciottelle”. La foto sta diventando virale sul web.

Olimpiadi di Rio Titolo Qo Resto Carlino

Il titolo del Qs dedicato al quarto posto delle atlete italiane del tiro con l’arco alle Olimpiadi di Rio.111

Immediata, la risposta di Fitarco – Federazione Italiana di Tiro con l’Arco – tramite il presidente Mario Scarzella che con educazione e sobrietà difende le sue atlete, e la forte reazione dell’editore.

Indipendentemente dalle sorti che avrà il giornalista, mi chiedo perché nel 2016 ancora ci fermiamo a dipingere le persone non per quello che sono, ma per l’immagine che danno di sé.

Specialmente in un momento molto delicato per il genere femminile in Italia, dove le donne, già vittime di violenza (fisica, psicologica, sessuale, economica) e stalking, discriminate lavorativamente e sottopagate, che devono districarsi tra le mura domestiche e i “soffitti di cristallo”, in cui sono aumentati i femminicidi (oltre 156 da gennaio 2015), è doveroso da parte di chi utilizza il linguaggio per comunicare pubblicamente non cadere in questi “incidenti”.

Questo titolo è però l’ennesimo errore stilistico che leggiamo sui quotidiani, riviste, ascoltiamo nei media. Sempre più spesso ci troviamo a leggere: un down e non una persona con la sindrome di down, un nero, un gay, un mussulmano ecc spesso facendo corrispondere ad una sola persona pregi e difetti di un’intera moltitudine di genti, accomunate magari solo dal colore della pelle o dal seguire una religione piuttosto che un’altra.

La stampa ci riporta gli insulti razziali contro Cècile Kyenge, cittadina italiana di origine congolese, primo ministro di colore nella storia della Repubblica, ed è nota a tutti la battuta (così poi è stata fatta passare) di Matteo Salvini che paragona una bambola gonfiabile a Laura Boldrini.

Mi piacerebbe chiedere al giornalista autore del titolo perché non si è focalizzato sull’impresa svolta da queste tre atlete, che, anche se non sono salite sul podio, hanno scritto il loro nome nella storia dello sport italiano, magari evidenziando le difficoltà di far coincidere il lavoro, la famiglia, la vita privata con gli allenamenti, le rinunce che hanno dovuto affrontare per arrivare a Rio, la delusione per un traguardo mancato.

Invece che sottolineare principalmente la “non conformità” a canoni, in questo caso estetici, stabiliti dalla nostra società.

Comunemente una persona “cicciottella” difficilmente viene paragonata ad una sportiva; lo stereotipo è pigra, lenta, magari golosa. Dobbiamo, invece, ringraziare Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, per aver dimostrato che nella vita per arrivare molto in alto non è indispensabile avere un fisico perfetto, ma voglia di volontà, grinta, determinazione, una buona mira e una mano ferma.

Concludo questo mio pensiero affermando che, soprattutto chi con la comunicazione ci lavora, ha il dovere non solo di utilizzare un linguaggio neutro, ma anche di educare al rispetto, alla valorizzazione delle differenze, a difendere e diffondere una cultura basata sul rispetto delle diversità, sul superamento di stereotipi e pregiudizi, partendo proprio dal linguaggio.